da1981ai

Pensando che nella moda “la fantasia non è più quella di un tempo” (che cosa c’è di inedito? di non dejà 2vu? di rivoluzionario?) e che l’inverno va visto come un fatto più compiuto, meno tra-là-là, comunque da vivere “vestite”, Gianfranco Ferré ha scelto come obiettivi della sua nuova collezione la linearità, la pulizia, la costruzione, il gioco dei volumi, rifiutando tutto ciò che ha l’aria casuale e abbandonata, ricercando un’immagine che faccia a meno dell’ “accessorio surplus”.

E allora, ecco la scelta dei tessuti e dei materiali senza equivoci e mollezze: corposi panni doppi da sartoria rifiniti di gros, harris tweed o tweed pepe e sale, pesanti jersey ad effetto “melton”, cotone gommato per gli impermeabili, nappa imbottita e “borego” per i blousons, doppi crêpe a effetto interlock per la sera, rustici loden accostati alla pelle.

E poi, ecco la predilezione per i colori “metropolitani”: grigi velati e nebbiosi, grigi scuri e fumosi, una gamma di blu che ricordano l’Oriente (China, indaco, copiativo), tanti colpi di rosso deciso e sicuro, e naturalmente, il nero.

E dunque, ecco la scelta delle linee nette, senza mezzi termini: le giacche lunghe con le allacciature nascoste e i colli a listone in forma impunturati, i caban senza collo con effetto di doppia manica, la serie di “vareuses” sportivissime, gli spolverini impermeabili, i mantelli a vestaglia lunghi al polpaccio, contrapposti a cappotti lineari in morbido velours che si arrestano sopra al ginocchio, le sottane decisamente lunghe diritte e spaccate, che talora nascondono effetti di doppio che rispondono a criteri funzionali i pantaloni senza pinces in vita che acquistano rotondità al ginocchio, i “vestiti-coulotte”.

E ancora, ecco la decisione di “legare tutto” con fili conduttori come le impunture, certi tagli e accorgimenti presi a prestito dalla “civiltà del chimono”: motivo ricorrente è l”’obi”, di maglia e pelle sui capi da giorno, di paillettes su quelli da sera, dove enfatizzato, diventa talvolta corpino indossato su particolari pantaloni dal taglio triangolare, di faille, di grisaille di seta o velluto.


tessuti: AGNONA – BINI – BARGHENTI – CALEDON – CANEPA – DONDI JERSEY – ETRO – FALIERO SARTI – ITS ARTEA – JACKITEX – LESSONA – LORO PIANA – PIACENZA – SCHLAEPFER – TARONI – TASCO – TORELLO VIERA – VERGA – VERZOLETTO.

filati: FILATI PUCCI – LINEA PIU’.

Linea accessori: Gianfranco Ferré

Foulards prodotti e distribuiti da I PARALLELI

Calzature prodotte e distribuite da GUIDO PASQUALI

Borse prodotte e distribuite da REDWALL

Bijoux disegnati da GIANFRANCO FERRE’

Makeup “The professional” di OLGA TSCHECHOWA

ua2007ai

Così, mi piace immaginare e raccontare l’uomo Gianfranco Ferré per il prossimo Autunno/Inverno come una sorta di moderno alchimista, sicuramente curioso e forse anche eccentrico, comunque consapevole e attento. Partendo da ciò che si può tranquillamente definire consueto e abituale, questo alchimista fa propria la pacata forza dirompente della normalità. Arrivando, senza difficoltà, al nuovo, al non ovvio, all’originale. Perché sa e vuole cercare…

… Cerca l’accuratezza delle costruzioni, optando per soluzioni inedite, quasi sorprendenti. E sceglie, per esempio, il cappotto assolutamente classico all’apparenza, il cui volume però presenta un’unica cucitura.

… Cerca l’impeccabilità delle forme, concedendosi però proporzioni più comode e generose.

… Cerca l’eccellenza autentica dei materiali, l’unicità del loro pregio, rinunciando ad ogni mistificazione, ad ogni elaborazione che non sia necessaria.

… Cerca la solidità dei colori, privilegiando i più densi ed i più intensi”

Gianfranco Ferré

LE MATERIE.

Le più normali, le più speciali. Senza tempo, mai scontate. Lane superpettinate e cotoni ultracompatti. Cachemire lucidati e sete impermeabili. Coccodrillo e zibellino. Bufalo aerato e gonfiato, nappa laserata a scaglie…

I COLORI.

I più cupi, i più profondi. Persino più del nero. Inequivocabilmente invernali. Blu, grigio antracite, burgundy, un marrone virtuale che nasce da un intreccio davvero alchemico di filati ciascuno in una sfumatura differente…

ua2007pe

Il mio stile al maschile – che io amo definire ricorrendo alla formula di “Homme Couture” – si può leggere senza difficoltà come processo di evoluzione attento a ciò che si indossa, ma anche e soprattutto a come e perché lo si indossa…

Io credo in generale nell’evoluzione. Non nelle rotture radicali, negli sperimentalismi ad oltranza, nel recupero acritico di esperienze passate. L’evoluzione per me non è altro che innovazione che si compie costantemente attraverso piccoli-grandi interventi di cambiamento, frutto di una volontà sottile e tenace di realizzare una “quieta rivoluzione”. Una rivoluzione pacata e consapevole, compiuta con la mente perché diventi progetto di eleganza. Compiuta anche con il cuore e con tutti i cinque sensi, perché regali emozioni…

La mia collezione Uomo per la Primavera/Estate 2007 nasce esattamente in quest’ottica. Nel rispetto immutato – e tuttavia sempre nuovo – di un lessico che parla di rigore, libertà e precisione, di amore dichiarato per le materie senza tempo e piacere alchemico per la sperimentazione…”

Gianfranco Ferré

LE MATERIE.

Naturali e iper-compatte, nobili e alchemiche. Gabardine, crêpe e cotoni doppi, textures accoppiate e lane ingualcibili. Canguro cerato, anaconda e coccodrillo baby lavati…

I COLORI.

Pietrosi e metallici. I colori della ghiaia, della sabbia, della limatura di ferro, della pomice…

Gianfranco Ferré “Homme Couture”: Identità, definizioni…

“La formula “Homme Couture” identifica l’attitudine all’eccellenza e la ricerca di qualità che sono valenze intrinseche al DNA del mio stile al maschile.

La mia “Homme Couture” non intende parafrasare la Haute Couture (il “su misura” sartoriale), che presuppone l’unicità del capo realizzato ad hoc per il singolo cliente.

In concreto, questa formula identifica qualcosa che si percepisce toccando e osservando un capo con attenzione…”

Gianfranco Ferré

Sono, in particolare, le scelte materiche e le costruzioni a creare questo plus di qualità:

– Le lane sono sempre “extra-fine”ed “ultra-light”, a 200 micron di definizione.

– Le mischie di lana e seta sono a 180 micron.

– Il cotone “sea island” è ritorto doppio, è raso da “alta moda”, è tricottino, è gabardine double.

– La seta delle giacche tuxedo non supera mai i 90 grammi di peso. E le loro costruzioni “segrete” sono volutamente esibite in esterno.

– La nappa, intagliata al laser, si sovrappone al lino in tridimensionalità.

– Il nabuk è lavato e doppiato in denim.

– Anche il coccodrillo naturale è lavato, tagliato al vivo e accoppiato al canvas.

– Il canguro è alleggerito e si intarsia con la maglia di seta. Oppure è cerato e sottoposto a trattamenti antiacqua.

– Il vitello “rush” è tagliato al vivo, con le coste laccate a contrasto.

– L’organza cangiante nelle giacche da sera è appoggiata sulla tela di seta. La stessa organza ricopre il denim, lavato e rotto, dei jeans.

– Le giacche hanno le paramonture in Oxford, avvicinate alla fodera in seta, la “F” ricamata e la profilatura interna che da sempre è un “segno” della “Homme Couture”. Mentre l’esterno mostra intarsi inediti.

– Nell’architettura della camicia bianca, il volume viene “scaricato” sul dietro, e la configurazione del giromanica aiuta questo spostamento di equilibrio. Mentre le cuciture presentano sette punti ogni centimetro.

– E ancora, la camicia è percorsa da nervature, che, osservate da vicino, si rivelano cuciture di almeno dieci, differenti tipologie.

– Come nei blouson, anche nelle borse la nappa è intagliata al laser con effetto tridimensionale e abbinata al canvas

– Il cammeo intarsiato sul marmo spicca sui sandali e, come fibbia, sulle cinture…

ua2006ai

“Sono convinto che lo stile di oggi debba essere strumento di espressione di sé, del proprio essere e del proprio modo di vivere.

Esattamente in quest’ottica si legge la mia collezione Uomo per il prossimo Autunno/Inverno. Una collezione che si muove tra codici consolidati di eleganza ed emozioni vissute, tra regola ed interpretazione, tra segni intenzionali di normalità e rigore e dichiarazioni di voluta eccentricità, che rimandano non solo ad una consuetudine storica, ma anche ad un’attitudine alla disobbedienza.

Come mi è proprio, anche in questa collezione ho voluto ridefinire formule abituali in una logica di originalità e contemporaneità, ponendo l’accento sull’eccellenza delle materie e delle costruzioni, sulla pacatezza delle modulazioni cromatiche che lasciano spazio alla ricercatezza e ad una dichiarata preziosità.

Muovendomi per incisi e contrappunti, ho disegnato così una collezione sensata ed equilibrata, per un uomo libero di scegliere come e cosa essere. Un uomo assolutamente intenzionato a non omologarsi perché ha in sé un senso di educazione nel proporsi. Un uomo che è, innanzitutto, individuo e persona e che tranquillamente potrebbe affermare: “Io non sarò mai nessuno, ma nessuno sarà mai come me…”

Gianfranco Ferré

LE MATERIE.

La lana di cammello albino, pregiata perché rara. Il cachemire ultraleggero. La seta tecnica. Il cotone, perché naturale. Le pellicce più speciali: visone palomino, coyote, castoro spitz. Le pelli preziose: coccodrillo a micro-scaglie, struzzo, canguro…

I COLORI.

Pacati, rilassati, densi, luminosi, sfumati, urbani, naturali… Nero, marrone, bianco, pepe, cammello ultralight…

ua1998pe

“Se dovessi definire questa collezione, direi che è pervasa da un senso cosciente di libertà e da una volontà decisa di virilità. Ma senza cadere nell’eccesso, senza esasperare… Tutto è osservato con lo sguardo di chi si appropria, con autonomia, di formule, codici, forme estetiche dalla forte impronta mediterranea, che arriva a sconfinare con il Nord Africa, letto ed esplorato con l’intelligenza un po’ dissacrante e molto occidentale di Paul Bowles. Nessuna strizzata d’occhio all’esotismo, al marocchino o al berbero. Mi piace però sottolineare la parola Mediterraneo perché contiene una certa dolcezza, una saggia semplicità, una tranquillità che ci appartengono. Per senso di civiltà e per volontà di essere civili, sfuggendo all’asfissia di un solo passato, una sola tribù, una sola cultura, il cui effetto è, per paradosso, la mancanza di cultura…”

Gianfranco Ferré

C’è un senso appropriato e naturale del CORPO e della sua struttura, ma, al tempo stesso, un desiderio di libertà e un rifiuto di ogni costrizione, che privilegiano istintivamente le forme più ampie. Così, la giacca leggera è costruita sostenendo le spalle, segnate dalle spalline di misura giusta, e scendendo poi morbida intorno al bacino. I pantaloni sono larghi di gamba, ma si appoggiano sui fianchi, al contrario del genere baggy.

Superato il minimalismo, la ricerca di ELEMENTARIETA’ si esprime nella particolarità del tessuto, declinando in modo inedito materie come l’organzino anche per abiti, T-shirt, tute. Oppure ricorrendo a mischie in gabardine e seta con effetto cangiante, ma velato da un’ombra di opaco. O allo chambray di cotone, che permette di confermare formule diverse del vestire. Formule che rimandano a mille culture e che ora appartengono alle mille, nuove tribù del vivere di oggi: la camicia senza colletto, lo spolverino che veste come una camicia da lavoro o una giacca allungata, la giacca-camicia in crêpe di lana leggerissimo e svuotato, con la tasca interna e una linea sciolta, morbida.

Il principio del COMFORT è alla base di un guardaroba che offre anche shorts, scarpe dalla suola di bufalo e gomma, pullover che sembrano tinti e sporcati a mano, camicie di tela lavata. Perfino la preziosa seta viene spazzolata perché diventi simile alla ciniglia.

Si sommano gamme di COLORI mediterranei, densi e scuri: terra, muri, rocce. Di colori chiari: grigi sabbiati, bianco alba. Di azzurri slavati, come cieli al mattino presto.

Nell’orizzonte JEANS si colgono segni forti di novità: l’utilizzo dello chambray, laccato, leggerissimo e mescolato a un filo di taffettà per le camicie, e soprattutto l’uso della canapa. Con questa fibra pura e vegetale, che è resistentissima all’usura ed ha in sé il concetto stesso di ecologia, Gianfranco Ferré ha realizzato jeans, camicie e giubbotti, lavati e rilavati perché la mano del tessuto diventi morbida e vissuta. Senza tingerli, per mantenerne il colore naturale.

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Calze – Cinture – Cravatte – Guanti – Occhiali – Scarpe – Sciarpe

Tessuti: Bartolini – Bocchese – Braghenti – Campore – Canepa – Clerici Tessuto – Colombo – Cugnasca – Dondi Jersey – Fintessile – F.P.R. – Jackytex – Larusmiani – Lessona – Limonta – Loro Piana – Manifattura Ferno – Manolo Borromeo – Mauro Spriano – Paganini – Paolo Gilli – Ratti – Serikos – Solbiati Sasil – Sordevolo – Tessitura di Quaregna – Tessitura di Tollegno – TJSS – Torello Viera – Verga

ua1998ai

“Pensare una collezione. Pensare una collezione maschile… Oggi per me significa esprimere una volontà radicale e severa di pulizia, plasmando la materia, consolidando alcune forme e variandone altre, eliminando riferimenti troppo voluti. Come un certo neodandismo, certi compiacimenti estetici che generano solo divise: la divisa del giovane, la divisa del bello, la divisa del palestrato. Mentre l’abbigliamento – io credo – dovrebbe essere elementare, sciolto, con quella ragionata spontaneità che ci porta a fare scelte anche opposte: tanto/poco, smilzo/ampio… Così diventa naturale vivere con un pullover a collo alto o a girocollo nero, elastico, la cui dimensione, appiccicata o abbondante, varia secondo il modo di essere e di comportarsi. Diventa naturale che la giacca si allunghi o si accorci avvicinandosi al corpo, che si trasformi in un pratico overcoat: abbastanza lungo perché protegga dal freddo e garantisca il comfort del cappotto al quale di fatto si sostituisce. È naturale, in un futuro in cui le condizioni, le temperature ed i luoghi nei quali si vive influenzano sempre meno la nostra attitudine al vestire, passare dall’ipertecnico (elementi quasi da tuta da astronauta) al neutro, al primario e persino primitivo, al senza tempo (quasi vecchi k-way da pescatori del Nord). È naturale relegare il colore a pure scelte individualistiche, mimetizzandosi nelle tonalità indefinite ed indefinibili quasi da tuta da operaio, dal nero stinto al grigio-verde. Come è naturale, per proteggersi, ricorrere a strani effetti plastificati che mutano la consistenza e le tonalità di alpaca e cachemire”

Gianfranco Ferré

Futuro. Le parole per dirlo

Gomma. Spalmata sull’alpaca e sul montone per impermeabilizzarli, sulla flanella (quasi una seconda pelle), sul cuoio delle scarpe per isolarle termicamente, vulcanizzata per le suole anfibie.

Pelliccia. Per le grandi avventure, nella versione di tenero orsetto, quasi peluche da bambini, oppure ispida, siliconata perché diventi impermeabile (come ai tempi in cui veniva rifinita con l’impeciatura)

Mischie. Di lana/cotone e viscosa/seta, simile ad una flanella grattata, un velluto, ma leggerissimo. Per camicie asciutte, niente più che uno strato tra corpo e giacca.

Piombo. Sigilli, borchiature per rinforzare l’aggressività della pelle, bulloni avvitati che ricordano vecchie tute da palombaro. Un nuovo aspetto metallico, ma duttile.

Alpaca. Sciolta e morbida, poco ritorta e tessuta con seta e viscosa per tessuti leggeri e caldi. Con una compattezza ed uno spessore che riportano ai feltri ed ai panni da uniforme.

Velluto. Preziosissimo ma anche floccato, che ricordi la flanella. Utile per tute da lavoro e pantaloni da operaio. Marezzato tra ombre e luce, secondo l’abitudine di stendere il colore solo sulla trama per enfatizzare le increspature naturali del tessuto.

Jeans. Superata la stagionalità del vestire, partecipano all’avventura di sfidate il freddo. Spalmati, imbottiti, doppiati, rinforzati da una fibra di alluminio tra fodera e tessuto che funziona da coibente termico.

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Calze – Cinture – Cravatte – Guanti – Occhiali – Scarpe – Sciarpe

Tessuti: Bartolini – Barzaghi – Bemberg Cupro – Bonotto – Braghenti – Campore – Christoph Andreae – Colombo – Cugnasca – Dondi Jersey – Ferla – Fila F.P.R. – Girani – Jackytex – Lessona – Limonta – Loro Piana – Manifattura Ferno – Mauro Spriano – Moessmer – Piacenza – Pontoglio – Redaelli Velluti – Ricceri – Serikos – Soies de France – Sordevolo – Tessitura di Quaregna – Tissavel – Torello Viera

ua1996ai

“A parer mio, la necessità di scioltezza e una praticità che non slabbri nell’incuria e nella sciatteria sono oggi i segni più forti del vestire maschile. Dove cade ogni barriera tra formale ed informale, tra il tessuto sportivo e l’abito ufficiale, perché è il modo di interpretare questi formulari e di adattarli alla personalità che determina la differenza tra i momenti e le occasioni… Per costruire abiti dalla vera disinvoltura e dalla assoluta funzionalità, ho approfondito anche la ricerca sulla tecnologia dello sportswear e delle divise riportandoli all’abbigliamento della quotidianità: più che mai duttile e naturale, nel senso di vicino al corpo, visto che perfino tweed e shetland sono sostenuti da un filo di elastomero che consente fluidità e aderenza… ”

Gianfranco Ferré

FORMA

La figura è sciolta e insieme sottile, leggermente allargata verso il basso. Come nella tradizione sportiva e militare che vuole le giacche più comode sul bacino, dove sono collocate le tasche attrezzate. Anche se la vita è appena segnata, tutto è meno rigido e strizzalo, si appoggia facilmente sul corpo. Come nella sartoria di un tempo, le spalle hanno una foggia il più possibile anatomica, con spalline arrotondate. Oppure sono sostenute da cuciture aperte a girelli dello stesso tessuto, in sostituzione delle spalline.

RICERCA

Modifiche strutturali sulle stoffe più tradizionali del mondo: così i tessuti diventano elastici, spessi, adattabili alla linea.

L’elastomero applicato alla lana permette di costruire una foggia più aderente e svelta.

La tecnologia dello sport rielaborata per il guardaroba di ogni giorno dà una diversa praticità a capi caratterizzati da un’ampia libertà interpretativa. Se l’abito è scuro, per esempio, può ben rappresentare anche la formalità senza essere di crêpe o di lana fine.

La pelle, doppiata di nylon o foderata di pile, si conferma una materia all’avanguardia: per l’elasticità, l’animalità, la capacità di durare nel tempo.

TRASFORMAZIONI

Cambia il cappotto: accorciato come un car-coat (al massimo lungo cento centimetri). Sciolto, ma solido: di shetland calandrato, quindi lucido; di cover elastico, dunque gonfio; di alpaca lavata, harris tweed, camel hair imbottiti di orsetto.

Cambia il cappotto aderente, che diventa simile a una giacca allungata: la morning jacket della tradizione, in tessuto morbido. Cambia il blusotto, ispirato ai capi tecnici usati per il bob.

Cambia il vestire per la sera. Bastano un pullover sottile con il collo alto. Bastano polo e T-shirt di velluto giuntato a colori diversi, bastano scozzesi e velluti marezzati.

COLORI

Appartengono alla casistica tradizionale del vestire da uomo. Neutri mielati, blu inchiostro per i gessati stretch. Marroni ombrati per le materie più corpose. Toni oscuri e opachi, da sottobosco e palude, per spazzolini e alpaca lavata. Avorio e nero per i tessuti a check, tweed, puntinati all’inglese.

SOSTANZA

La materia è corposa, spesso compatta: flanella double, garzata da entrambe le parti; flanella con rovescio di seta e viscosa, fluida al vestire.

Maglieria spessa perchè follata. Punto stoffa di cammello per pullover dalla linea semplicissima. Regimenlal che rispettano la tradizione con bande di canneté e panno applicate sui maglioni a punto stoffa.

Camicie aderenti, piccole, spesso di maglia simile a jersey, sul genere di polo e magliette. Camicie di tessuto stretch che riprendono la formula classica: colletto amovibile, come scelta di decoro, e trasformabile perché si può piegare in maniera diversa, sino a diventare un modello a solino per la cravatta.

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Calze – Cinture – Cravatte – Guanti – Occhiali – Scarpe – Sciarpe

Tessuti: Agnona – Bartolini – Barzaghi – Braghenti – Campore – Canepa Clerici

Tessuto – Colombo – Cugnasca – Dondi Jersey – Ferla – Fila Fintessile – Jackytex

– Lessona – Limonta – Linea Ardizzone – Loro Piana – Manifattura Ferno –

Manolo Borromeo – Mauro Spriano – Paolo Gilli – Piacenza – Pontoglio – Ratti – Redaelli Velluti – Reggiani Ricceri – Serikos – Sordevolo – Tessitura di Quaregna – Torello Viera

ua1996pe

“Che cosa significa progettare per l’uomo, quali comportamenti e valori siano sottintesi nell’abbigliamento, è una riflessione che vado precisando con il tempo. Consapevole come sono che analisi ed eccessi deliberati ci allontanano dalla nostra cultura, appannando la coscienza di vivere in una realtà con regole di comportamento da conoscere e in qualche modo rispettare, ho lavorato sulla duttilità del formulario tradizionale, senza scivolare in gag o travestimenti… Sottolineando sempre di più il rapporto tra forma e materia, ho accentuato la ricerca tecnologica sulla tessitura e la finitura e sperimentato nuove combinazioni e trasformazioni di materiali. Per appagare canoni classici, pur adattandoli a fogge contemporanee ed elastiche, che assecondano il nuovo dinamismo dell’uomo, la sua radicata necessità di piacersi. Che non indulge al narcisismo, non scade nel compiacimento, ma rispecchia amore per il corpo e conoscenza determinata di sé …”

FORMA

Equilibrio degli opposti: la giacca, che pure rispetta le tipologie più elementari e determinate del vestire da uomo con una costruzione di spalle e rever adeguata, muta consistenza: molle e peso-piuma in triplo crêpe dall’increspatura naturale. Elementare e compatta in lana stretch, con una foggia più corta e piccola, aderente, in lino calandrato. Grossi tessuti a maglia di viscosa e nylon accentuano l’effetto cascante. Pantaloni morbidi, definiti dalle scarpe solide con suole elastiche e leggere, o più aderenti e affusolati sul fianco.

COLORE

Una gamma di ultraneutri, dal bianco al sabbia, a un’invitante sfumatura nocciola tostata. Il silenzio del grigio, la profondità del nero e del blu. Tocchi decorativi di rosso.

Le segnaletiche più evidenti: grossi damier bianchi e neri; enormi righe gesso e carbone (costruite con particolari operazioni di patchwork) per le camicie; galles gigante e operato per le giacche stile Casinò; gessature al neon per gli abiti stile night a Portofino; bianco e blu per le righe marinare.

STRETCH

Dinamismo e fisicità, evidenza e slancio. Per affrancarsi dalla rigidità della giacca e assecondare l’agilità di comportamento di un uomo educato dallo sport, un filo elastico percorre giacche, pantaloni, camicie. Sottolinea i movimenti pur rispettando la struttura formale degli abiti. Dà sostanza e spessore ai tessuti.

CORPO

Il segno dei movimenti, l’accento di un gesto: quella tecnica particolare che è la calandratura che dà una mano lucente a lini e cotoni, diventa una firma, un elemento di riconoscibilità. Ogni gesto incide una piega leggera, lascia una traccia. Ogni abito prende una forma personalissima, diventa un secondo corpo.

DIVISA

Un lessico impeccabile e familiare che si esprime con il tutto nero accentuato dalla camicia di popeline bianco (all stretch). Il comfort dell’uniforme da lavoro, con un senso di provvisorietà aggiustata, per gli abiti di crêpe sabbiato o marrone, chiusi al collo da un piccolo occhiello esterno. L’elegante praticità delle giacche-sport pieghevoli in tela paracadute, con soffietti e ampiezza calibrati. I completi in rasatello di cotone grigio e i gessati corposi e spessi, che superano il formalismo per andare alla radice della tradizione.

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Calze – Cinture – Cravatte – Guanti – Occhiali – Scarpe – Sciarpe Belts

Tessuti: Bartolini – Bellora – Bocchese – Braghenti – Campore – Canepa – Clerici Tessuto – Cugnasca – Dondi Jersey – Fila – Fintessile – Jackytex – Larusmiani – Lessona – Limonta – Linea Ardizzone – Loro Piana – Manifattura Ferno – Manolo Borromeo – Mauro Spriano Paganini – Paolo Gilli – Piacenza – Ratti – Serikos – Seterie Schiera Solbiati Sasil – Sordevolo – Taroni – Tessitura di Quaregna -Tessitura di Tollegno – Torello Viera

Filati: Filpucci – Iafil – Linea Più – Zegna Baruffa

ua2006pe

“Penso che nel vestire maschile di oggi ordine e disordine siano poli opposti soltanto in apparenza. Regola e disobbedienza, in realtà, sono attitudini e connotazioni che convivono senza stridore, si compensano e si compenetrano in piena naturalezza, dando vita alla rilassata eleganza di un modo di essere che diventa stile e può evitare di omologarsi alle mode…

Con intelligenza e consapevolezza, l’uomo sa scombinare e ricombinare tra loro i pezzi del guardaroba. Indossa, per esempio, il formalissimo abito monocolore – tanto preciso nella costruzione da risultare sciolto e destrutturato – sulla camicia aperta, senza cravatta. Per istinto e con ironia, ricerca la novità, senza rinnegare i codici che gli appartengono da sempre. Rinnovare e ritrovare: sintetizzando al massimo, il motto potrebbe davvero essere questo, per definire un comportamento di assoluta linearità…”

Gianfranco Ferré

Anche la scansione cromatica parla di antitesi che si stemperano in assonanze. Suggerisce uniformità che però permette molteplici variazioni sul tema, tanto semplici quanto sofisticate. Il leit motiv estivo è il bianco. Per nulla scontato o monocorde, modulato e sfumato. Un bianco, il più candido e luminoso, si oppone al nero. Un altro bianco, più smorzato e pacato, si accosta al color carruba. Un altro ancora al grigio…

Secondo una logica analoga, le scelte materiche si orientano tra opposizioni singolari e armonie inconsuete, tra leggerezze sorprendenti e corposità decise. Le tipologie sono collaudate e del tutto naturali: lana e cotone, seta e lino. Le diverse consistenze sono decisive nel determinare fogge e vestibilità dei capi. Le carature esprimono sempre l’eccellenza. La lana “180 S” e il cachemire extralight hanno la lievità della tela e disegnano giacche senza peso, da abbinare a pantaloni di cotone grosso. Mentre il cotone “sea island” – il più sottile del mondo – costruisce un parka estivo che pare sfidare la legge di gravità. Un inconfondibile gusto per ciò che è prezioso contraddistingue i pellami utilizzati per i blouson: coccodrillo e struzzo, rospo e karung, tutti alchemicamente virati in bianco…

Mescolare, interpretare, giocare. Oppure aggiungere e togliere, per reinventare le immancabili giacche “masquerade” da sera: sempre sfarzose, sono fatte di strati e strati di organza, moltiplicati e sovrapposti gli uni sugli altri e poi ritagliati e intagliati, ricamati e intarsiati. Con un effetto camouflage indicibilmente magico…

ua2005ai

“E’ del tutto normale che ogni mia nuova collezione prenda vita come progressiva puntualizzazione di codici, casistiche e segni che davvero mi appartengono e che vorrei traducessero l’essenza di uno stile al di là delle mode. Uno stile fatto di regole, norme e canoni, che tuttavia non mirano a costringere, né a imporre soluzioni precostituite. L’approccio al vestire è a misura di individualità, determinato da scelte che dipendono esclusivamente dalla volontà personale e persino dal piacere di esplorare, di ritrovare pezzi vissuti da combinare senza forzature con ciò che appartiene al presente: il blazer militare autentico con il dolcevita in cachemire, la mantella e l’impermeabile, anch’essi militari, con gli abiti più classici, gli anfibi, il pantalone multitasche e la cintura army. Perché, in definitiva, l’eleganza è soprattutto una questione di intenzionale coerenza…”

Gianfranco Ferré

Il grigio è l’anima di un formale autentico, inconfondibile, attuale, scandito da molteplici tipologie di gessato – con spaziature ipersottili o, al contrario, esagerate – che solcano i completi in flanella chinzata, in tasmania a caratura ultrapregiata, in cachemire. Le silhouette risultano asciutte e un po’ allungate, le costruzioni precise e impeccabili. Camicia e cravatta sono un complemento irrinunciabile. La severità urbana del grigio impronta anche la pelle e la pelliccia: struzzo, coccodrillo, foca artica, visone scandinavo…

Il blu d’inverno non può che essere intenso. E’ il blu delle notti nordiche che accresce la corposità dei cotoni spessi, del feltro, delle textures piatte opposte tra loro in giochi di lucido e opaco, di un panno compatto e grosso anche quando è di cachemire, con una resa ancora più tecnica del nylon. Materie ideali per costruire gli overcoat affusolati e sottili come astucci. Ancora blu per il montone e la maglia doppiati in weasel color grafite. Al dolcevita, in cachemire e seta, spetta un ruolo assoluto di protagonista…

Le modulazioni chiare e pacate della cera accentuano la scioltezza dei caban, dei montgomery e delle sahariane invernali in raso lavato, invecchiato e strapazzato, oppure in cordura di nylon, o in stuoia di lana, con gli interni caldissimi in volpe argentina o in ermellino estivo. Per strutturare i blouson più corti e sportivi risulta perfetta la prestanza un po’ rude della pelle di cavallo oliata e trattata a tintura naturale, o della crosta inglese. Al contrario, la duttilità del cachemire più morbido permette di inventare blazer inediti, dall’àplomb perfetto: sono realizzati in maglia jacquard a motivi che ricordano le tappezzerie “Hexagon” di John Aldridge e rivelano una fodera mossa da ombre appena leggibili riprodotte sulla seta, che rimandano ai bronzi di Paul Manship…

La sera assume le sfumature dense di mille metalli ossidati e arrugginiti – bronzo, rame, rutenio, titanio – che insieme al nero e al bianco evocano un’intenzione di sofisticata nonchalance. Sopra la camicia a smoking, con il papillon sciolto, è sufficiente mettere la vestaglia dandy; il twin set in cachemire è arricchito da ricami; il soprabito in lana double lucida ha l’essenzialità della perfezione. Una propensione consapevole all’eleganza che non può fare a meno dei “must have” Ferré al maschile: dalle camicie candide fatte di innumerevoli nastri in gros giuntati, sino all’exploit alchemico dei tuxedo “masquerade”, in cui prodigiosamente si sposano seta stampata e damasco, velluto vissuto e ricami, in un tripudio caleidoscopico di bagliori e riflessi…

ua1995ai

“Mi piace il vento aspro dell’Est. La forza vitale che porta con sé, la corsa al futuro che conserva istinti di rudezza e spontaneità… In questo passato che diventa presente, ho individuato le radici di certe forme elementari, ultra-anatomiche, vicine al corpo. Con spalle arrotondate, fortemente virili… In tessuti apparentemente corposi, che paiono ruvidi ma sono soffici e leggeri, ho trasfuso uno spirito quasi da asceta, duro, che evoca atteggiamenti spartani, confortati dalla morbidezza di camicie senza colletto, di flanella infeltrita… Alternando energia ed abbandono, purezza e sfarzo, ho disegnato una figura che ha il vigore dei ginnasti russi o di certi ballerini acrobatici: Vaslav Nijinsky, Michel Fokine, il clima dei Ballets Russes, la forza alata di Mikhail Baryshnikov…”

Gianfranco Ferré

SENSO DEL DINAMISMO

Scarpe svelte e confortevoli per un passo veloce e solido: stivali molli, suole di para molto porosa, scarpe con le suole di cuoio e la tomaia di tricot elastico. Maglieria leggermente elasticizzata per assecondare i movimenti: interlock, crêpe doppio e triplo con il rovescio di cashmere. Calzemaglie e pullover stretti, che disegnano il corpo nel pieno del dinamismo atletico. Blu, bianco e grigio palestra.

GUSTO DEL VESTIRE TRADIZIONALE

Giacche piuttosto allungate con il colletto stretto e l’abbottonatura alta. Fogge piccole e molto arrotondate, plasmate intorno al corpo, ma sempre slentate e slanciate. Fitta corposità dei tessuti tubici, realizzata con filati gonfi come la ciniglia, misti a crêpe di lana. Vestiti miele e marrone castagna completamente di maglia. Ricchi gessati con il filo di ciniglia in rilievo a colori vivi. Camicie di grosso nido d’ape, colletti di satin amovibili.

RICORDI DI UNA DIVISA

Ufficiali della flotta del Baltico, allievi della Scuola di Ballo di San Pietroburgo, soldati della Guardia, piloti, lavoratori delle acciaierie: retaggi di un formulario maschile mescolato e contraddetto dall’uso rilassato per il tempo libero…

Giubbotti da aviatore, di una misura almeno più grandi del necessario. Pelli di “foca” trattata (tinta di grigio, annerita, smerigliata per creare un effetto craquelé) e doppiata con l’orsetto. Giacche blu ton dettagli cachi, oro vecchio, bianco, come segni di antiche mostrine e gradi. La segnaletica del bottone per un’esigenza d’ordine. Giacche a colori fortissimi di fogge elementari, confortate dalle camicie bianche spesso sbottonate. Senza colletto o con il colletto piatto, di seta lavata, molle, quasi infeltrita.

DUTTILITA’ DEL PALTO’

Forme lunghe e costruite, colletti ridotti, sciancrature un po’ bombate, ampiezze cascanti. In alternativa, pelli vere e sintetiche come le fodere di certi impermeabili, completate dai pantaloni imbottiti. Astrakan leggero, schiarito con la soda per ottenere ombre e screpolature, misto a nylon. Trench di pelle. Giacche matelassé, così lunghe da sostituire il cappotto, portate con pantaloni color calcina e camiciotti morbidi da operaio.

SORPRESA DEL COLORE

Terra e nebbia, marrone e grigio. Splendore di tinte preziose: cobalto, lapislazzulo, malachite, il rosso delle lacche. Colori balcanici per i pullover diritti come una T-shirt, tricottati a patchwork vivaci. Le stesse note intense, come allegorie, ricorrono negli scozzesi e nei principe di Galles.

VIVO GUSTO PER IL DECORO

Un senso nuovo dell’ornamento si riappropria di disegni e fantasie dagli echi storici, tra Ottocento e primo Novecento. Con naturalezza, con normalità, ricorrono tocchi fantasiosi anche nel guardaroba più sobrio: fodere di jacquard cangiante che donano opulenza alle giacche gessate. Pantaloni a fantasie sovrapposte dove ogni disegno è fuso e mescolato, ricchi gilet, sontuose cravatte. Quadretti e principe di Galles accostati al broccato: memoria dell’eleganza di certi emigranti russi o dei dandy d’inizio secolo. Vanità e antica qualità sulle quali posa la patina del tempo e dell’uso.

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Calze – Cinture – Cravatte – Guanti – Occhiali – Scarpe – Sciarpe

Tessuti: Borgosesia – Campore – Canepa – Dondi Jersey – Ferla – Giuseppe Botto – Jackytex – Lanificio Colombo – Lanificio di Piacenza – Larusmiani -Limonta – Linea Ardizzone – Loro Piana – Manifattura Ferno – Manolo Borromeo – Mauro Spriano – Ratti – Serikos – Torello Viera

Filati: Filatura e Tessitura di Tollegno – Filoré – Filpucci – Zegna Baruffa

ua1993ai

“Tempi mutati, tempi – in un certo senso – più reali e severi, che mi portano a un conscio rifiuto dell’evasione e dell’esotismo, alla negazione dei revival. Che siano baronetti o figli dei fiori, mi appaiono come inutili allusioni e ricordi di fenomeni che mai potrebbero tornare uguali… Mentre forte, esigente, si fa strada la necessità della tradizione in cui far convivere comfort e realtà attraverso forme consolidate, determinate… Anche il senso dell’evasione si nutre della città e dell’ambiente urbano di certi sport, che si possono praticare o dei quali si ammirano i modi e le atmosfere. Come la boxe con i suoi echi classici… Ne deriva quel sano snobismo dell’essere come si vuole, del scegliere quel che si vuole…”

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 4 gennaio 1993)

Procedendo per istinti e sensazioni, costruendo il lessico di uno stile che si conferma e si arricchisce naturalmente, stagione dopo stagione, il gusto si delinea con sottigliezza, per passi logici. Così la giacca si allunga e il doppiopetto da quattro bottoni passa a otto. I colori squillanti sono immersi in una patina pastosa, che ha la profondità di un’ombra… I tessuti hanno un corpo e un volume che rendono più morbida la tonalità: il bianco e il nero delle lane spugnose, dei tessuti rigonfi ispirati alle magliette tecniche; il crêpe di lana blu lavorato a microtrecce; il pullover di ciniglie mescolate… Il gessato si moltiplica: blu copiativo sul nero, marrone scurissimo e mattone, verde abbinato al blu, blu a righe rosse o zucca…

Cambiando l’ordine degli addendi, il risultato cambia. Nell’aritmetica del gusto, è il modo di unire, assemblare, portare che disegna un’immagine nuova. Il cappotto di cammello – morbido come una vestaglia, come una coperta – si indossa sulla T-shirt e sul jeans gessato come sulla flanella. I blazer di cashmere, velluto liscio o ciniglia dai toni foschi (vinaccia, navy, verde pino) si completano con pantaloni e pullover neri, o con maglieria di ciniglia… Le giacche di lana che sembra cotta, di pesante satin in lana e seta, possono anche scegliere colori decisi, sfumature forti… Il trench color mastice, accorciato al ginocchio e con il colletto di montone, riscalda i vestiti di flanella. Gli abiti di lana gonfia (per l’intima ricchezza del filato) sono molli e sfoderati, con la quieta disinvoltura di un pullover…

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Calze – Cappelli – Cinture – Cravatte – Guanti – Occhiali – Ombrelli – Scarpe – Sciarpe

Tessuti: Bocchese – Boggio Casera – Borgomaneri – Bossi – Braghenti – Campore – Dondi Jersey – Ferla – Fila – Fintes – Jackytex – Lanificio Colombo – Larusmiani – Lessona – Limonta – Loro Piana – Manifattura Ferno – Manolo Borromeo – Moessmer – Ormezzano – Pontoglio – Rivertex – Solbiati – Solbiati Sasil – Sordevolo – Tessitura di Tollegno – Thomas – Torello Viera – IWS

Filati: Filpucci – Filatura di Tollegno – Linea Più – Zegna Baruffa – IWS

ua1989pe

“Una collezione rigorosa, coerente. Una scelta di qualità omogenea, alta, con le punte di certi tessuti, certi double di lino che richiedono un’attrezzatura e una mano d’opera specializzate… Una collezione ricca, completa, che risponde a tutte le necessità del guardaroba con una serie di proposte flessibili… Da leggere come la conferma di quella semplicità, elementarità e ricerca che connota la “Ferré Uomo”. Da rileggere cercando il filo sotterraneo e unificante di alcune suggestioni: marinaio inizio secolo, coloniale, estate in città anni trenta… Presenze che non si contraddicono, umori che si riconoscono anche se appena accennati perché appartengono alla tradizione dell’eleganza virile…”

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 27 giugno 1988)

Definizione di un guardaroba maschile per tipologie, somiglianze, assonanze, conseguenze.

FORMALE

Tessuti a crêpe; sete naturali opalescenti; gabardine a titoli fini cangianti; lino sostenuto e foderato da abito all’inglese; popeline di cotone e seta. Complementi: camicie di popeline a righe, lino bianco inamidato, cravatte di seta jacquard o stampate su georgette pesante, cintura di pellame prezioso alta quattro centimetri – com’é la regola -, scarpe chevron ultraleggere. Ma anche l’innovazione delle giacche di lino double, in cui la trama traspare in superficie.

DISINVOLTO

Reps di lana e cotone, gabardine di lana e cotone. Mischie corpose di viscosa e lana. Pekary lavorato. Volumi più ampi sia nei pantaloni sia nelle camicie. Giacche soft, quasi destrutturate. Tessuti di peso diverso accostati in monocromia.

Complementi: cinture in tubolare di cuoio smerigliato, morbido. Scarpe sciolte, sfoderate, con la suola di bufalo multistrato e microporosa perché sia elastica e comoda.

GINNICO

Comfort e mancanza di ostentazione, quasi un vago gusto per tutto ciò che é vissuto, recuperato, in un certo senso – tutto interiore e intellettuale – già appartenuto. Cashmere e lambswool uniti a mano, tricot di cotone a patchwork di punti. Argentine in organdis di cotone leggero. Oxford declinato dalla camicia alla giacca ai bermuda. Giacche a vento di lambswool accoppiato al bemberg. Camoscio peso piuma spalmato di gomma, pekary naturale, giuntato con cuciture piatte.

Complementi: scarpe tecnologiche, quasi senza stringhe. Suole di gomma e bufalo, calze di cotone consistente.

DETTAGLIATO

Orologi, occhiali, accessori in pelle.

Oggetti design di un progetto firmato Ferré di alta tecnologia e di avanzata ricerca.

Tessuti: Bocchese – Boggio Casera – Bonotto – Braghenti – Calvino – Carpini – Cugnasca – Dondi Jersey – Ferla – Fila – Fintes Hausammann e Moos – Jackytex – Larusmiani – Lessona – Loro Piana – Mantero – Rivertex – Solbiati Sasil – Tessilidea Tessitura di Tollegno – Torello Viera – IWS

Filati: Filati Pucci – Filatura di Tollegno – Lineapiù – Ricignolo – Zegna Baruffa – IWS

Foto: Babic

ua1987ai

Per un vestire tra norma e forma,

che l’impermeabile sia in vera gabardine di lana, rifinito con puntiglio sartoriale, e la giacca di vero harris, intenerito da un filo di mohair (l’anima è morbida, ma l’aspetto ruvido).

Che il trench ultraleggero sia sciolto e abbondante, e il cappotto per guidare corto e ben costruito.

Che la linea sia decisa e lo spirito severo: ogni colore secondo tradizione, il blu dov’è canonico l’uso del blu, il grigio e il nero come vuole l’abitudine. Ma anche gamme indefinite di colori, mescolate fino a ottenere un effetto monocromatico.

Che il disegno sia compatto (rinforzando la pelle con fodere di tela in modo che sembri più consistente pur restando elastica) e la qualità, artigianale (sostenendo con impunture in pelo di cammello l’interno dei cappotti).

Che i tessuti, anche i più rari, abbiano un’apparenza familiare ma lo spirito sia sofisticato: il crêpe doppio imita la lana, il jersey interlock sembra un tricot, il mohair è lavorato a rovescio come una gabardine, la baby alpaca si mescola al lambswool.

“Credo nell’abbigliamento formale … Negli abiti classici che possono – anzi devono – essere confortevoli, ma senza mescolare i ruoli, confondere le situazioni. Perchè il vestire da città ha regole precise, come il tempo libero, e risponde a un codice già verificato. Ma si possono scambiare le esperienze, questo sì, e travasare certe soluzioni. Così, parte della ricerca svolta per la Gianfranco Ferré, che è una collezione formale, confluisce nella Oaks, che invece è informale. Ma ognuna si riferisce a momenti diversi, a usi diversi…

L’uomo che sceglie Ferré applica lo stesso principio di un collezionista o di un finanziere che gioca in borsa: sapendo che vestire è un piacere, sceglie cose molto belle, molto solide, che durano a lungo. Sono infatti convinto che sia l’obsolescenza, il sempre nuovo che appare subito già vecchio, a inflazionare il pianeta moda”.

(da una conversazione con Gianfranco Ferrè del 5.1.1987)

Tessuti: Boggio Casero – Braghenti – Calvino – Carpini Capritex – Dondi Jersey – Fila – Fintes – Gommatex – Hausammann e Moos – Its Artea – Larusmiani – Lessona Limonta – Loro Piana – Lanificio Piacenza – Redaelli Velluti – Rivertex – Tollegno – Torello Viera – Whiteley e Green.

Filati: Biagioli – Cardintex – Filatura di Tollegno – Lineapiù – Ricignolo – Texwell

Gianfranco Ferrè ringrazia CESARINI SFORZA per lo spumante.

ua2002ai

“Quando ho cominciato a disegnare la collezione, a scandirla per momenti ed occasioni, mi sono accorto che prevalevano suggestioni di libertà e di essenzialità, rafforzate dalla volontà di rileggere le formule abituali del vestire in un’ottica di scioltezza e di solidità. Per questo, ho voluto correggere la natura formale di certi canoni con accenti sportivi ed una propensione spiccata al comfort, che si traduce in una linea più comoda e dettagli di intelligente praticità. Così, la giacca in tweed bianco e nero è dotata di un gilet attrezzato, tasche a soffietto rifinite con precisione, soffietti a carniere sulla schiena. Il gilet, costruito con rigore e perfezione, è però in tecno-pelliccia e si infila sopra la giacca senza intaccarne l’agilità.

Per sciogliere ancora di più le forme, ho svuotato l’interno di spalline e imbottiture, lasciando soltanto una leggera arricciatura alla spalla, che dà alla linea della giacca un’assoluta naturalezza. Nella logica della radicalità, la giacca risulta dichiaratamente oversize: non semplicemente larga, ma almeno di un paio di misure più ampia, se si porta con il pullover a collo alto. Oppure è decisamente asciutta e snella, fino a sembrare una fodera sul corpo, virata in tinte pastello che mi piace definire austriache, perché mi ricordano quelle delle ceramiche e dell’Augarten Porzellan.

Superando tipologie scontate – soprattutto blouson, parka e giubbotti – ho fuso in modo insolito il formale e l’informale, attribuendo dotazioni tecnico-sportive ai pezzi iperclassici del guardaroba. Sottolineando, al contempo, la necessità di coprire, riscaldare, proteggere dalle temperature sottozero. Ho imbottito, per esempio, il consueto paltò da città, trasformandolo in cappotto-piumino, che sia di cachemire Principe di Galles, che sia di tweed, o gessato bianco e nero, con l’interno in materiale termoisolante. A prova di grande freddo, ho imbottito anche le giacche in tessuti più leggeri. A sorpresa, ho realizzato il paltò sartoriale in denim, associandolo al pantalone di velluto stretch, che sembra solcato da pieghe e striature dovute all’uso. Ho coibentato il camoscio per lo scarponcino che ricorda le vecchie scarpe da basket ed ha la suola in gomma abbastanza alta da creare un’ulteriore barriera contro il gelo.

Con volontà deliberata, ho accostato segni di normalità, dichiarazioni di eccentricità e manipolazioni alchemiche. Ho mescolato il nero al grigio in maniera desueta anche se volutamente rigorosa. Assortendo flanelle e cachemire, li ho privilegiati insieme al velluto, che offre il piacere ed il vantaggio di superfici più dolci del normale cotone. Ho voluto i loden tradizionali in sfumature marroni e grigio nebbia, ma anche i velluti e i fustagni in versione tartan, avvicinati a stampe mimetiche in cavallino, vagamente absburgiche. Ho abbinato alle severe giacche da sera blu notte con i revers alti e chiusi i cappotti di grossa tela di cotone stretch imbottiti di pelle bordeaux. Insieme a cravatte e maglie finissime che paiono lavorate ai ferri, sciarpe in visone stropicciato ed appiattito dal lavaggio, soprabiti in seta foderati con la pelliccia di castoro traforata ed aerea.

Sono i segni di un’eleganza personalissima, che mi richiama alla mente certe immagini di Gustav Mahler, ritratto con le mani in tasca sotto le arcate dell’Opera di Vienna. Oppure stretto nel cappotto scuro, mentre attraversa la Piazza della Città Vecchia di Praga sferzata dal vento. E forse dalla Storia…”

Gianfranco Ferré

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Cinture – Cravatte – Occhiali – Scarpe – Sciarpe

Tessuti: Bemberg Cupro – Bonotto – Campore – Clerici – Colombo – Ferla – Fila – Fratelli Ormezzano – Fratelli Bacci – Giuseppe Botto – Gruppo Dondi – Jackytex – Leomaster – Lessona – Limonta – Loro Piana – Manifattura Ferno – Manolo Borromeo – Mauro Spriano – Moessmer – Oreste Boggio Casero – Piacenza – Pontoglio – Redaelli Velluti – Ricceri – Serikos – Sordevolo – Tessile Sperimentale – Tessitura di Quaregna – Tessitura di Tollegno – Torello Viera – Verga

Fashion Show Production: Sergio Salerni – e20

Musica: Matteo Ceccarini

ua1999ai

“Nel vestire che cambia, niente cambia più del vestire da uomo, con le sue impreviste combinazioni di libertà e di atteggiamenti. Una miscela ad alto tasso di variabilità che obbliga anche te, che stai disegnando, ad esprimere una concretezza, una ragione d’essere dei singoli pezzi ed elementi che poi ognuno declina ed adatta secondo lo spirito e la propria personalissima volontà di volare.

A questo punto del percorso, allo stilista spetta il compito di realizzare – in modo quasi emblematico – il formulario della buona qualità, della naturalezza, di quella sofisticazione che nasce dalla solidità consapevole del gusto. Così, ho lavorato secondo questo spirito elementare, spontaneo, ma certo non minimale. Anzi, direi lussuoso, perché ho applicato le tecnologie più avanzate a materiali puri quali lana, cachemire e feltro di cachemire, pressato come quello dei cappelli.

Ho dato sveltezza e dinamismo ai caratteri formai della giacca e del cappotto, rinforzando, trapuntando, gonfiando in alcuni punti la struttura e foderando il paltò con uno strato leggero di piume d’oca e di pellicola termocoibente. Al jeans, protetto con un trattamento simile a quello usato per le tute da moto, ho aggiunto solidità e spessore. Per suggerire un senso di massima scioltezza che rimandi alla natura del capo, dei volumi, degli elementi che lo compongono, si può passare dal visone autentico al visone artificiale per gli interni, dal nylon alla foca per i giubbotti larghi. Mentre i paltò di feltro sono approntati con accuratezza tradizionale ed i cappotti di normalissima lana, per contrasto, sono tagliati con il laser.

Il comfort della forma a uovo, avvolgente, quasi tonda, è sottolineato, a parere mio dalla scelta morbida dei colori: marrone bruma misto a viola e grigio, verde unito all’acciaio, avorio e il classico cammello con il nero assoluto. Ma ho voluto realizzare anche una linea più asciutta e sartoriale, con revers piccoli e con spalle costruite ed accentuate da sottospalline di crine. Senza compiacimenti e lusinghe.

Certi narcisismi, mi sembra, sono stati superati dalla libertà dei gesti. Più che narciso, oggi l’uomo è libero: libro di scegliere, di mescolare il giorno alla sera, di portare la T-shirt sotto il cappotto non come indizio di raffinatezza, ma di barbara esultanza. E perfino il breitschwanz sulla flanella perde ogni allusione classica per colare come una macchia d’olio. Una pennellata selvaggia di silicone…”

Gianfranco Ferré

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Calze – Cinture – Cravatte – Guanti – Occhiali – Scarpe – Sciarpe

Tessuti: Agnona – Bartolini – Bemberg Cupro – Bonotto – campore – Cerici – Colombo – Cugnasca – Dondi Jersey – Ferla – Fila – F.P.R. – Girani – Giuseppe Botto – Jackytex – Lessona – Limonta – Loro Piana – Manifattura Ferno – Manolo Borromeo – Mauro Spriano – Moessmer – Piacenza – Pontoglio – Redaelli Velluti – Ricceri – Serkos – Soies de France – Torello Viera – Verga – zamori

Show Production: Sergio Salerni – e20

ua1999pe

“La scioltezza rilassata del tutto nero anche d’estate, il comfort della linea e delle nuove strutture, l’intelligenza di formule che, della qualità, fanno la giusta misura degli investimenti…

Ho tradotto questo percorso logico ed insieme estetico nel concetto di reversibilità. Quindi, giacche di voile che, rigirate, mostrano l’interno uguale all’esterno. Ma anche stoffe doppiate o double, in lino e lana, foderate di voile, dall’effetto ipersottile e fluido sul corpo. Interni insolitamente portati all’esterno, tessuti usati per i rinforzi da sartoria trasformati in canape o in sete…

Mi sono accorto, disegnandola, che circolava un vago senso di narcisismo in questa collezione. Il piacere di essere libero da ogni complesso e rigidità, con la consapevolezza di mostrare quello che si è o che si vuole gli altri vedano. Seta, dunque. Gabardine di seta simile al denim, abiti impeccabili in taffettà, in faille…

Se ogni tessuto è trasformato da invenzioni ed alchimie, la pelle appare stropicciata come se fosse stata infilata in tasca, le camicie sembrano solide come giacche. Le giacche sfoderate leggere come camicie. Il denim a tripla ritorcitura appare leggero e malleabile: da tagliare, modellare, foderare, costruendo giacche calibratissime e quasi sartoriali, nervaturando le pieghe per conferire ufficialità al jeans più tradizionale, ma con un aspetto lussuoso…

Con spirito di perfetta innocenza e gusto di scolastica trasgressione, ho preparato pantaloni stretti e piccoli di taffettà, uno sportswear elegantemente disinvolto di faille o di raso di cotone, per dare tocchi di luce senza cadere nel colore. Così, la sabbia sporca il nero e lo tramuta in beige, ma i colletti non sono mai stati così bianchi…

Anche il passo all’insegna del comfort: suole in poliuretano aerato, per zoccoli in cocco, in legno molleggiato o in gomma iperlucida. Tradizione ed ancora trasgressione: cocco con legno, gros con gomma, gomma con cuoio … ”

Gianfranco Ferré

Accessori GIANFRANCO FERRE’: Calze – Cinture – Cravatte – Guanti – Occhiali – Scarpe – Sciarpe

Tessuti: Bartolini – Bemberg – Bocchese – Bonotto – Bossi – Campore Canepa – Clerici Tessuto – Colombo – Dondi Jersey – Ferla Fintessile – Girani – Jackytex – Lessona – Limonta – Loro Piana – Manifattura Ferno – Manolo Borromeo – Mauro Spriano – Paganini – Paolo Gilli – Ricceri – Serikos – Solbiati Sasil – Sordevolo – Spence Bryson – Taroni – Tessitura di Quaregna – Tessitura di Tollegno – Torello Viera – Verga

Hair-style: Aldo Coppola per L’Oréal Professionnel

ua1986ai

“Il comfort come educazione della mente. Un comfort elementare per proporzioni e per materia: il jersey povero – la felpa – utilizzato nei veri capi spalla, cappotti, giacche, pantaloni. Le mischie di filati nobili, seta e cashmere, seta e camelhair, che danno un aspetto scattante e insieme morbido. L’interlock di alpaca per la maglieria, piatta ed elastica. E, sotteso a ogni capo, costante, un senso di pulizia e una semplicità che non ne occultano la prestanza e lo slancio: perchè ho delineato una chiave modernista del vestire tradizionale senza costrizioni e, direi, senza premeditazioni. Tutti i colori si mescolano, tutte le forme sono previste e compatibili, ma l’immagine risulta forte. Compatta.”

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 7.1.1986)

Design. Ritornano la spalla tonda, la vita segnata dai tessuti gonfi ed elastici, il blusotto – per chi vuole un over corto e caldo – e il paltò aderente, stretto, lungo che equivale al cappotto classico di ieri – per chi preferisce un capo lungo. Grande varietà di forme nella maglieria: niki, polo, gilet, cardigan, sweater a collo alto.

Dettaglio. I bottoni sono nascosti. La toppa, caratteristica del tricot Ferrè, è talmente voluminosa da coprire l’intera spalla. La cravatta è a disegni complessi e soffusi, tono su tono: grandi bandiere che sventolano su uno sfondo a puntini. Virgole cashmere l’una sull’altra, per un gioco di macro-strutture e di gigantismi. Fondi operati, ottenuti con una sovrastampa a pigmenti.

Evoluzione. Il jersey trattato a tessuto per cappotti dalla consistenza nuova. Il panno gommato all’esterno e craquelée, forte e resistente come un montone. La lana ristrutturata, che mescola al pelo un filo sottile per ottenere una trama flessibile. La camicia e i pantaloni di peso uguale e di uguale tessuto, per sottolineare il gusto della divisa. Il camoscio o il cuoio a concia vegetale dall’aspetto lucido, quasi fosse già stato usato, che si schiarisce lungo le cuciture.

Perfezionismi. La giacca di velluto, il gilet a doppio petto con il rever rialzato che rende di fatto invisibile la camicia; la giacca di velluto mosto con i pantaloni di velluto nero; il blazer di vicuna con i pantaloni smoking e il pullover a collo alto. Uguali eleganze per la notte: la vestaglia in doppia vyella, l’accappatoio foderato di spugna, il pigiama e la vestaglia coordinati. Ma anche i pantaloni del pigiama e la niki di felpa, o di alpaca, come pratica tenuta da casa.

Rilassatezze. I colori mescolati con quella noncuranza che è indizio di una cura raffinata: dagli ocra al cammello, dai blu ai neri, l’intera gamma dei neutri e dei freddissimi. Uniti, sovrapposti, articolati l’uno sull’altro, compresa la palette dei rossi fino a un’intensa sfumatura vino.

Tessuti: Bocchese – Boggio Casero – Braghenti – Calvino Carpini – Dondi Jersey – Fila – Fintes – Hausammann e Moos – Its Artea – Larusmiani – Lessona – Limonta – Loro Piana – Ormezzano – Rivertex – Torello Viera – Whiteley e Green

Filati: Cardintex – Lanificio dell’Olivo – Lineapiù – Ricignolo -Zegna Baruffa –

Foto: Bob Krieger

ua1986pe

“Ho pensato a una nuova scioltezza, a una souplesse che nasce da una cultura ben radicata, che restituisce il piacere di certi materiali, di certi accostamenti, che diventa gusto, scelta, comportamento. Ma tutto nel comfort, nella matrice di una educazione tradizionale…. Come tradizionale è il mio modo di pensare all’abbigliamento maschile, costruito con un senso del relax, una disinvoltura che è diventata ormai il lessico del mio lavoro. Se dovessi scegliere una parola, una frase che segna la collezione, direi: senza problemi. Senza problemi, il blu, che con lo stesso spirito diventa nero, o marrone fino al bordò, e si mescola al bianco. Senza problemi, il giubbotto, se è necessario. O la giacca, o il completo. Con una maturità di comportamento, una sicurezza che è il segno più preciso del gusto”.

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 2/7/85)

Nuovo relax. Con il jersey di lana e lino, o di lino e viscosa. Per giacche dove è rispettato ogni canone sartoriale, ma sciolte e destrutturate.

Nuovo rigore. Con un’immagine vagamente “uniforme”: argentina e pantaloni dello stesso colore e consistenza, a volte completate dalla giacca. La giacca che annulla il valore della camicia, con il collo all’impiedi, rigoroso. La camicia stretta, da portar fuori dai pantaloni, con tagli sbiechi che ridimensionano l’ampiezza. Il blu rinfrescato dalla tela Cina, i neutri, i coloniali.

Nuova fermezza. Con l’identica modellazione in materiali diversi: la maglia nido d’ape in cotone povero, la seta nobile a toni brillanti. Sempre la felpa, ma in lana e nel colore più tipico: il blu. Sempre i completi classici di grisaglia, lino, gessato a punta spillo: doppiopetto, camicia bianca e cravatta regimental, pois, rigata. Ma anche mimetica, quasi invisibile, ghiaccio su bianco.

Nuova praticità. Con l’impermeabile molto lungo, ma anche molto leggero in toni densi. Oppure al ginocchio, di solido canvas, o di tela doppiata e sostenuta, o di gabardine rigida. Con il giubbotto diritto, che non segna la vita e non fascia i fianchi. Con la camicia di taglio elementare, in drill smerigliato, seta, popeline. Ma anche con un certo spessore, una consistenza: in tela Cina, gabardine di lino, lavato perchè perda rigidità e diventi lucido. Oppure stampata: pois sopra pois, grafismi da cravatta, simboli ingigantiti.

Nuova disinvoltura. Con pantaloni “a righe cameriere” blu su rosso, il blazer blu e la camicia color pesca, da play-boy. (Ma il blazer blu si presta a sei combinazioni diverse). Con il fresco di lana formale abbinato alla t-shirt. Con le righe materasso mescolate alla pelle ultra light, cucita al vivo. Con le scarpe in pelle di cervo e la suola a più strati in pelle di bufalo. O le espadrillas di tela rossa e rosa. O con i mocassini dalla suola di gomma e la tomaia di pelle sfoderata, tipo pantofola.

Nuova formalità. Con le giacche-smoking in tela di seta o picché di cotone sulla polo bianca. Con il blazer di lino corposo, ma di struttura sciolta. Con i tocchi di rosa e di rosso sui pantaloni tradizionali.

Tessuti: Bocchese – Boggio Casero – Bonotto – Braghenti – Calvino – Carpini – Dondi Jersey – Ferla – Fila – Fintes – Helitex – Its Artea – Larusmiani – Lessona – Limonta – Loro Piana – Rivertex – Solbiati Sasil – Torello Viera

Filati: Filati Pucci – Filatura di Tollegno – Ricignolo

Foto: Bob Krieger

Gianfranco Ferré ringrazia la Banca Popolare di Milano che gentilmente ha acconsentito la presentazione della collezione nel suo palazzetto Corio Casati di Milano.

ua1986ai

“Il comfort come educazione della mente. Un comfort elementare per proporzioni e per materia: il jersey povero – la felpa – utilizzato nei veri capi spalla, cappotti, giacche, pantaloni. Le mischie di filati nobili, seta e cashmere, seta e camelhair, che danno un aspetto scattante e insieme morbido. L’interlock di alpaca per la maglieria, piatta ed elastica. E, sotteso a ogni capo, costante, un senso di pulizia e una semplicità che non ne occultano la prestanza e lo slancio: perchè ho delineato una chiave modernista del vestire tradizionale senza costrizioni e, direi, senza premeditazioni. Tutti i colori si mescolano, tutte le forme sono previste e compatibili, ma l’immagine risulta forte. Compatta.”

(da una conversazione con Gianfranco Ferrè del 7.1.1986)

Design. Ritornano la spalla tonda, la vita segnata dai tessuti gonfi ed elastici, il blusotto – per chi vuole un over corto e caldo – e il paltò aderente, stretto, lungo che equivale al cappotto classico di ieri – per chi preferisce un capo lungo. Grande varietà di forme nella maglieria: niki, polo, gilet, cardigan, sweater a collo alto.

Dettaglio. I bottoni sono nascosti. La toppa, caratteristica del tricot Ferrè, è talmente voluminosa da coprire l’intera spalla. La cravatta è a disegni complessi e soffusi, tono su tono: grandi bandiere che sventolano su uno sfondo a puntini. Virgole cashmere l’una sull’altra, per un gioco di macro-strutture e di gigantismi. Fondi operati, ottenuti con una sovrastampa a pigmenti.

Evoluzione. Il jersey trattato a tessuto per cappotti dalla consistenza nuova. Il panno gommato all’esterno e craquelée, forte e resistente come un montone. La lana ristrutturata, che mescola al pelo un filo sottile per ottenere una trama flessibile. La camicia e i pantaloni di peso uguale e di uguale tessuto, per sottolineare il gusto della divisa. Il camoscio o il cuoio a concia vegetale dall’aspetto lucido, quasi fosse già stato usato, che si schiarisce lungo le cuciture.

Perfezionismi. La giacca di velluto, il gilet a doppio petto con il rever rialzato che rende di fatto invisibile la camicia; la giacca di velluto mosto con i pantaloni di velluto nero; il blazer di vicuna con i pantaloni smoking e il pullover a collo alto. Uguali eleganze per la notte: la vestaglia in doppia vyella, l’accappatoio foderato di spugna, il pigiama e la vestaglia coordinati. Ma anche i pantaloni del pigiama e la niki di felpa, o di alpaca, come pratica tenuta da casa.

Rilassatezze. I colori mescolati con quella noncuranza che è indizio di una cura raffinata: dagli ocra al cammello, dai blu ai neri, l’intera gamma dei neutri e dei freddissimi. Uniti, sovrapposti, articolati l’uno sull’altro, compresa la palette dei rossi fino a un’intensa sfumatura vino.

Tessuti: Bocchese – Boggio Casero – Braghenti – Calvino Carpini – Dondi Jersey – Fila – Fintes – Hausammann e Moos – Its Artea – Larusmiani – Lessona – Limonta – Loro Piana – Ormezzano – Rivertex – Torello Viera – Whiteley e Green

Filati: Cardintex – Lanificio dell’Olivo – Lineapiù – Ricignolo -Zegna Baruffa –

Foto: Bob Krieger

ua1986pe

“Ho pensato a una nuova scioltezza, a una souplesse che nasce da una cultura ben radicata, che restituisce il piacere di certi materiali, di certi accostamenti, che diventa gusto, scelta, comportamento. Ma tutto nel comfort, nella matrice di una educazione tradizionale…. Come tradizionale è il mio modo di pensare all’abbigliamento maschile, costruito con un senso del relax, una disinvoltura che è diventata ormai il lessico del mio lavoro. Se dovessi scegliere una parola, una frase che segna la collezione, direi: senza problemi. Senza problemi, il blu, che con lo stesso spirito diventa nero, o marrone fino al bordò, e si mescola al bianco. Senza problemi, il giubbotto, se è necessario. O la giacca, o il completo. Con una maturità di comportamento, una sicurezza che è il segno più preciso del gusto”.

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 2/7/85)

Nuovo relax. Con il jersey di lana e lino, o di lino e viscosa. Per giacche dove è rispettato ogni canone sartoriale, ma sciolte e destrutturate.

Nuovo rigore. Con un’immagine vagamente “uniforme”: argentina e pantaloni dello stesso colore e consistenza, a volte completate dalla giacca. La giacca che annulla il valore della camicia, con il collo all’impiedi, rigoroso. La camicia stretta, da portar fuori dai pantaloni, con tagli sbiechi che ridimensionano l’ampiezza. Il blu rinfrescato dalla tela Cina, i neutri, i coloniali.

Nuova fermezza. Con l’identica modellazione in materiali diversi: la maglia nido d’ape in cotone povero, la seta nobile a toni brillanti. Sempre la felpa, ma in lana e nel colore più tipico: il blu. Sempre i completi classici di grisaglia, lino, gessato a punta spillo: doppiopetto, camicia bianca e cravatta regimental, pois, rigata. Ma anche mimetica, quasi invisibile, ghiaccio su bianco.

Nuova praticità. Con l’impermeabile molto lungo, ma anche molto leggero in toni densi. Oppure al ginocchio, di solido canvas, o di tela doppiata e sostenuta, o di gabardine rigida. Con il giubbotto diritto, che non segna la vita e non fascia i fianchi. Con la camicia di taglio elementare, in drill smerigliato, seta, popeline. Ma anche con un certo spessore, una consistenza: in tela Cina, gabardine di lino, lavato perchè perda rigidità e diventi lucido. Oppure stampata: pois sopra pois, grafismi da cravatta, simboli ingigantiti.

Nuova disinvoltura. Con pantaloni “a righe cameriere” blu su rosso, il blazer blu e la camicia color pesca, da play-boy. (Ma il blazer blu si presta a sei combinazioni diverse). Con il fresco di lana formale abbinato alla t-shirt. Con le righe materasso mescolate alla pelle ultra light, cucita al vivo. Con le scarpe in pelle di cervo e la suola a più strati in pelle di bufalo. O le espadrillas di tela rossa e rosa. O con i mocassini dalla suola di gomma e la tomaia di pelle sfoderata, tipo pantofola.

Nuova formalità. Con le giacche-smoking in tela di seta o picché di cotone sulla polo bianca. Con il blazer di lino corposo, ma di struttura sciolta. Con i tocchi di rosa e di rosso sui pantaloni tradizionali.

Tessuti: Bocchese – Boggio Casero – Bonotto – Braghenti – Calvino – Carpini – Dondi Jersey – Ferla – Fila – Fintes – Helitex – Its Artea – Larusmiani – Lessona – Limonta – Loro Piana – Rivertex – Solbiati Sasil – Torello Viera

Filati: Filati Pucci – Filatura di Tollegno – Ricignolo

Foto: Bob Krieger

Gianfranco Ferrè ringrazia la Banca Popolare di Milano che gentilmente ha acconsentito la presentazione della collezione nel suo palazzetto Corio Casati di Milano.

ua1984pe

“Ritornare alle radici, a un gusto europeo… Nizza, Cannes, Venezia… passeggiate in niki blu e pantaloni di lino stropicciati… gesti consueti, piacere di assaporare parole e forme classiche… Ricercare la semplicità più complessa per arrivare a una nuova tradizione dell’abito maschile… Vestirsi per sè e non per ostentazione di sè… Riproporre tessuti, materiali, accostamenti senza l’equivoco del déjà-vu… Non diversamente dallo scrittore davanti al foglio bianco, ripulire, eliminare gli eccessi, andare all’essenza delle cose. Ricordando l’asciuttezza composta di Frederick Forsyth o di Raymond Chandler…”

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferrè, luglio ’83)

Ri-comporre il colore. I bianchi tagliati con i neutri o con un algido color mastice. Una base virile di bordeaux, verde biliardo, blu opaco con una punta di grigio. Toni ben definiti e vitali.
Re-interpretare il tessuto. Crêpe di lana doppio (per giacche sfoderate e impalpabili). Picchè di lana, grisaglia scattante di lino e lana. Shantung di lana. Madras di seta e lino. Righe liftier in seta (le sfumature si intridono, si impastano, si frantumano). Effetti di grisaglie inglesi a trama aerata. Seersucker, gabardine di cotone rigato leggerissimo (ma per i pantaloni). Intercambiabilità tra i tessuti dei completi e degli spezzati.
Re-inventare i materiali. Patchwork di lavorazioni per il tricot. L’elasticità della costa si articola negli snodi (gomiti, giro-manica), mescolando pekari da guanto e maglia, panno peso piuma e maglia. Doppia faccia per la pelle: reversibile, camoscio e cinghiale in tonalità diverse, incorniciato da coste bicolori. Camoscio peso piuma per le polo e i pantaloni.
Ri-costituire la giacca. Spalle morbide, ma non spioventi, o tagliate in sbieco per dare enfasi alla figura (senza alterare le dimensioni). Un’accresciuta possibilità di movimenti ottenuta con sbiechi al giro manica. La leggerezza del tessuto camicia per moltiplicare le sfumature: esterno su interno, liberamente. La formalità del blazer blu alleggerita dalla lana ad armatura lucida e dai pantaloni nero carbone. Per la sera, lo smoking bianco in fresco di lana con i pantaloni in picchè di cotone. La giacca a righe pigiama sulla t-shirt in filo di scozia e pantaloni neri da smoking.
Ri-disegnare i pantaloni. Scivolati, stretti in vita da cinghiette che calibrano il volume. Lino, seta mista a lino per alleggerire la “mano”.
Ri-valutare la camicia. Pieghe e soffietti per costruire l’ampiezza. Nel rispetto dei canoni classici: popeline, lino, seta fil à fil, collo a giro.

Tessuti: Bocchese – Bonotto – Braghenti – Dondi Jersey – Ferla – Fila – Fintes – Guabello – Helitex – Its Artea – Jackytex – Larusmiani – Loro Piana – Solbiati Sasil – Testa Torello Viera

Filati: Filati Pucci – Filatura di Tollegno – Ricignolo _

Foto: Bob Krieger

Ringraziamo
DETTO PIETRO Srl. – DIVISIONE CICLO – Milano – per la fornitura di biciclette RALEIGH.
RAVIZZA SPORT per la fornitura degli attrezzi da pesca
A.C.C. ASSOCIAZIONE CURLING CORTINA per la fornitura dell’equipaggiamento da curling.
PIERO DELLA VALENTINA per la fornitura dei pallets

da2006pe

Il candore, la leggerezza, un tocco di frivolezza, consapevole e dunque composta: mi risulta facile, quasi spontaneo, sintetizzare in queste parole le emozioni che percorrono la mia nuova collezione. Sono questi i segni distintivi della femminilità che ho voluto raccontare, gioiosa e solare, eppure sobria e aggraziata. Una femminilità appassionata e riservata, che fa pensare alle donne latino-americane, hermosas y preciosas…

… Il candore è quello della luce intensa di mezzogiorno che si riverbera sulle facciate degli edifici coloniali e delle fastose cattedrali messicane. Il bianco non è soltanto un colore: è una dichiarazione di vitalità e di purezza. L’ho scelto per scandire una parte importante della collezione, connotata da linee e volumi nitidi e precisi: nelle giacche, nei blouson e nei pullover piccoli – ravvicinati alla figura e ridotti sulle spalle – che si oppongono alle gonne arrotondate sui fianchi, appena scese in vita e decisamente vincenti sui pantaloni, che, quando ci sono, non superano la lunghezza del bermuda per lasciare libere le gambe. In un equilibrio raffinato tra essenzialità ed enfasi, il candore del bianco declina immancabilmente le bluse di organza, mosse da mille piegoline fittissime, lavorate a punto smock o nido d’ape, profilate da nappine e ponpon, arricchite da sontuose maniche a sbuffo, a balloon, a nuvola… Per attenuare il riverbero accecante del bianco, l’ho affiancato alle più calde e dense tonalità del legno – bois de rose, sandalo, palissandro, mogano – che talora sconfinano nelle sfumature non meno intense dei fiori selvaggi della Sierra: rosso sangue, cinabro, carminio…

… La leggerezza è, innanzitutto, quella delle materie dell’estate, il voile di cotone e la georgette in particolare, che ho utilizzato anche per i capi sport, così da conciliare freschezza e comfort. Persino la pelle dei giubbini in bufalo e in cervo – in sé corposa e granulosa – diventa alchemicamente duttile e morbida, acquistando una consistenza simile a quella del popeline. Sfidando la legge di gravità, tutto è lieve, anche quando sulle superfici risaltano pizzi e ricami preziosi, accanto a una serie infinita di lavorazioni minuziose nei motivi a filet, a punto pieno, ad ajour, a crochet, a macramé doppio, a trafori floreali, non di rado assemblati a patchwork nelle giacche e nei pullover. Anche le borse paiono non avere peso, sono esagerate nelle dimensioni e flosce come bisacce, si portano a tracolla e quasi si avvolgono al corpo. Ma la leggerezza può essere anche la nonchalance di un gesto, di un vezzo, che induce a stringersi addosso lo scialle a mantilla in finissima maglia di seta a righe bajadère, oppure in cotone a trama grossa, per proteggersi dalla brezza della sera lasciando fluttuare la gonna volante in tulle ricamato…

… La frivolezza, in verità, è tripudio, vivacità, magia. E’ l’opulenza incantata che ho voluto esplodesse soprattutto di sera. Nei pizzi dorati e nelle cascate di catene tintinnanti e risplendenti, che richiamano alla mente i gioielli sacri della Virgen de Guadalupe. Nelle T-shirt velatissime – sexy e caste insieme perché lasciano nude le spalle ma coprono il collo – tempestate di pietre dure, di boule argentee, di applicazioni dorate e sbalzate. Nelle gonne e negli abiti aerei, anche se sontuosi nelle dimensioni, rigorosi nell’aplomb architettonico, mossi da balze di colori diversi, solcati e arricciati da nastri in gros grain, rialzati sul davanti e allungati dietro in un accenno di strascico… La frivolezza, infine, conferisce un appeal intrigante agli zoccoli e ai sandali a listini intrecciati: svettanti sui plateau di legno sagomato ed inguainato nel camoscio impalpabile color nudo, danno slancio e solidità alla figura, scattante e ieratica, che riflette la sua ombra paseando per le vie e le piazze della città, sfidandone la calura. In attesa che arrivi il tramonto…”.

Gianfranco Ferré

ua1983pe

Identificazione di un uomo
“Mi piace pensare che il protagonista sempre coerente, sempre uguale, eternamente forte, sia stato superato. E che l’uomo abbia invece raggiunto, attraverso le esperienze, il modo di vivere, i cambiamenti di gusto e di costume, un rapporto con se stesso. Direi addirittura fisico, con la propria faccia. Quindi sia diverso, secondo i momenti e le occasioni. Se lavora al Fondo Monetario, la responsabilità e il ruolo esigono si presenti come un business-man. Se viaggia – e credo avvenga spesso, per scelta e per affari – assorbe i colori, il clima, la rilassatezza dell’ambiente. Li conserva dentro di sè come una nostalgia. È quel sentimento indefinito che i grandi cosmopoliti chiamano mal d’Africa, mal d’India. La somma di più società, filtrate dalla memoria. E forse Errol Flynn”.

(Gianfranco Ferré, conversazione registrata il 3 luglio ’82)

Gli elementi del gioco
Vestire classico. Nessuna interpretazione, nessuna scappatella di linea o di tessuto. Se dev’essere formale, che sia impeccabile: giacche con la spalla importante e morbida, revers ben visibili, il leggero “fresco” di lino, la mischia tropicale di cotone e lino, di seta e cotone.
Vestire sport. Un ricordo di polo e di cricket, nel bianco mescolato ai classici colori inglesi. Più il tocco di uno stemma. Con tasche tipo gilet in due toni contrastati, blusotto in pekary forato, niki in spugna.
Vestire caccia. Ma nella savana e nei deserti, assolutamente mimetico tra la terra e i tronchi. Il giubbotto e la camicia saharienne hanno tasche volanti – paravento e portadocumenti – in grisette di cotone con applicazioni di pekary forato. l pantaloni sono a vita alta, con doppio passante e tasca sigillata antisabbia.
Vestire naturale. Come in una fattoria sugli altipiani del Kenia, in una vacanza nel Rajastan, in un bar di Nairobi. Giacche leggere, a rigature da straccio indiano, addirittura a quadretti tipo asciugamano. Colori da mercato di spezie, orientali, uniti al bianco pelle d’uovo della camicia e dei pantaloni, al cuoio delle scarpe Old England bicolori. Camicie spesso senza collo, talvolta senza bottoni, con la chiusura semplicemente a soffietto.
Vestire di maglia. Interlock con patch di camoscio. Spugna, dal verso cimato e al contrario, con popeline di cotone. Pekary forato e mélange di fibre naturali a formare righe. Seta/lino, cotone/lino, grezzi come se fossero lavorati a mano, con maniche di cotone da rimboccare. Il massimo del comfort, come le scarpe silenziose a espadrillas, ma di cuoio, e le cinture morbide, a intreccio di materiali diversi.

(Ripercorrere l’itinerario leggendo Breve la vita felice di Francis Macomber, di E. Hemingway).

ua1982ai

Rispetto della tradizione e volontà di innovare sono i canoni seguiti nella creazione della mia prima collezione – uomo, per la quale ho avvertito la necessità di puntualizzare l’uso e la funzione di alcuni capi guida del guardaroba che, a mio parere, negli ultimi anni hanno talvolta subito trasformazioni tali da svisarne il significato.

Perciò ho individuato e separato i capi per il tempo libero, che si prestano a maggiori innovazioni nella scelta dei materiali e ad interessanti soluzioni tecnologiche e i capi che appartengono alla tradizione del vestire maschile – il cappotto, l’impermeabile, l’abito – che ripropongo con intenti chiari, rispettando la loro precisa funzione, ritenendo che non debbano essere falsamente moda o falsamente sport.

In questo modo si spiega la scelta a favore di linee sciolte, naturalmente ammorbidite, con spalle appena insellate e vestibilità confortevole, con dimensioni naturali ottenute rispettando precisi e tradizionali rapporti. Altrettanto chiara e motivata è la scelta dei colori strettamente legata alla funzione dei capi: da una parte i neutri, talvolta vivacizzati da filettature o dalle disegnature dei galles e dei pied-de-coq, dal l’altra una gamma di colori densi, colti dai toni del mosto, delle olive mature, della mostarda, e infine un ritorno importante del classico blu.

Nel dettaglio, alcuni dei temi fondamentali della collezione:

per cominciare, il pantalone, che ho voluto “pulito”, senza sovrastrutture o complicazioni, proporzionato nell’ampiezza del bacino e del fondo, facilmente abbinabile. Ad esempio un pantalone di cavallery di cotone, doppiato in tela, senza pinces o con pinces stirate molto laterali, ampio senza esasperazioni, può essere indossato e col pullover e col classico blazer senza perdere grinta e senza che l’immagine venga deformata.

Per la giacca ripropongo forme consolidate, nel pieno rispetto dei rapporti tra rever, dimensione della spalla e punto vita: unita al “suo” pantalone o sfusa, con o senza fodera, mono o doppio petto, ho voluto che la giacca riprendesse il suo ruolo importante, sia nella sua funzione “formale” sia nella versione tempo libero.

Anche della camicia ho colto i due usi fondamentali: se indossata con la cravatta, la camicia non può avere sconvolgimenti formali (anzi, anche i tessuti sono i tradizionali oxford e popeline) e l’attenzione è volta alla forma e alla compostezza del colletto; se usata per il tempo libero, ne ho enfatizzato la funzionalità: perchè protegga di più, ho sfruttato il sistema della doppiatura sul davanti, ripreso dalla tradizione della camiceria inglese e l’ho sostituita con una niki o con un gilet raddoppiato dello stesso tessuto.

I capi in pelle sono previsti in particolare per il tempo libero e lo sport, data la peculiarità del materiale che garantisce compattezza, confort e dinamismo. Giaccone, giubbotto e pantalone in pelle sono per me dei classici, riproposti proprio nelle loro forme più basilari, privati di inutili complicazioni e accessori, ma innovati nei materiali – quali la nappa rugosa e poi smerigliata – nei colori assolutamente vincolati alla tipologia del prodotto e negli abbinamenti degli interni, orsetto, nylon e cover coat, materiali questi ultimi che ancora una volta appartengono alla tradizione dell’abbigliamento maschile.

Anche per la maglieria ho previsto solo la versione tempo libero, con una scelta preferenziale per i tessuti a maglia assolutamente piatta e consistente, in filati di alpaca, cachemire o cammello, innovati e resi grintosi e funzionali da inserti a toppa in pelle, fustagno, cavallery o gabardine di cotone impermeabile.

Accessori

Scarpe con suola di para, mocassini stringati con suola carroarmato, scarpe con puntale e stringatura classica, anche in coccodrillo naturale opacizzato.

Cinture in fustagno, in coccodrillo o in pesante vitello smerigliato coloratissimo.

Sciarpe in cachemire.

Cravatte regimental su fondi operati a quadrati di grandi cachemire.

Materiali

Raso a doppia tramatura di cotone, doppio cavallery di lana per gli impermeabili; leggeri cover coat e cheviot lavorati e filettati brillantemente, tessuti a doppia frontura e grisaglie per gli abiti; cavallery e reps di lana, fustagno, pelo di cammello a grossa diagonale, damier a rilievo per le giacche; cavallery di cotone e di lana, tessuti a doppia trama, reps di lana, fustagno per i pantaloni; oxford, gabardine di cotone, popeline unito o rigato, fil à fil di seta, voile o piquet nido d’ape per le camicie; cammello, cachemire, alpaca per la maglieria; nappa, pelle smerigliata, suède per la pelle.

Fornitori

Cotonificio Monti – Fila – Fintes – Garlanda – Guabello – Its Artea – Larus Miani – Loro Piana – Tessitura Limonta – Testa – Torello Viera Wheatley : per i tessuti

Filati Pucci – Lanificio dell’Olivo – Linea Più – Zegna Baruffa : per i filati

Corius: per i pellami

da1987pe

Collezione Prêt-à-porter

“Sfidare con spirito nuovo … Il che significa servirsi della semplicità per farne uno strumento sottile di decoro, non aver soggezione di certe forme canoniche e rinnovarsi. Oppure trasformare in vivacità tutto ciò che per sua natura è formale, contrapponendo maliziosamente il femminile al maschile.

E’ il segreto di una collezione libera, costruita lavorando su ciò che più mi piace e che vedo come l’inizio, lo sbocco di una strada futura. Dove sempre più forte è il desiderio, tipico del prêt-à-porter, di colpire, sedurre, accattivare, ma esprimendosi con un linguaggio che in fondo non gli è tipico e che deriva dall’alta moda: l’educazione alle proporzioni.”

Gianfranco Ferré

Riflettendo in merito alla collezione. Sentirsi a proprio agio nel tailleur senza maniche, con la giacca maschile decorata a stampe vistose e grafismi evidenti, sul pantalone in fresco di lana grigia. Apprezzare il comfort di un tailleur che contraddice il formalismo di un tessuto maschile, il fresco di lana, trasformando la giacca in un doppio gilet ben sostenuto: uno di picchè bianco, l’altro di tessuto. Estenuare la giacca virile, sciolta e svasata verso il fondo, con le preziose drapperie di seta, il nero del raso e il candore del piquet. Portando la collana a chicchi giganti di legno come un uomo porta la cravatta. Perdersi in grandi abiti diritti come pullover, con lo scollo a V o a giro, segnatissimi sul dietro, abbondanti davanti per un effetto di rimborso basso che crea tasche naturali.

Discorrendo di elementi già noti del vestire. Impadronirsi del colletto di una camicia maschile, ingigantirlo e farlo diventare una blusa sbracciata. Impossessarsi di forme conosciute come il trench, ma colorarlo di rosso, su pantaloni e giacca rossi. Oppure sostituire la camicia con il gilet, corto o lungo, e precisarlo con una giacca sfuggente sul dorso, esasperata dal colletto a risvolti giganti. Addolcire il giubbotto barracuda con la popeline di seta naturale.

Riportando a uno charme diverso il lessico canonico dell’abito. Muoversi noncurante nella t-shirt a righe bianca e nera, ornata da un colletto alto e laccato. Apprezzare la scioltezza dei blazer informali come cardigan. Rilassarsi nella camicia morbida dalla matrice sorprendente: la sciarpa maschile di seta (come la maglia, sviluppata intorno alla sciarpa classica écru). Stupirsi del piccolo abito aggressivo in mohair di seta e lana, diventato un lungo cardigan (sotto, il gilet di uguale lunghezza in piquet immacolato).

Affermando che la solidità delle necessità permette anche un senso di sana allegria. Scoprire un metodo nuovo di costruire l’abito, esasperando la gonna a vita alta e unendola al reggiseno, in modo che baleni un lampo di pelle nuda. Aprire al massimo i bottoni della giacca e della gonna. Osare la giacca stampata sulla sciarpa che sostituisce la blusa. Scegliere l’ufficialità dell’abito a cardigan lungo alla caviglia, chiuso da enormi bottoni d’oro, o dei tailleur-divisa bianchi, la giacca smisuratamente lunga e i polsi d’oro. Rinunciare al colore per il nero e il bianco. Oppure volerlo con forza, ma rispettando un principio di necessità: rosso, geranio, girasole, mastice. Con un gusto “puro e duro” per il decoro trompe-l’oeil di certe culture africane, riviste con occhio europeo. Ma ricordando che, nella nostra società, sono pure le materie industriali come la gomma, utilizzata infatti per costumi da bagno e top da spiaggia.

da1985ai

Prêt-à-porter Collection

” Ho cercato la decorazione… Non un’aggiunta gratuita, inutile, un barocchismo di maniera, ma il segnale di un’evoluzione dove ci fosse spazio per volumi e una fisicità nuovi.

Un atteggiamento diverso, insomma, che non si limitasse a cercare il funzionale, il pratico, l’utile, ma affrontasse questa idea proibita, questa zona in ombra della decorazione. Che ho interpretato esasperando certi schemi elementari e certi volumi: ho ingigantito il giubbotto con la coulisse e la giacca a sahariana, semplificato il pullover rendendolo una sciarpa avvolta intorno al busto e alle braccia, unito linee e aspetti opposti che però potessero convivere insieme, come insegnano certe culture orientali che mescolano l’essenzialità al gusto molteplice delle forme. Anche il colore risponde a questo concetto decorativo: il grigio – per me il nuovo neutro – si declina in sfumature più dense, con un senso plastico importante, e fa da sfondo a una gamma di toni puri. Il rosso, il turchese, il viola, il giallo… I colori della segnaletica urbana, della città industriale e paradossalmente, i più nobili, quelli di grande tradizione… I colori dei mandarini e degli imperatori giapponesi…. Perché ho voluto dimostrare, superando alcuni concetti estetici, che la forma è la sostanza e che uno stile può evolversi senza modificare”.

Gianfranco Ferré

Lessenziale. La silhouette disegnata dall’uniforme: il tailleur alla Mao di flanella grigia, aderente e sottile.

Il volume morbido. L’interno di mongolia nera e soffice per il cappotto di marocain dritto, chiuso perfettamente da un bordo orizzontale.

L’interno di mongolia nera e soffice per il cappotto di marocain dritto, chiuso perfettamente da un bordo orizzontale.

La neutralità. I pantaloni di bufalo a vita alta e non segnata (come le gonne) ma aderenti al corpo, e la sovra dimensione del giubbotto di melton.

I concetti contrapposti. Sull’uniforme grigia, i cappotti gonfi a colori puliti e vibranti, da lacca orientale.

Il nuovo vestito. Linea a scatola, svelta e scattante, con effetto giacca sul dorso, doppiato e chiuso dall’allacciatura.

Il taglio che dà ampiezza. Il giubbotto di alce strutturato attraverso nervature, e il dettaglio ’86: la sciarpa a volute astratte, sorretta da un gioco di nervature.

Il colore maturo. Rosso fino in fondo per il cappotto di panno pressato sfoderato e leggero, con tagli tondi che danno ricchezza allo slancio della schiena. O turchese fino in fondo per il cappotto di velour sull’abito-camicia da cui balena uno spicchio di gonna nera. O multicolore fino in fondo per i pullover a fasce contrastanti, lunghi e ampi.

Il pullover strutturato. Senso del volume, effetti di morbidezza e volute naturali, quasi delle spirali.

La sahariana gigante. Colori imprevisti e cashmere morbido raccolto dalla coulisse in fondo.

La forma sottolineata. La tuta in maglia di jersey a punto stoffa aderente al corpo per una soluzione inconsueta di tagli.

La plasticità. Lucidissimo su opaco: con il cappotto di montone laccato e la camicia confortevole in crêpe doppio dalla “mano” e dalla caduta pastosa. Gonfio su morbido: il taffetà impermeabile foderato di lupo, con un’ampiezza costruita attraverso pieghe e coulisse.

L’illusione. Camicetta di velluto stampato a breitschwanz sui pantaloni larghi di lana multicolore.

Il comfort. Per sere private e abbandoni segreti, la gonna lunga a ruota di flanella grigia con il cardigan a tutta lunghezza. E le camicie in seta stampata, che si incrociano strettissime a sciarpa.

Sera, variazioni sullo stile. Dal tailleur elementare, con la giacca ricamata a spirali di perline e la sciarpa di gazar nero, all’abito-bustier con la voluta di duchesse, dal pullover nero colletto e polsi ricamati come nuovi gioielli – sui pantaloni di flanella grigia alla camicetta di organza trasparente con spirali di passamaneria, dalla camicia di duchesse rigata che sembra “strappata” sulla schiena ai tubi di marocain nero, punteggiati dalla sciarpa a volute rigide. Dodici modi “di essere Ferré”.

da1980ai

Collezione Prêt-à-porter

Per il prossimo inverno 1980 Gianfranco Ferré propone una immagine femminile assai scattante, nitida nelle linee e nei volumi, suggerita da aspetti molteplici. Contrapposti in modo naturale e spigliato, con un denominatore comune: “dimensione sport” sempre; persino nei momenti eleganti, con glamour, con un pizzico di ironia.

Rifuggendo da schematismi o riferimenti, anche il tema più classico è reso estremamente attuale e vivo, perché ogni capo vale per la sua praticità, per la sua facilità, per la sua funzione, e allora tanti, tanti pantaloni, e gonne ampie perché confortevoli o a tubo essenziali, impermeabili di telone e cappotti di cammello rigorosamente aderenti al corpo, e allora, anche per la sera, parka; ma con l’interno in lamé o pantaloni e abiti a cappotto, assolutamente lineari, ma con scollatura e allacciatura sul dorso.

Nei materiali usati va sottolineata la qualità e l’attenta ricerca di nuove tecniche di lavorazione, per cui la swakara è trattato a tessuto, il gabardine è garzato all’interno per diventare più morbido, il pettinato di stampo maschile acquista lucentezza, il più classico dei tweed è illuminato da piccole scaglie d’oro, l’organza, gli jacquard, il taffetà di seta sono sempre più preziosi. Prezioso e raffinato anche il gioco dei colori: i toni naturali del cammello e della vicuna, mischiati anche nelle loro più profonde gradazioni, possono essere ravvivate o da tonalità squillanti o dai bagliori dell’oro.

ua2004pe

Collezione Prêt-à-porter

“Ho un obiettivo dichiarato e costante: definire e declinare un’eleganza distinta, fatta di nitore, di pulizia e di una sana precisione, secondo le forme di una mascolinità moderna, che si muove negli orizzonti dell’uniforme. O meglio, delle uniformi, quelle del lavoro innanzitutto, con la loro funzionale scioltezza. Nulla di irrigidito, costrittivo, troppo formale. E’ per questo che ho disegnato una nuova silhouette con spalle non costruite ma volutamente e agilmente anatomiche, linee asciutte e smilze, che diventano un bel po’ più ampie nei pantaloni, giusto per dare comodità. Ne deriva uno stile solido e virile, che io interpreto come un modo di essere: mai sopra le righe, mai oltre i limiti, mai ostentato e perciò naturalmente donante, equilibrato, autentico.

Per dare vita e scandire questo atteggiamento pacato e impeccabile, sono partito da un gamma di materiali e di colori dalla rassicurante raffinatezza. La lana cruda dei caban di un blu opaco e fondo, che rimandano ad una tranquilla vita da barca, ad una crociera tra Mare del Nord e Baltico, tra Sylt e Travemünde. La gabardine cinese molto battuta, sempre blu, oppure nera. Ancora il blu e il nero del cotone tinto in filo per polo e sweaters. La tela, tra avorio e crema, della divisa da muratore. Il denim ipernaturale del jeans indaco sotto la maglia lavorata a fettucce. Il taffettà nero del giubbino-k-way. Il tessuto light gessato, da camicia, del completo dall’àplomb singolare. La seta ed il lino delle camicie bianche, con il collo stondato e allungato a coda di rondine.

Ho fatto in modo che anche le variazioni alchemiche della materia, l’architettura dei capi, i segni speciali rispondessero ad una logica di rilassata ricercatezza, direi persino di gentilezza. La pelle dei giubbotti ha il peso e la duttilità di quella dei guanti e proprio ai guanti i giubbotti rubano un po’ anche la costruzione, con le nervature, le cuciture, le impunture che li percorrono per il lungo. Le maglie sono sottili, sembrano fatte per essere piegate senza dare ingombro e, in effetti, se si piegano, quasi non hanno volume. In certi casi, sono in filo di Scozia, quello dei calzini, aperti e giuntati tra loro. Nelle cravatte in maglia di seta beige e nero o bianco e nero – da portare allentate – ma anche nelle giacche stampate in marocain e nei completi i grafismi rivelano un rigore nobile, di ascendenza importante, quasi colta, che applica i principi delle Wiener Werkstätten. La lezione sublime e modernissima di Adolf Loos, Josef Hoffmann, Kolo Moser. Minutamente preziosi, i ricami, gli intarsi, i motivi a farfalle esotiche o a campanule decorano le camicie in versione sera: sempre ed assolutamente candide, da abbinare al pantalone non meno candido, preferito perché più anticonvenzionale di quello nero da smoking.

Solidità, leggerezza, eccentricità: nel guardaroba del mio educato e riservato gentleman definiscono – è quasi superfluo precisarlo – anche gli accessori. Come i mocassini: ultraflessibili, bicolori, magari in stoffa lavorata a jacquard, con la suola di bufalo…”

Gianfranco Ferré

ua2003pe

Collezione Prêt-à-porter

“Da sempre, mi avvicino allo stile maschile con un approccio che non esiterei a definire di educazione al vestire. Il che significa, certamente, rispetto delle regole, indicazione di norme, applicazione di codici, ma che oggi, soprattutto, traduce un modo naturale di essere, un senso profondo di agio che sottolinea una propensione decisa alla discrezione ed al comfort.

In questo mio nuovo progetto di pacatezza e misura si esprime al massimo grado un’immutata logica di eccellenza che trova il suo lessico più evidente nella qualità assoluta delle materie. A partire da lino e seta, che ho voluto di mano corposa e naturalmente meno sofisticata, sfruttando la trama grossa e in rilievo per accrescere la scioltezza e la fluidità dei capi. Mentre per la lana ho scelto varianti prossime all’assenza di gravità per trasformarla in un autentico tessuto da estate. E per la pelle, versioni particolarmente duttili e prestanti.

In un gioco di assonanze del tutto spontaneo, ho calibrato le forme sulle caratteristiche intrinseche della materia. Ho tradotto le aderenze nette soltanto in materiali elastici, addirittura ultra-elastici, che segnano il corpo più per un bisogno di tonicità e di agilità che non per una volontà di ostentazione. All’opposto, i tessuti a trama allentata – che mi piace definire laschi – mi hanno permesso di concepire fogge più strutturate, anche se mai sovradimensionate e sempre nitide. Con la garanzia di un aplomb sartoriale, preciso e facile, evidente nel completo formale, da portare, ovviamente, con la cravatta.

Altrettanto logica, anche se per nulla ovvia, è la scansione dei colori, che mi ha portato a privilegiare tonalità intense, intenzionalmente conservative, molto maschili: testa di moro, blu marine, brique che, a sorpresa, si oppone al grigio nell’abbinamento giacca-pantalone. Anche il rosso, quando c’è, rivela una profondità speciale. Quasi per reazione, ho trovato necessario attenuare questa densità con squarci di chiarore, forti e delicati insieme. Così, per accrescere la freschezza del summer suit, ho sfumato il bianco nelle più naturali gradazioni del crema, conservandolo invece in tutta la sua luminosità nelle camicie da sera in organza di cotone intagliate ad a-jour e nei tuxedo candidi.

In un percorso più istintivo che ragionato di sintonie e rimandi, ho interpretato nel segno dell’immediatezza tutti gli elementi e le tipologie del guardaroba, sino agli accessori, prestando la consueta attenzione al piacere dell’unicità e della novità. La maglieria offre la discrezione raffinata di polo e T-shirt in seta e seta-cachemire, ultra-easy e ultra-light, come se fossero nate per vivere sotto la giacca. Le scarpe sono rigorosamente stringate, ma non danno il minimo senso di costrizione, perché sono sfoderate, appoggiate su una suola pressoché priva di spessore, bicolori. Gli occhiali – appena nati, ipertecnologici, esclusivi – sono in magnesio, un materiale che ha il peso di una piuma, è completamente anallergico, non inquina… Perché il benessere è una componente essenziale di questa nuova, sostenibilissima leggerezza dell’essere. Che mi sembra applicare, in qualche modo, una delle più belle regole di Mies van der Rohe: “Vogliamo restare con i piedi ben saldi per terra, ma avere la testa tra le stelle “.

Gianfranco Ferré

ua2003ai

Collezione Prêt-à-porter

“Incantato dall’idea dell’inverno, mi sono lasciato conquistare da immagini e storie di alta quota, di sfide, di vette e ghiacciai. Con l’intenzione di riportare alle casistiche da città certe fogge e soluzioni, certi segni di energia ed immediatezza tipici del vestire delle realtà dal clima aspro. Così, ho avvicinato idealmente luoghi lontani sulla carta geografica d’Europa. Pensando ai Pirenei, ho disegnato grandi cappotti trapuntati all’esterno, o paltò in pelliccia ruvida, né nappata né doppiata, tinta in kaki o in verde scuro. Immaginando un viaggio nelle Alpi, ho abbinato la giacca rilassata e chic di panno cotto – bianca o nera, da portare con la sciarpa candida – al pantalone, che è preciso oppure, all’opposto, risulta enfatizzato, anche per la pratica capienza delle tasche. Mentre i pullover sembrano tricottati a mano, oppure sono ricamati, fatti in una lana-stuoia dall’aspetto vissuto, aderenti sotto le giacche e i cappotti, o invece abbondanti e diritti come gli ski-sweaters di un tempo…

Il risultato è una collezione sensata ed equilibrata, che lascia trasparire con immediatezza le ragioni per cui il guardaroba maschile è fatto di certi capi e di necessità precise. Prima tra tutte quella di declinare anche le tipologie più classiche del vestire urbano con la scioltezza di uno spirito sportivo. Un’intenzione di facilità che ho applicato, per esempio, al chesterfield, destrutturandolo senza per questo annullarne l’àplomb, riscaldandolo con l’interno di visone rasato a prova di grande gelo…

Questa ricerca di morbida disinvoltura mi ha portato a rileggere certi rapporti, ad evitare assonanze scontate tra abito e corpo. Se il capo è sportivo, non è detto che debba essere aderente: al contrario, può acquistare volume e dimensione, come il caban di nylon imbottito da pieno inverno, che conserva la struttura squadrata del montgomery, anche se è tagliato sopra la coscia. Mentre la giacca e il completo formali – in tessuti decisamente maschili: flanelle, gessati, lane spinate e diagonali – sono accostati alla figura e la segnano con agilità perché hanno le spalle piccole e insellate, le forme carenate sul torace, la vita assottigliata. Rivelando interventi ed accortezze di puro sapore sartoriale…

C’è una volontà di solidità e di pacatezza che si mostra anche nei colori: oltre al bianco – che ritengo una tinta ricercata – e al nero, il greggio, il verde pino, l’antracite, con colpi e guizzi squillanti di turchese o rosso lacca che ricordano le decorazioni degli alpenstock. Sono solide, se pur di linea affusolata, anche le scarpe, con la suola alta e corposa ma non grossolana, in cuoio e microfibra, per dare stabilità e isolare dal freddo…

Ed è sensato ed equilibrato anche lo spirito del vestire da sera. Perfetto perché elementare: un cardigan nero in cachemire, sciolto e ipermorbido, sopra il gilet di piquet e la camicia immacolata…”

Gianfranco Ferré

ua2000pe

Collezione Prêt-à-porter

“… Maturata consapevolezza di un modo libero di essere, di vivere con il proprio corpo, di plasmarlo per essere dinamici, energici, veloci quanto la realtà richiede. Così, all’elasticità e alla scioltezza che ogni attività motoria comporta deve adeguarsi tutto ciò che si indossa…

Disegnando questa collezione, ho voluto dedicare un’attenzione particolare alla costruzione anatomica del corpo umano, che per naturale trasformazione si sta allungando e affinando. Ho studiato e considerato la precisione plastica dei fasci muscolari, seguendone l’andamento con tagli e forme che enfatizzano la struttura, resa più stilizzata dall’uso di jersey e tessuti stretch…

Tesa e compatta, la linea sembra prendere velocità, con i pantaloni lunghi e snelli che mettono in evidenza i muscoli delle gambe. Con la giacca scolpita, che appoggia solida sulle spalle ma scivola sul torace, come potrebbe fare un capo molto più vicino alla pelle. Capace, pur nel rigore formale, di perdere i bottoni per infilarla e sfilarla più velocemente…

Tutta la figura appare ridimensionata: più forte, più solida, più slanciata. Sensuale in una maniera insolita, che rimanda alle immagini asciutte e snelle degli eroi dei primi, epici western movies, da “The Great Train Robbery” a “The Gun Fighter”…”.

Gianfranco Ferré

Nuovi punti d’attrazione. Camicie e golf senza bottoni, con lacci per chiudere e stringere. Polsini della giacca lunghi il doppio del normale, ma rigirati e fissati per dare l’impressione che non tutto sia perfettamente rifinito, calibrato, consueto. Jeans con tagli anatomici che accompagnano il corpo e seguono il gioco dei muscoli.

Nuove logiche della qualità. Pelle spessa, conciata su entrambi i lati, traforata e intrecciata a patchwork, oppure doppiata di seta per favorire la vestibilità. Taffetà solcato da fili di metallo, che lo increspano leggermente. Seta in tulle le declinazioni, dal faille della giacca arricciata dagli strozzatori al tussah dell’impermeabile che diventa quasi un burnus. Lino alleggerito e cascante per lo spolverino-redingote.

Nuovo gusto del dettaglio. Maglieria tubolare senza cuciture (lo stesso metodo usato per l’underwear), ma con zip sottilissime e invisibili, dalle quali appare il corpo. Mocassini affusolati che diventano pantofola, da portare con o senza calze.

Nuovo senso del colore. Marrone più scuro dell’ebano. Stemperato dai toni ambrati, aranciati, immersi nel miele, addolciti dalla luce.

ua1997pe

Collezione Prêt-à-porter

“Se dovessi definire questa collezione, direi che è pervasa da un senso cosciente di libertà e da una volontà decisa di virilità. Ma senza cadere nell’eccesso, senza esasperare… Tutto è osservato con lo sguardo di chi si appropria, con autonomia, di formule, codici, forme estetiche dalla forte impronta mediterranea, che arriva a sconfinare con il Nord Africa, letto ed esplorato con l’intelligenza un po’ dissacrante e molto occidentale di Paul Bowles. Nessuna strizzata d’occhio all’esotismo, al marocchino o al berbero. Mi piace però sottolineare la parola Mediterraneo perché contiene una certa dolcezza, una saggia semplicità, una tranquillità che ci appartengono. Per senso di civiltà e per volontà di essere civili, sfuggendo all’asfissia di un solo passato, una sola tribù, una sola cultura, il cui effetto è, per paradosso, la mancanza di cultura…”

Gianfranco Ferré

C’è un senso appropriato e naturale del CORPO e della sua struttura, ma, al tempo stesso, un desiderio di libertà e un rifiuto di ogni costrizione, che privilegiano istintivamente le forme più ampie. Così, la giacca leggera è costruita sostenendo le spalle, segnate dalle spalline di misura giusta, e scendendo poi morbida intorno al bacino. I pantaloni sono larghi di gamba, ma si appoggiano sui fianchi, al contrario del genere baggy.

Superato il minimalismo, la ricerca di ELEMENTARIETA’ si esprime nella particolarità del tessuto, declinando in modo inedito materie come l’organzino anche per abiti, T-shirt, tute. Oppure ricorrendo a mischie in gabardine e seta con effetto cangiante, ma velato da un’ombra di opaco. O allo chambray di cotone, che permette di confermare formule diverse del vestire. Formule che rimandano a mille culture e che ora appartengono alle mille, nuove tribù del vivere di oggi: la camicia senza colletto, lo spolverino che veste come una camicia da lavoro o una giacca allungata, la giacca-camicia in crêpe di lana leggerissimo e svuotato, con la tasca interna e una linea sciolta, morbida.

Il principio del COMFORT è alla base di un guardaroba che offre anche shorts, scarpe dalla suola di bufalo e gomma, pullover che sembrano tinti e sporcati a mano, camicie di tela lavata. Perfino la preziosa seta viene spazzolata perché diventi simile alla ciniglia.

Si sommano gamme di COLORI mediterranei, densi e scuri: terra, muri, rocce. Di colori chiari: grigi sabbiati, bianco alba. Di azzurri slavati, come cieli al mattino presto.

Nell’orizzonte JEANS si colgono segni forti di novità: l’utilizzo dello chambray, laccato, leggerissimo e mescolato a un filo di taffettà per le camicie, e soprattutto l’uso della canapa. Con questa fibra pura e vegetale, che è resistentissima all’usura ed ha in sé il concetto stesso di ecologia, Gianfranco Ferré ha realizzato jeans, camicie e giubbotti, lavati e rilavati perché la mano del tessuto diventi morbida e vissuta. Senza tingerli, per mantenerne il colore naturale.

ua1994ai

Collezione Prêt-à-porter

“Ripensare alle radici, riflettere sulle origini di un guardaroba che trova il suo modello e la sua scansione nelle fogge d’inizio secolo, dopo la rivoluzione industriale…

Immergersi in un clima solido e sobrio, vibrante di energia, come lo descrisse Thomas Mann: “sagome stranamente austere, un ancestrale susseguirsi di cimase, torrette, portici, fontane, il morso del vento, del vento forte” (dal Tonio Kröger).

Risentire il freddo intenso e pungente dei ghiacci in un’atmosfera che ricorda le eroiche spedizioni polari, da Roald Amundsen a Shackleton.

Ritrovare l’asciuttezza severa del Nord, delle coste baltiche, dell’Inghilterra. L’eleganza determinata e virile degli uomini che costruirono l’industria moderna.

Così, nella collezione, ho lasciato i colori forti per sfumature di toni seppiati, neutri, bluastri da vecchia fotografia, da documento d’archivio. Ho a lungo lavorato sulla giacca per restituirle una forma sempre abbottonata verso l’alto, che dà una conformazione diversa alla figura.

“Ho talvolta sostituito il blusotto di nylon con la giacca sport dai tessuti corposi e dalle tasche a sottilissimi soffietti. Perché ritengo che abbia perso senso parlare di sportswear come di un modo alternativo di vestire, un segno della differenza tra vita formale e informale. Oggi, determinato il proprio abbigliamento – con giacca più molle, destrutturata e pantaloni più confortevoli lo si modula sulla città e sulla campagna. Come una dimostrazione di coerenza”

Gianfranco Ferré

IL GILET

Alternativa formale alla giacca, declinato secondo scelte e ricerche estetiche, al limite quasi narcisistiche. Gilet con rever, risvolti a scialle, stretto e lungo con richiami al primo Novecento. Di gros-grain e grain de poudre fine Ottocento. Sposato a camicie dalle righe ampie, a tessuti gessati quasi da tight o da clergyman.

LA MAGLIA E L’EFFETTO MAGLIA

Calorosa consistenza dei tessuti che giocano con un effetto di doppia tramatura: chevron, cheviot, in due toni di flanella mélange. Tessuti mossi: dalle crepelle con lavorazione cotelé, slegata, che ricorda il tricot a un’inedita mescolanza di cotone e maglia. Fino ad arrivare ai pantaloni di maglia a coste, che donano un aspetto sciolto e decostruito al vestito nero. Voluminosi filati jaspé per spolverini, caban e pullover mélange.

IL VESTITO DI FLANELLA GRIGIA

Sobrio come una divisa sotto i cappotti in spazzolino di lana e nylon, a effetto teddy-bear. Segno contrapposto di ordine e disordine. L’ordine delle fogge conservative, con giacche piuttosto chiuse che quasi nascondono la camicia e colletti volutamente alti, diritti. Non sempre completati dalla cravatta.

Il disordine che ai colletti bianchi sostituisce una formula liberatoria e cosciente del vestire. Come la t-shirt bianca o nera.

LA CAMICIA BIANCA

Formula aggiornata del comfort di sempre. In flanella, cotone grattato, parpaiana, solida e robusta, la camicia bianca si porta in relax con pantaloni di pelle, velluto, flanella grossa. Sofisticata la ricerca sul colletto, che può essere a solino, amovibile secondo la tradizione ottocentesca, trapuntato.

IL CAPPOTTO DI CAMMELLO

Caposaldo della tradizione, certezza del guardaroba maschile, simbolo di rispettabile solidità… Ma le fogge classiche sono completamente destrutturate, sovrapposte l’una sull’altra, nascoste da impermeabili verde esercito o di un intenso color cachi, come i jeans e i pantaloni da lavoro che li completano.

Trasformato in interno e amovibile, il paltò di cammello riscalda il trench militare di tessuto oleato e lavato; oppure diventa quasi una vestaglia, da portare sulla salopette, con la t-shirt bianca o con la camicia di cotone trapunto. O doppia l’impermeabile, lungo e guarnito di zip, o un altro cappotto piuttosto strizzato in vita, con martingala.

LO SPIRITO DELL’UNIFORME

Ispirata alla giacca prussiana da caserma, alle prime divise delle industrie siderurgiche tedesche, ad un’ammirevole sobrietà, la giacca ritrova la sua foggia più romantica. Di tessuto o velluto grattato, chiusa fino al collo per sostituire la camicia, nelle sfumature del verde e del blu. Sono giacche che bastano a se stesse, riprendendo il concetto dell’uniforme come abbigliamento per tutte le funzioni: una risposta costante a domande diverse.

Riprendendo la formula del Sakko tirolese, ecco le giacche senza colletto, da contadino, in tessuti corposi. Ecco i giacconi di forma elementare e i montgomery di stoffe insolite e lane spesse. Da portare con i jeans confezionati al contrario per mostrare una mano ruvida.

Ecco i gessati di velluto e crepella garzata nei toni nordici che sfumano tra il grigio, il blu e il marrone. Giacche diritte o stondate, per indossare anche il vestito formale con atteggiamenti disinvolti e liberati.

LA SERA

Esercizio di eleganza intorno al non-colore – il nero come uniforme – e a un personale, bisogno di libertà. Soddisfacendo queste due necessità, si possono individuare soluzioni sorprendenti, idee inaspettate. Come unire il cappotto trapuntato ai jeans di pelle e alla t-shirt bianca. Sostituire la camicia con una sciarpa. Cambiare la giacca: allungata, senza colletto, trapuntata, matelassé, doppiata. Alternarla con pullover, cardigan o quanto risponde – in quel momento, in quel luogo – alla nostra necessità.

IL GUSTO DEGLI ACCESSORI

Se le scarpe connotano il decoro, le fogge siano accurate, precise. Alla dandy, allungate, squadrate, con suole triple di cuoio. Formali e lucide come certe scarpe da clero. Consistenti e solide, tipo pantofola, con la tomaia di pelli già doppiate e suola di gomma, para, carro armato di fibra. Cinture molto spesse a strisce di rettili diversi, in colori fangosi e nebbiosi. Uso ponderato della cravatta: quando c’é, é importante come una sciarpa e richiama i tessuti di giacche e camicie. Oppure si snoda sottile e agile e pare sottolineare solo l’andamento del colletto.

ua1992pe

Collezione Prêt-à-porter

Sfogliando i libri di Jules Verne. Rileggendo Robinson Crusoe “Quando mi svegliai era giorno fatto, l’aria serena e lo tempesta diminuita tanto che il mare non era più così grosso e furioso. Ma ciò che mi sorprese di più fu il vedere che la marea, salendo…” Ripensando alle meraviglie del Nautilus, tra fantasia, memoria, nostalgia scaturisce il viaggio del capitano Nemo nei mondi sommersi ed emersi…

“Mi affascina la tecnologia della muta subacquea. Il massimo della tecnica per muoversi con il massimo della naturalezza”, spiega Gianfranco Ferré. “Seguendo questa intuizione, ho provato a frugare in un immaginario baule, tra uniformi del passato e strumenti avveniristici. Ho tuffato le divise in un blu che diventa nero e in un blu che si trasforma in turchese. Nell’acqua di mare che stria e schiarisce, nel salino che brucia. Tra reti, stemmi, gomma … Lasciando – per esempio – sulla treccia fisherman dei maglioni una patina opaca e impermeabile, ottenuta con la catramatura… Perché proseguo nella mia ricerca del naturale; nel senso di ciò che appartiene da sempre all’uomo: che sia frutto della natura o risultato di una trasformazione tecnologica”.

In questa atmosfera da moderno navigante alla Stevenson, la classica fibbia di metallo diventa di poliuretano. La rete di nylon filtra i colori elettrici ispirati alle attrezzature dei sub. La felpa blu da regata si scompone in un marsupio da legare in vita. La camicia a vento ha un cappuccio in popeline di seta che si può ripiegare e nascondere nella tasca. Caban e impermeabili sono trasformati dalla gommatura e dalla “talcatura”, un procedimento simile a quello usato prima di riporre la tuta per le immersioni.

All’opposto, fogge quasi volutamente stiff, impeccabili e corrette.

La camicia che sembra inamidata, il doppiopetto e la giacca formali, il bianco come puro, candido, lavato. I tessuti dolci dalla bella consistenza corposa: tussah, lino grosso, crêpe doppio, lino stramato. Le scarpe di cuoio con la doppia suola e le scarpe all’inglese. Ma anche comodità e comfort: le scarpe con la suola di gomma, il sandalo piatto, le espadrillas leggere.

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 18 giugno 1991)

ua1992ai

Collezione Prêt-à-porter

“Un mondo interiore di cultura e di abitudini si trasforma in un’elementare semplicità, dove si leggono i segni della storia dell’uomo… Il senso del viaggio – per le città e in campagne molto civilizzate – accentua la voglia di compiaciuto clan: gli amici tra di loro, le affinità di gusto e di emozioni che non equivalgono necessariamente al modo di essere… Le diversità accostate, vivendo consapevolmente origini, tradizioni e futuro. Perché il pianeta dell’uomo è così complesso che, per ritrovare la strada, servono una radice, una necessità…

Al bisogno inespresso di duttilità e scioltezza, ho risposto con le giacche anche senza colletto, comode come maglioni. Con tweed e scozzesi corposi, con mischie di seta e cashmere grattato, con tessuti a doppia frontura dolci al tatto e ispidi alla vista…

Tutta la collezione appare sotto il segno del dualismo: la ciniglia di seta è gonfia ma leggerissima, il capo di pelle con la fodera trapunta sembra voluminoso ma indosso non ha peso…

Nei colori di sempre: grigio chiaro, asfalto, foglia mescolata al cammello. Nei toni araldici, da stemma: giallo, blu Francia, rosso stendardo…”

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 3 gennaio 1992)

ua1991pe

Collezione Prêt-à-porter

“La moda maschile per me è una questione di metodo. Una proposta nei confronti della tradizione e della qualità, che rifiuta la ricerca affannosa dell’idea di moda per affrontare quella – ampia e generale, in un certo senso assoluta – del vestire.

Così in ogni collezione tornano temi canonici, affiorano colori universali, si declinano un modo e un atteggiamento… Come parole nuove che compongono un linguaggio riconoscibile, uno stile costante”.

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 2 luglio 1990)

Umore contemplativo, memoria di estati tra il mare e la Provenza, una colta bucolicità. Abiti rilassati, che assecondano la necessità di un comportamento spontaneo, immediato.

Tessuti leggerissimi spesso forati, aerati. Tulli elastici per sahariane attrezzate, con tasche che si espandono per contenere oggetti. Lini greggi e teloni sulla cui oliatura ogni piega naturale diventa una traccia. Oxford di cotone e seta utilizzati anche per la giacca fil-à-fil come le camicie. Toile de Jouy, stampata su uno sfondo fil-à-fil.

Accenni agli sport – baseball. ciclismo, tennis, podismo – praticati al momento, per il piacere tutto fisico del gesto.

Colori eterni: il bianco, il grigio foschia del mattino, gli azzurri e i blu del Mediterraneo.

ua1989ai

Collezione Prêt-à-porter

“E’ un guardaroba canonico, quello che ho preparato. Una serie costante che é arrivata ormai a una classificazione… Perché ho ridefinito il tema della sartorialità attraverso regole fissate nel tempo della tradizione Ferré, ma sono andato oltre, perfezionando il concetto della scioltezza, della destrutturazione… C’é anche un deliberato tocco eccentrico, che rifugge dalle categorie con cui ìn genere viene definito … Più che snobismo, direi che si tratta di una risistemazione mentale di ciò che da sempre esiste nell’abbigliamento…”

(Appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 2 gennaio 1989)

INTORNO ALLA TRADIZIONE

Gli abiti etichettati SARTORIAL: con le proporzioni precise, determinate, e i drop dalla vestibilità accurata che offre il pret-à-porter. Ma con rifiniture in gran parte manuali e tessuti importanti: cashmere, camel-hair, alpaca. I capi double, secondo quel gusto moderno di mescolare anime diverse: come i misti cashmere, lavati perché siano più sciolti, e i tessuti crêpe, sinonimo di mano leggera e svelta da indossare.

ALL’ORIGINE DELLA LINEA

Capi morbidi e insieme corposi, senza rigidità alcuna. Recupero del comfort spartano e rustico connaturato agli harris, ai mélange irregolari, ai mohair garzati. Ma rinvigorito con un certo spirito di uniforme, fatto di flanelle e melton dal fumo all’antracite, di vyelle e harris grigio. Rivoluzione russa. Una sfumatura sull’altra, interpretando quel senso dell’eleganza rilassata tipico degli inglesi che hanno viaggiato molto.

MESCOLANDO NOTE IMPREVISTE

Allusioni all’Anatolia e ai tappeti persiani nel tricot fuso e mescolato; nel patchwork dai toni rugginosi, come vecchi bauli, kilim arrotolati da generazioni, rilegature antiche di libri. Rigore nostalgico delle camicie da sera di voile. O di crêpe di seta (davanti) e cotone sulla schiena. O di crêpe de chine plissettato, sostenuto (dietro) dalla vyella.

ua1987pe

Collezione Prêt-à-porter

“Ho voglia di spirito agonistico, di senso della sfida… Agonismo come recupero di certe forme più vicine al corpo, certi rinforzi alle maniche, i sostegni tipici dello sport sulla schiena o dovesi forzano i muscoli… Sfida nel riproporre il grigio d’estate, il bianco, i colori netti degli stendardi. Ma sempre con una ricerca di nobiltà, un fondo di classicismo che per me significa tradizione. Dentro la quale, ormai, c’è una lunghezza d’onda, una metrica evidente di ciò che piace nella collezione: la cravatta a pois, o sgargiante, o principe di galles tinto in filo. La giacca blu – magari più corposa – il trench beige – magari in popeline di seta impermeabile – il gessato, il vestito di gabardine. Quello a cui non si può rinunciare, o che non si vuole dimenticare, o di cui si ha bisogno… “

(da una conversazione con Gianfranco Ferré dell’ 1/7/86)

Di nuovo vigore. Giubbotti ridotti all’essenziale, di popeline rinforzato con la fodera: da infilare anche a camicia nei pantaloni. Pantaloni classici, ridimensionati nei volumi. Il braccio “corazzato” dello sportivo, con rinforzi di pelle.

Di nuovo comfort. Forme comode perchè non abbondanti. Maniche accostate. Spalle decise ma ridotte: anche sette, otto centimetri meno. Tessuti che si moltiplicano: pelle su pelle, cotone su cotone, doppio tricot, da una parte seta dall’altra cotone garzato non ritorto. Capi doppiati in Bemberg da fodera, prelavato.

Di nuovo un codice. Il doppiopetto segnato a sei bottoni. Il bermuda e il pantalone lungo di piquet a nido d’ape bianco. La camicia con il colletto sostenuto dalle stecche, che si possono anche sfilare per ottenere una piega naturale. La cravatta grafica: a disegni in stile, ingigantiti o ridotti, su una seta che sembra raso. Le scarpe con la suola flessibile a tre strati di bufalo. I mocassini lussuosi di coccodrillo.

Di nuovo freschezza. Il blazer bianco di cotone per la sera, su camicie con il davanti realizzato nell’identico tessuto della giacca. Giacca da smoking di pelle sopra la polo di pelle. Giacca di popeline di seta come la camicia e i pantaloni in fresco di lana.

Di nuovo colore. I verdi e i rossi battaglieri, ispirati a un vecchio album fotografico dei giochi olimpici. I grigi, dal piombo al rondine. Il bianco. Una sfumatura ammaccata di nero.

Casistica aggiornata della tradizione Ferré. I tessuti aerati, ma questa volta ottenuti con il mohair, o con fibre a doppia, tripla frontura. La seta mista a lana e il fresco di lana. Lo shantung e il popeline di seta. Il tussah. Un effetto di pulizia ottenuto grazie alla calandratura dei lini, un procedimento che dà una specie di “mano” lucida e pastosa.

ua1988pe

Collezione Prêt-à-porter

“Ho seguito le mie sensazioni. Un filo segreto che unisce un’emozione all’altra e ha la logica del gusto, più che della ragione. Così affiorano, in questa collezione, sentimenti in qualche modo affini: il morbido, il nitido, una freschezza che è interiore prima di essere esteriore. Una lievità che si traduce a volte nella forma, a volte nel tessuto… Restano fermi i valori classici dell’abbigliamento maschile come punti indiscutibili di un’educazione, ma senza schemi e categorie. Perché i modi di vestire sono tanti e alla mia libertà di creatore corrisponde la libertà del gesto …”

(conversando con Gianfranco Ferrè , il 30 giugno 1987)

Le certezze della “sartorialità”, anche nel vestito leggero senza peso, nello spolverino di gabardine, nell’impermeabile di crêpe. Della camicia bianca, rosa, azzurra sul neutro dei pantaloni e delle giacche.

La praticità dei tessuti aerati. Delle giacche reversibili, dove l’interno più attrezzato equivale all’esterno più tradizionale. Delle giacche destrutturate sino ad essere svuotate nelle spalle. Della sahariana all’inglese, ma rielaborata e alleggerita.

La determinazione del coloniale in tutte le sue sfumature, fino a diventare un’astrazione, un non-colore. Dei tocchi forti come il rosso vivo e il blu royal. Della giacca di popeline fil-à-fil rosa sul beige. Del cotone e del lino puri, che rifiutano mischie e materiali avveniristici.

L’indipendenza del gusto, che protegge dall’uniformità della moda. E si manifesta scegliendo il comfort di scarpe morbide dalla pelle opaca oppure la classicità di quelle ultralucide e ultracostruite. La cintura di foca e di camoscio molle. Le cravatte a disegni tra cashmere e liberty, ma dai toni velati. Rifinite come tradizione comanda: senza fodera e con il sistema delle sette pieghe.

ua2004ai

Collezione Prêt-à-porter

“Se devo tracciare un bilancio, mi sento di dire che le forme di snobismo narcisistico dell’uomo sono ormai superate e che le espressioni del vestire odierno raccontano invece modi di essere, di presentarsi e di atteggiarsi. Parlano di canoni e regole che per me è normale e interessante rileggere stagione dopo stagione. Per questo, ho ricalibrato le forme e le proporzioni di giacche e cappotti, destrutturandone le spalle, alzandone il punto vita, rendendoli più asciutti e anatomicamente vicini al corpo. Senza esagerare, ho abbassato il cavallo del pantalone per accentuare la scioltezza della figura. Nelle camicie ho accresciuto l’importanza del colletto, che risulta svettante, con i bottoni posizionati verso l’alto affinché, quando c’è, enfatizzino la cravatta. Nei pullover ho sottolineato il bisogno di aderenza e di elasticità. Con un’intenzione deliberata di soluzioni pratiche, ho evitato lunghezze eccessive, fermando l’orlo dei paltò al ginocchio.

Questi piccoli-grandi interventi di precisione e di comfort scandiscono per intero la collezione, lasciando spazio a un’essenzialità eclettica, a un’alchimia di materie, a una sorpresa continua di scelte. A partire da quelle che determinano il colore. Un rosso denso e solido rende uniche le giacche da portare sulla camicia aperta e sul jeans azzurro stinto, quasi grigio, come le acque di un lago di montagna. Rosso, azzurro e testa di moro si sommano nei blouson in cuoio, piccoli e sostenuti come i giustacuore degli spadaccini o le giubbe dei cavallerizzi. Abbinati al pantalone da equitazione, con tanto di toppe e rinforzi, anch’esso vivace e multicolore, in un richiamo immaginario alle gualdrappe dei cavalli delle giostre medioevali.

Nella sua corposità invernale, il marrone rivela sfumature inaspettate. E’ brinato e marezzato, polveroso oppure lucente, si avvicina al piombo, all’antracite, al grigio roccia. Proprio per questa sua versatilità, l’ho utilizzato per definire materiali tra loro diversissimi: velluti lavati e rilavati, loden, feltri ultra-pressati, lane cotte che costruiscono completi e paltò sfoderati. Negli abiti più classici e urbani – portati però sulla camicia senza cravatta – il marrone è acceso da gessature e check color rubino.

Anche per il nero ho cercato connotazioni inusuali. E’ un po’ stinto e opaco nelle textures rubate agli indumenti da lavoro. E’ satinato nel nylon, che, solcato e rinforzato da elementi in gomma e in metallo, inventa giubbotti e parka simili alle corazze di potenti cyber-draghi. Regalano invece una immediata sensazione di pacatezza e di ricchezza i toni naturali accostati nei tartan di mohair, che ho usato per capi soffici e caldissimi come le coperte con cui proteggersi dal gelo durante le escursioni in slitta…

Assonanze magiche e speciali guidano anche la scelta di pelli e pellicce. Ho voluto interni di visone bianco per riscaldare i blouson e i cappotti nero totale, fodere di castoro dorato per i cappotti tartan, colletti di tasso duttile come un tessuto perché lavorato a telaio per i giacconi color marrone. Ho privilegiato le pelli di squalo, di rospo, di elefante, di chiguire: squamate, rugose, robuste, conciate al naturale. Spesso opposte tra loro, come nelle scarpe, solide e massicce, con tomaia, punta e fibbia fatte in pellami diversi.

Per la sera, mi è sembrato intrigante giocare con le opposizioni: il neo-tuxedo – con il suo rigore assoluto – e la camicia ricamata – che non può non esserci – ma anche incredibili giacche “masquerade”, fatte di mille tessuti differenti: colorati, damascati, ricamati, giuntati gli uni agli altri in verticale da larghe fettucce in velluto cangiante. Un caleidoscopio, prorompente e aggraziato, riequilibrato dalla camicia candida, oppure dal dolcevita e dal pantalone neri. Giacche che paiono esemplari d’epoca, autentici pezzi unici, pensati per un dandy senza tempo, romantico e spregiudicato. Ardimentoso e puro come Ivanhoe. Ribelle e temerario come il Barone Von der Trenk, che osò sfidare Federico il Grande di Prussia. Scapestrato e irriverente come il Tom Jones di Henry Fielding…”

Gianfranco Ferré

ua2002pe

Collezione Prêt-à-porter

“Tutta la collezione dà voce a un desiderio di semplificare, di arrivare alla radice di ciò che è necessario, elementare. E insieme risponde a un desiderio di luce, di solarità che percorre il formulario conservativo del vestire maschile. Con forme vicine al corpo e dimensioni mai eccessive, colori tenui e misurati che si aggiungono alla severità del nero.

Nell’interpretare gli elementi tipici del guardaroba da uomo, ho concesso spazio a nicchie di pacatezza e naturalezza. Così, ho eliminato volutamente dal militare ogni enfasi army, preferendo esprimermi con tocchi calibrati: camicia kaki sul pantalone di bisso, pantalone extawide con il blazer di lino nei toni dell’indaco smerigliato. Oppure il blu denim per i pantaloni e qualche camicia, stupefacente perché in tussah selvaggio sdrucito e macchiato.

Segnando ogni passo con l’impronta della qualità e del lusso, ho voluto rileggere la durezza e l’energia del giubbotto da motociclista: vissuto, invecchiato, chiazzato di fango, ma preziosissimo perché realizzato in anaconda, coccodrillo, nappa, virati a sorpresa nei toni soffici del rosa, beige, cammello, grigio. Allo stesso modo, ho stemperato la rude praticità della giacca attrezzata da pilota d’auto con la seta paracadute doppiata in jersey, con la nappa ultralight accoppiata alla viscosa e alla seta. E per liberarla dalla logica della stagionalità, ho infilato la giacca di cachemire sopra la semplice T-shirt.

Ma ho anche sentito e sottolineato la volontà – meglio sarebbe dire la necessità – di una fuga colorata, da Manhattan a Hermosillo: con la camicia candida di lino tropical che sarebbe piaciuta ad Edward Weston, solcata e decorata da mille cuciture grafiche. Con il pigiama dalla giacca a guru nei colori della Sierra Madre su cui, con noncuranza, si gettano vestaglie e caftani messicani (“chapan”) a fantasie caleidoscopiche che paiono rubate ai murales di Diego Rivera.

Nel gioco tra ordine e disordine, mi sono mosso per incisi e contrappunti. All’assolutismo del pullover nero a collo alto ho reagito specularmente con la leziosità della camicia a bande di lino e organza ricamate. Al perbenismo del completo con il gilet di seta a microchecks bianchi e neri ho opposto l’eccentricità dello spolverino nelle sfumature del mastice rosato sopra l’abito negli stessi toni abbinato alla camicia nera, oppure la nonchalance con cui si porta il vestito di lino rosa. Alla pratica spontaneità delle scarpe ginniche ho accostato tinte e materie raffinate. Nella logica dei rimandi e delle allusioni, il polacchino da globe trotter, che sembra strapazzato dall’uso e dall’avventura, rivela un modo di essere, un modo elegante e appassionato di partecipare alla vita…”.

Gianfranco Ferré

ua2001pe

Collezione Prêt-à-porter

“Come sempre, quando comincio a studiare la collezione mi confronto con un’esigenza: dare una ragione sempre più forte alle scelte del design e focalizzare il valore del prodotto, soprattutto nella dimensione dell’uomo dove si colgono movimenti e cambiamenti importanti. A partire da un modo nuovo di essere e di porsi agli altri che tiene conto di una raggiunta consapevolezza del corpo non solo come dato naturale ma anche come certezza mentale e come scelta culturale. Da qui nasce un desiderio sottile di unicità e individualità. Di trasgressione intesa come rilettura fuori da ogni standard di ciò che è trascorso e normale, che ha un senso e una prospettiva d’uso ben precisi. Un desiderio che è anche snobismo e narcisismo, espressioni che appartengono profondamente all’uomo e che, a parer mio, si traducono ora in un abbigliamento che ha superato i vincoli della stagionalità per rispondere al bisogno basilare di proteggere dal caldo o dal freddo, ai comportamenti mutati, a una ricerca sempre più accentuata di leggerezza…”

Gianfranco Ferré

Impressioni di un viaggio intorno a un guardaroba. Note, appunti….

La corposità e la leggerezza dello spolverino estivo in tweed di lino, da portare con il pantalone bianco e con quello sdrucito che può essere di due stagioni fa. Dei vestiti grigi extralight: duecento grammi di peso, quasi un foulard, nervosi e scattanti, sostenuti da interni in pelo di cammello invece delle solite spalline La sensualità della giacca più accostata al corpo, con le spalle arrotondate. Di uno city sportswear nei tessuti a disegni drapperia o in struzzo doppiati in finissima nappa – La nuova in-consistenza delle camicie di bisso candide e impalpabili, quasi trasparenti, dei lini areati, degli Oxford dilatati e alleggeriti da mescolare alle grisaglie – La piacevolezza del cardigan di lino e cachemire da portare sulla camicia, della giacca da lavoro saggiamente abbinata a camicia e cravatta, di quella sportiva e attrezzata ma finita a mano, del pantalone molle quasi fosse usato – La presenza determinante della camicia bianca, di quella rigata “a zone”, di quella in tela grezza ricamata – Gli eccessi delle vestaglie da boxeur anni ’20, foderate di spugna, colorate e decorate, o del pitone e dell’anaconda in toni virili e squillanti – I segni di una fuga verso paesi lontani, verso l’Oriente: le giacche di organza doppia quasi senza colletto, oppure da mandarino, ricamate e indossate sui pantaloni blu a sostituire lo spencer. Sempre blu, in triplo satin, il pantalone da portare invece a torso nudo e con la cintura di corda. Il jeans in seta dalla larghezza rubata al chimono – La solidità delle scarpe studiate per dare elasticità al passo e derivate da una ricerca sulle calzature giapponesi, con le dita segnate e la suola asimmetrica – La raffinatezza straordinaria degli accessori, in vitello lucidissimo doppiato con il cuoio grosso – Il dandismo estremo di scarpe, pantofole, cinture in galuchat o in velluto…

… una ricerca personale, istintiva, per costruire, pezzo dopo pezzo, una silhouette non precostituita.

ua2001ai

Collezione Prêt-à-porter

“Le uniformi sono lo sportswear del ventesimo secolo”.

Diana Vreeland

“Stiamo anche molto bene con la nostra uniforme e questo ci separa dalla disgrazia di quella gente che va in giro con i propri vestiti”.

Robert Walser, “Jakob von Gunten”

“Mi sono sempre piaciuti gli uomini in divisa e a te sta che è un incanto”.

Mae West

“Rappel à l’ordre: bisogno profondo, istintivo di regola, di disciplina. Di creare una propria uniforme sentendo fortissimi il richiamo e la memoria della divisa. Essenziale e ricercata, austera e sontuosa, chiamata per vocazione a esprimere potenza e vigore anche fisico. Divise imperiali, divise formali: Federico il Grande e l’Armata Rossa, Stalin e i Dragoni della regina Vittoria. Questo desiderio di tradizione mi ha portato a puntualizzare forma e costruzione della giacca intesa in chiave sportiva, connotata da tagli incisivi e da nuove pinces inclinate sulle spalle e sul collo, che imprimono carenature più marcate. Un tocco impeccabile, che ho voluto mediare sottolineando l’approccio attuale al vestire maschile, mai programmato, mai precostituito, sempre fortemente individuale. Spezzando la severità con la ribellione di certi accostamenti, come lo smoking con il parka lucente a stampa mimetica, foderato di pelliccia.

Ho individuato, per accentuare la virilità e la serietà dei capi, una gamma precisa e raffinata di tessuti d’alta qualità e di colori maschili. Miscele dense e classiche di verdi foresta, grigi, blu, ma anche toni d’autunno potenti e aranciati, cammelli chiari e pastosi, il nero, burgundy e blu dei cappotti da sera lunghi e corti, scanditi da camicie, candide oppure colorate in un effetto tono su tono. Materie che conferiscono prestanza anche ai capi meno formali: cover garzato all’interno, alpache pressate, flanella di cachemire. Perfino astrakan selvaggio per i cappotti a vestaglia.

Nella sartorialità rigorosa ho trovato logiche e risorse che danno un senso straordinario allo stile. Come nei capi doppiati in pelliccia, utilizzando visoni d’epoca, rasati in modo inconsueto per gli interni caldi e mascolini. Nel piccolo cappotto di cover color pietra, un po’ gendarme, un po’ dandy, perfetto perché asciugato, stilizzato, alleggerito di ogni particolare superfluo. Nella marsina da cadetto ravvicinata al corpo e percorsa da una rete fittissima di impunture da interno, che diventano visibili e decorative.

In una ricca, sontuosa definizione dei dettagli ho concentrato fantasia, passione alchemica, gusto per i viaggi incantati. Rimescolando latitudini, sovvertendo climi, inventando una virtuale, magica fauna artica. Per il giubbotto da aviatore, opossum australiano schiarito che ricorda la volpe dell’Ontario; anaconda bianco e grigio, giuntato e grattato fino a scolorirsi nei toni del ghiaccio e della pietra: zampe di struzzo assemblate a patchwork che richiamano le squame dei pesci mentre guizzano nelle gelide acque del mare di Barents; coccodrillo smerigliato e spazzolato perché sia prodigiosamente morbido. Con un tocco snob, la cravatta diventa immacolata come la camicia, le scarpe uniscono il velluto alla gomma, le cinture il velluto colorato al cuoio”.

Gianfranco Ferré

ua2000ai

Collezione Prêt-à-porter

“Da bambino, tra fantasia e progettazione, ho sempre associato il concetto di futuro a un’immagine estrema e possente, con caschi, scarpe pesanti, tute che cancellano il corpo…

Di quelle visioni lontane, depurate e filtrate, mi è rimasta la convinzione che il futuro può fornire oggetti che salvaguardano e proteggono, ma che sono anche umani, plasmati cioè secondo la cultura del corpo e studiati per renderlo più potente e insieme più bello. Coscientemente e volutamente, l’uomo per cui nascono questi capi da anni passa sempre più tempo a coltivare il proprio corpo ed è capace di piacersi. Dunque scegli vestiti veri: per l’eccellenza, l’impianto sartoriale, la duttilità con cui si adattano a forma e movimento. E li attrezza per le proprie esigenze – spostarsi veloce, sfrecciare nel traffico, vivere nella città – con supporti anatomici che si tolgono con un colpo di velcro: paratorace, ginocchiere, copri braccia. Strumenti che carenano e irrobustiscono abiti che un tempo sarebbero stati definiti formali, ma che adesso sono soltanto la “pelle”, la divisa maschile. Sempre in tessuti di altissima qualità e comfort, perché a volte di stretch, a volte di crêpe.

Per comodità o per piacere, l’uomo può sostituire la camicia con un pullover a collo alto, che rende la figura ancora più compatta, meno didascalica. Con la stessa disinvoltura con cui s’infila l’abito, può decidere per la giacca di doppio nylon imbottito, con tasche che – volendo – si staccano e diventano guanti. Completandola con la maglia di lana termica e i pantaloni dal taglio anatomico. Secondo un proprio codice di libertà e di naturalezza, si copre in maniera intenzionale, con tessuti che paiono maglia e velluto di cashmere, duttile e aderente. Tra lo sportivo e il raffinato non esistono più confini. Così, il cappotto di mongolia a pelo rasato, cammello, va sopra il pullover come sopra il vestito. Il paltò di vicuña si associa al jeans, mentre la giacca stretta, che sembra quasi un cappotto austro-ungarico, si amalgama con il nuovo jeans, di lana doppia, molle e morbida.

Tutto appare sciolto, ma con un senso di educazione nel proporsi e nel vestire. Un equilibrio anche eccentrico, suggerito da una cintura, un pullover di velluto, una scarpa di velluto con la suola di gomma. Un’enfasi che non rischia mai di diventare ostentazione, neppure quando inventa interni in pelliccia autentica, sontuosa, fantasiosa, virile. I colori sono civili, urbani: blu mastice scuro, nero che diventa quasi verde, il color vicuña molto caldo. Toni decisamente profondi, sottolineati dal tocco – che appartiene a una mente amante dell’ordine – della camicia bianca. Con un intento preciso di piacersi, mai cedendo al disordine della casualità…”

Gianfranco Ferré

ua1997ai

Collezione Prêt-à-porter

“C’è una tendenza, nell’uomo, che cresce e si rafforza secondo una logica di continuità. Un’esigenza ed una volontà di conoscersi, valutarsi e studiarsi che si spingono fino al narcisismo, inteso come individualità e consapevolezza assoluta di sé, del proprio essere e del proprio corpo. E’ il desiderio di rompere qualsiasi schema e, al tempo stesso, di appropriarsene. Con la massima libertà, si attinge al grande patrimonio della storia, scegliendo pezzi che appartengono a tutte le culture, dalle uniformi alle divise. Sino alle più recenti, come il vestirsi di pelle nera, interpretato ora con un atteggiamento meno ostentato e duro, più cosciente. Perché anche i modi di esprimersi e di porsi, oggi, sono cambiati. Insieme ai valori… “

Gianfranco Ferré

PAROLE PER DIRLO

Comfort: ogni capo è volutamente, deliberatamente confortevole, anche quando ha forme molto aderenti, ottenute grazie a moderne modellazioni di origine sartoriale. Logica: negli intendimenti. I colori appartengono all’origine ed alla tradizione del capo e della materia. Così il camelhair è color cammello, ma può avere spessori e compattezze differenti, dal peso piuma all’ultra-infeltrito. Il cashmere sceglie i suoi toni naturali. Qualità: sublimata dalla foggia. Alpaca corposa che può essere usata senza intelaiature; flanelle doppie come panni; lane e cotoni incollati, doppiati e garzati sino a divenire un unico nuovo tessuto per cappotti morbidi e caldi. Giacche double, sfoderate, belle all’esterno come all’interno: una moderna ricerca giocata su soluzioni sartoriali, che vivono grazie agli accorgimenti tecnici con cui è costruito il tessuto. Effetti: flanelle, grisaglie, millerighe hanno una mano morbida e vellutata, quasi setosa. Simil-broccati per camicie, realizzati sovrapponendo ricami elettronici. Aspetto consistente, soffice, caldo: tutto sembra pesante, ma nasconde un’anima leggera. Libertà: lo stile non deve essere formale per esprimere eleganza, né informale per sdrammatizzare. Il giorno si trova a suo agio nella sera. Cambiano solo gli atteggiamenti, il modo di porsi. Silhouette: allungata, nera, blu, grigia con pardessus che toccano terra. Giacche lunghe, accostate, indossate con attitudine quasi da uniforme militare. Jeans: di velluto in cotone e viscosa, a tripla tintura, per ottenere l’effetto cangiante e la morbidezza che dà l’uso. Come sempre, diversi. Diversi come il jeans di Gianfranco Ferré Jeans.

ua1995pe

Collezione Prêt-à-porter

“Gente di mare, ma immersa nel paesaggio urbano di un’ipotetica e più moderna città (Genova, forse Marsiglia); nell’atmosfera intensa di un porto e dei suoi incontri ho idealmente ambientato la mia collezione… In questo luogo-limite, dove frontiera significa mescolanza, contaminazione, fantasie di gente, di viaggi e di memorie, si sono radicate tradizioni e formalità, certe libertà e deliberati tocchi esotici. Così l’abbigliamento maschile viene da me rivisitato accentuando le forme, ricercando i candori delle divise marinare, mescolando la consuetudine dei colori sportivi. Ma ho anche sottolineato la severità di comportamento e delle fogge, lette e declinate in una gamma che, dagli abiti da lavoro, si spinge verso forme più tecniche. Ho percorso una strada dove storie diverse si mescolano e si dribblano, si intrecciano spontaneamente: il perfetto gentiluomo alla marinara si accosta all’eccentrico, il militare trascolora nel tecnico, la tuta da sub fa da eco per abiti essenziali…”

Gianfranco Ferré

LE FORME

Serrate, più vicine al corpo. Con spalla dalla caduta anatomica, ottenuta arrotondando o svuotando la costruzione dell’abito. Ma coesistono anche fogge più ampie e cadenti, che assolvono esigenze di movimento e comodità. La silhouette si allunga. I pantaloni, anche i jeans, la sagomano verso l’alto. Le camicie sono realizzate con tessuti morbidi, spesso di jersey, per avere minor volume, oppure vengono sostituite da T-shirt e, in città, da pullover a collo alto.

Si fissano immagini precise di abbigliamenti diversi, in una casistica da grande viaggiatore. Camicie cinesi, compreso il gilet corto detto ma-kua, con pantaloni di juta scurita. Il vestito aderentissimo, quasi inamidato, nero e lucido, come vuole la tradizione del Sud. La divisa da marinaio bianca impeccabilmente stirata, che conserva i segni delle pieghe. La formula del bianco e nero, bianco e marrone, bianco e beige, di foggia conservativa, condotta con spirito più libero e rilassato.

COLORI

Domina la gamma dei blu, nei toni suggeriti da culture diverse. Blu cinese e mediterraneo. Blu delle lacche persiane che arriva a sfiorare il viola. Blu di Genova, blu dell’indaco. Le sfumature della juta e della canapa. Rosso segnaletico e fosforescente. Disegni selvaggi e misteriosi, tra foresta e mosaici.

LE ATTREZZATURE

Solidità e comfort del mondo maschile. Gilet e marsupi di rete pieghevoli. Tasche interne amovibili con agganci per reggere il telefono, il portafoglio, il portadocumenti. La tecnologia del nylon leggero misto a seta e cotone. Il tessuto futuribile delle tute ultraleggere di gommato misto a nylon. Le scarpe con suola di gomma, le espadrillas in marocain di seta o shantung, per rendere il passo leggero.

LE MATERIE

Corpose ma aerate perché circoli la brezza estiva. Lino stampato a rovescio che assomiglia alla juta, con un aspetto solido e una sostanza lieve. Crêpe lavorati. Seersucker ottenuto con tessuti tubolari o goffrati. Viscosa leggera e quasi sempre sfoderata per le giacche. Maglia a traforo, spesso accoppiata a tessuto che imita l’effetto tricot. Pelle che sembra goffrata e strizzata. Bottoni d’argento massiccio, fibbie argentate e scurite dal tempo.

ua1994pe

Collezione Prêt-à-porter

“Una collezione tutta italiana, con la libertà dell’invenzione e il tocco dell’eclettismo, con la sapienza della tradizione… Nel disegnare, ho raccontato un viaggio immaginario nella memoria tra i libri e le immagini del passato… In quella cultura che ormai è comportamento acquisito, conoscenza profonda dell’essere italiano. Così l’ho chiamato “lo stile delle cento città” per sottolineare la differenza dell’ispirazione…

Spirito marinaro che corrisponde al blu, al greggio, al nero e a un rifiuto del formale… Un formale che corrisponde a regole fantasiose e alla rielaborazione napoletana dello stile inglese… La disinvoltura romana delle giacche rosse sui pantaloni di seta greggi e il pullover a collo alto … I colori corda, sabbia, paglia secca, i toni calcinati e asciutti del caldo siciliano…”

(Gianfranco Ferré, 24 giugno 1993)

Procedendo per assonanze e somiglianze, per associazioni di idee e di linguaggio, la mollezza dei lini lavati, goffrati, mescolati con la seta, delle bourette doppiate di taffetà e delle garze, corrisponde a forme fluide, abiti destrutturati e spolverini senza peso, che stanno in un pugno o in una tasca … Il pullover, che è leggero e areato, si corruga a pelle di rinoceronte. Ma sulla pelle, perché no?, si può anche stampare un rinoceronte gigante …

Liquida fluidità dei colori che si mescolano, trascolorano, colano l’uno nell’altro fino a diventare un non-colore. Per assecondare una diversa anatomia della giacca, senza spalline ma aderente al corpo, in tessuti elastici. Camicie in quadricromia di toni sovrapposti: rosa, turchese, giallo mescolati con fantasia italiana per riscrivere lo stile anglosassone. Pantaloni solari o giacche stampate a disegni cashmere piazzati, in colori maschili, densi, che vivono per il valore della loro eccentricità …

La disinvoltura delle civiltà marinare, con i pantaloni gessati sul voile di crépon, le camicie di seersucker, i greggi e la virilità del color spago.

Le suggestioni della Sicilia… Bianco e beige asciutti, prosciugati dal vento e riarsi dal sole. Con le giacche in tessuto floscio di linea striminzita portate quasi senza camicia, più allungate ma sempre all’insegna del comfort… Con l’iconografia delle piante e degli arbusti siciliani, sezioni e spaccati di vulcani e di eruzioni, come quella da cui nacque (e dopo breve tempo sparì) l’isola Ferdinandea.

I colori romani delle giacche fiammeggianti: venti sfumature di rosso, dallo stemma al papavero, pantaloni greggi, pullover a collo alto, genere Dolce Vita.

ua1993pe

Collezione Prêt-à-porter

Movimento, azione. Il culto del dettaglio, l’educazione alla materia, la costruzione canonica del guardaroba maschile messa a punto da Gianfranco Ferré hanno preparato la vitalità di oggi, che mette l’accento sul muoversi e sulla duttilità degli abiti.

I temi dello sport riaffiorano lungo la collezione come realtà della linea e della forma, giochi cromatici che la libertà di oggi permette di affrontare e mescolare in perfetta autonomia. La silhouette allungata, con spalle ridotte, ha quel tanto di elastico che serve per il comfort, e di morbido che avvolge come un guanto, rispettando la struttura atletica del corpo. Senza imporre una muscolatura e un’estetica uguale per tutti.

Il piacere della differenza genera stili diversi, approcci all’eleganza mutevoli. Per esempio, lo spirito dell’avventura, pervaso di ricordi, rimanda a un viaggio totale nell’ambiente: ma per occuparsene, per prendersene cura. Il gioco delle attinenze porta a un black and white che riprende alcuni tratti del baseball e puntualizza l’uniforme composta da pantaloni neri e camicia bianca. Pantaloni che si gonfiano e vivono nelle pieghe e nei segni lasciati dai gesti e sono di Galles, damier, pied-de-coq, fil-à-fil, grain de poudre. Camicie in popeline con tasche, senza tasche, con colletto da chiudere o da lasciare aperto…

Il neutro sceglie i tessuti finora utilizzati per gli interni dei vestiti: teli e crini lavati e trattati, per giacche anatomiche quasi senza spalline e pantaloni con la vita alta. Il bianco ha il candore e la mano estenuata del lino, la leggerezza del voile e delle garze doppie, accompagnate dalla maglia a grana di riso rifinita con il cuoio naturale. L’abito assume il rigore dell’uniforme, total black, total blu e total caki.

Sprazzi di fantasia con la serie stars and stripes, ma tagliate e ricucite a pezzi, e con i pullover a check, zig-zag e righe. Espressione di forza e dinamismo, il cuoio naturale, uno dei segni di stagione. Con la pelle di camoscio lavata, bucata, foderata di tulle elastico. Il giubbotto-trofeo a strisce di coccodrillo, il gilet da caccia di Wips, una lucertola pregiata; i jeans che sembrano di anaconda, mentre sono realizzati in drill stampato. Seta selvaggia e corposa, o seta ritorta per il Galles e il gessato. Gessati con una sottile riga colorata. Giacche profilate di colore. Giacche completamente colorate: viola, rosa, rosso, framboise, zucca e verde… In un’esplosione di vitalità, come musica cajun.

ua1991ai

Collezione Prêt-à-porter

“Procedendo nel lavoro, verificando giorno dopo giorno quanto ho disegnato, mi sono accorto che d’istinto organizzo un guardaroba che definirei naturale e che mi appartiene profondamente. Senza uno schema precostituito, se non per grandi linee e modelli culturali, ma privilegiando sentimenti e impressioni… Un uomo romantico potrebbe vestire magari con una camicia molle, senza cravatta… un uomo più formale ma con la disinvoltura di una educazione borghese superiore, forse di blu…

E’ il carattere a determinare le scelte, ma cercando le proprie coordinate per muoversi all’interno di un panorama che ha chiare radici europee. Perché questa nostra civiltà è sempre stata determinante nelle forme dell’abbigliamento maschile.”

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 9 gennaio 1991)

Immagini europee come film, libri e vecchie fotografie le consegnano alla memoria.

Il nero degli abiti a Londra, per un fenomeno urbano e vittoriano. Il verde scuro, vagamente fangoso, riassume Berlino, il rapporto natura-città, quello stile militare-industriale che riporta al Tirolo. Il grigio richiama Parigi all’inizio del secolo, quel modo di vestire conservativo della borghesia francese.

Colori declinati per certe forme convenzionali: il cappotto sciancrato, il taglio loden mitteleuropeo, il paltò di derivazione anglosassone, ma con maggiore dinamismo e comfort.

Quindi il cappotto lungo sale al ginocchio, il giaccone corto si allunga e diventa un autentico car-coat.

Desiderio di nitore e precisione, senza trasformazioni eccessive: ogni tessuto sembra esattamente ciò che è. La flanella riprende la sua consistenza, il crêpe lo sua asciuttezza.

Maglia e pelle rispondono alla funzione del tempo libero. Il cuoio ritrova una corposità elastica né troppo nuova né lucente. Il tricot conferma la sua anima duttile, con pullover fatti a mano, trapuntati per arrivare alla morbidezza e secondo un’idea del vestire che dà spazio a ogni intenzione e categoria.

ua1990pe

Collezione Prêt-à-porter

Ritornano, nel mio lessico, concetti come tradizione, calma, rispetto di certi colori e certe fogge… Per un guardaroba canonico che vado ridefinendo attraverso i temi che più mi appartengono: la sartorialità e una forma di scioltezza che raggiunge la destrutturazione. Filtrate questa volta da un tocco che mi piace definire eccentrico e insieme moralista, da vita inglese nelle colonie. Come se avessi mescolato i film di Ivory, i romanzi di Forster, i libri di Kipling, i ricordi di tanta letteratura anglosassone. Ma con una punta di freddezza, di inevitabilità. Sull’onda di una frase di Vita Sackville-West: “Credo sia stato fin da quel ridicolo pranzo a Calcutta. Altrimenti non sarei andato a Fatihpur Sikhri…”

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 27 Giugno 1989)

IL CONCETTO DI LINEA

Abiti sartoriali con proporzioni nette, specifiche. La vestibilità caratteristica del prêt-à-porter è arricchita da finiture in gran parte manuali. I capi sono double-face, come il giubbotto in lino e tulle a “zanzariera”. Si coglie un’intenzione voluta per le forme calibrate, con spalle rilassate.

L’AROMA DEI COLORI INTENSI

Vibrano sfumature dense in contrasto con toni naturali, in nuances ghiaccio. I marroni della terra sono associati al grigio. Il bianco e ancora il marrone sostituiscono il consueto bianco e nero. Il porpora ed il rosso rubino e il color rame ricordano quelli di tappeti e abiti di seta antichi. Il verde oliva è quello della tradizione militare. Non manca il blu navy, laddove è necessario.

L’IMMAGINAZIONE E IL NUOVO UTILIZZO DEI TESSUTI

La seta ha una lavorazione corposa, declinata in righe regimental nella giacca indossata con il bermuda rosso intenso. I crêpe iridescenti peso-piuma sono di ascendenza inglese. Il panama di seta è stampato. Infinite varietà di seta sono proposte a doppio strato. Per le maglie, lini, cotoni e sete vengono immersi in un bagno di soda, per creare un effetto insieme soft e lucente. Vince la presenza costante di textures lavorate in doppio e aerate.

LA REINTERPRETAZIONE DEI MATERIALI

L’iguana marrone a scaglie giganti costruisce il bomber. Il nabuk nero è lucidato. Le calzature a pantofola con le suole vulcanizzate, per consentire un passo elastico e leggero.

ua1990ai

Collezione Prêt-à-porter

“C’è il senso forte dell’inverno in questa collezione. Un’aria di gelo, un vento ghiacciato che arriva dal nord… Ma è all’Europa che penso, al grande freddo di Knut Hamsun tra i fiordi norvegesi, allo splendore accecante della Danimarca di Karen Blixen. Immagini che portiamo fisse negli occhi, culture che ci accomunano e condividiamo. Dove è forte il senso della tradizione, radicato il codice di comportamento, conosciuta la norma… Ho cercato di tradurre questi riferimenti profondi in un senso vero di comfort che per me significa elementarità. Quindi linee che in qualche modo riconosciamo e danno al nuovo l’autorevolezza e la disinvoltura di ciò che esiste da sempre…”

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 3 gennaio 1990)

VERSO L’ORDINE DELLA FORMA

Il tema della sartorialità – fissata attraverso regole costruite nel tempo dallo stile Ferré – e il tema della scioltezza, della foggia destrutturata. Per una risistemazione tutta personale e interiore dell’abbigliamento maschile che torni a far coincidere le scelte dell’apparire con le ragioni dell’essere. Così alla giacca formale corrisponderà il cappotto rigoroso, alla giacca-camicia il maglione e il blouson. Senza contraddire e mescolare i generi.

VERSO L’ARMONIA DELLA MATERIA

Nuove mollezze e nuove morbidezze, ma un effetto piacevole di vecchio e di usato nella lana chiné crema e nero, crema e marrone. La correttezza di crêpe, galles e côtelé, che si rispecchia anche nel cashmere e nella lana. Un senso di tradizione pregnante accentuata dalle pelli lucidate a mano, dai montoni ossidati, dal pecari utilizzato per sahariane e camicie imbottite. Il gusto dei riti virili nelle decorazioni fatte con medaglie al merito e nelle stampe dall’ispirazione allegorico-geografica: rose dei venti, segni zodiacali, stucchi, elementi di architettura.

VERSO L’EQUILIBRIO DEL COLORE

Il dilagare quieto e fondo dei neutri, che nei filati più preziosi assumono una sfumatura calda e dorata. Il richiamo sonoro dei colori bandiera nei filati più ispidi: rubino, smeraldo, blu stemma. Una “mano” mossa e frammentata nei jaspé di tonalità diverse, combinati con intarsi e lavorazioni a mano. La calda naturalezza di vicuña, cashmere e camel hair per i golf classici con cali e riporti.

ua1988ai

“Ironia, voglia di sorriso davanti alle nuove uniformi: il casual perché fa comfort, il conservatorismo perchè fa immagine, l’abbigliamento creativo perchè fa moda. Ma anche le sproporzioni programmate, il romanticismo della camicia bianca senza cravatta e con la giacca nera… Un vestire per ceti e mestieri che è diventato conformista, pigro… Mentre la scelta oggi dovrebbe essere matura, consapevole. Non c’è eroismo nell’indossare una giacca, c’è un senso di agio nella camicia ampia e morbida portata sotto il paltò, c’è divertimento nel mescolare innovazione e classico. Come una certa volontà di spirito selvaggio) vagamente napoleonico, con interni di pelo greggio, colletti di lupo… “

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 3/01/1988)

Trasformando

I tessuti sono compatti ma morbidi, grazie a un uso avanzato della tecnologia: il cotone accoppiato al cotone e lavato fino a modificare la materia e renderla plastica.

Il nylon ultraleggero unito alla lana e alla pelle, lavati ad alte temperature. La pelle spalmata di caucciù per renderlo impermeabile e reversibile.

Interpretando

Metodi anomali di concia per la linea leather: il cuoio inglese da scarpe, ammorbidito e lucidissimo; la pelle come pergamena da tamburo, leggera e doppiata di jersey.

Esasperando

La maglieria già confezionata viene lavata e infeltrita per le felpe e le sweat-shirt. Le calature diventano giganti nella maglieria tradizionale di cammello, cashmere, seta cashmere.

Fissando

La giacca ha le spalle più ridotte, il punto vita segnato, il bacino comodo. La forma leggermente triangolare diventa sciolta e arrotondata grazie alla particolare costruzione del capo con i tagli cuciti e non ribattuti. I colori sono canonici: pergamena e miele con punte di giallo e oro vecchio. Blu, bordò, rosso scuro mescolato al nero e al greggio

ua1986pe

“Sono oggetti che hanno una propria autonomia, che vivono da soli, svincolati dal prêt-à-porter. Oggetti con un’identità precisa, fatta di qualità, gusto per il dettaglio, attenzione per i materiali impiegati. Perchè mi è piaciuto riscoprire certi vecchi cuoi inglesi o perfezionare il mio Gumi… ritrovare la tradizione e accostarla al senso del nuovo…”

Il VIAGGIO. In cinghiale o in materiale plastico, le valigie molli, da buttare sul sedile dell’auto. E quelle rigide, come “scatole viaggianti”, che rispecchiano un modo di vivere cambiato, dove non c’è più posto per la giacca ammaccata e i pantaloni stazzonati. (E infatti i torna a usare il portagiacca).

Il PASSO. Scarpe tradizionali con soluzioni e materiali inediti. Per le suole, tre strati di bufalo, silenziosi e felpati (di quello usato in genere per le scarpe per bambini), un tacco sagomato a coda di rondine, che può trasformarsi in zeppa di cuoio o di poliuretano elastico per una scarpe confortevole, che non perde mai la femminilità. Per lui, espadrillas di nabuk, pecary, cuoio inglese a tintura vegetale, che non scolora nè macchia.

L’ELEGANZA. Pochette dalle dimensioni ben calibrate (per un rapporto di gestualità preciso, visto che la borsa contiene altri contenitori). Borse a cartella, a secchiello, di forma arrotondata, con lunghi fiocchi sfrangiati, tracolle di raso con il fiocco piatto, pellami a contrasto. Raso a righe, impermeabilizzato all’interno; picchè di cotone gommato rosso e blu, a disegni di vecchia coperta; rete tipo sedia impagliata; vitello stampato a coccodrillo; lucertola pastello e cinghiale: per una young lady dal carattere austero.

ua1985pe

Collezione Prêt-à-porter

“Mi sono mosso lungo un filo conduttore, una parola chiave: semplificazione, comfort. Comfort delle strutture elementari, delle forme destrutturate, dei tessuti inconsueti. Fiocco di cotone doppiato; lino e seta a giro inglese per costruire trame aerate; crêpe naturalmente elastico, morbido; ottoman molle da cravatta. Molta seta pura mescolata al rayon e alla lana: per una maglieria dalla “mano” e dalla caduta diversa. Nessuna costrizione, nessun obbligo se non quello dell’intelligenza e delle buone abitudini. Perché l’uomo che veste Ferré pratica un rito ormai consolidato, sa come destreggiarsi. Non ha bisogno che qualcuno gli dica quando infilare il golf blu”. 

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 3 Luglio 1984)

Appunti per una collezione

Osservare i tessuti. Cool wool e lana mohair per tutti i capi, fino ai bermuda. I sintetici per un effetto particolare di morbidezza (come l’ ottoman di viscosa nella saharienne). Interlock di cotone a peso maglia per i giubbotti di camoscio. Popeline di seta.

Ri-vedere i colori. Bianchi indefiniti, neutri impolverati, marrone invaso di blu scurissimo. Sulla spiaggia, i disegni dei batik egiziani. Sfumature assolate: il bianco vira e diventa crema. Vaghi toni ingialliti.

Controllare le giacche. Dai blazer impostati (spalle normali ma comode) alle sahariennes ultra morbide, tasche larghe, soffietti che si aprono. Military jacket chiuse fino al collo. Uniform jacket con tasche alte. Gli impermeabili diventano spolverini molli e larghi. I blusotti sono leggeri come camicie molto importanti, formali, da indossare all’inglese con la cravatta e la camicia bianca. Spesso sono di nappa, con un sistema di occhielli di gomma.

Nuova attenzione ai pantaloni. Ritrovare i vecchi cotoni cangianti per i pantaloni universali. Oppure l’aplomb della cool wool. A tre pinces per dare forma, o diritti ma sempre comodi. Con scarpe classiche o da vacanza: espadrillas, cinghiale traforato, telaccia bianca.

La sera. Smoking bianchi, smoking neri. Giacche blu o nere con la polo in tricot di seta. Regimental molto scuri, da country club ai tropici.

ua1985ai

Collezione Prêt-à-porter

“Non ho definizioni pronte, non mi sono basato su qualche suggestione … Togliendo, sfrondando, eliminando sono arrivato a una linea sempre più pulita, sempre più dura, a un concetto del vestire come scelta del mettersi, non del proporsi agli altri. Ho unito con naturalezza certi pantaloni a certe giacche e a certe camicie, come se scegliessi in tutta calma da un guardaroba ben fornito. E ho segnato in maniera forte la tradizione: se ci sono dei perché, siano chiari e precisi. Se si prendono delle libertà, che non siano attenuate da compromessi. Senza insistere intorno nuove trasformazioni per il dovere di fare moda. Sono inutili dopo le esperienze sulla gestualità e sul movimento delle stagioni precedenti. Così si possono ritrovare elementi fissi, ripetuti francamente di anno in anno, ma interpretati con il gusto del momento: tessuti più consistenti, un senso reale di fisicità…”

Notare: le flanelle morbidissime, scattanti, ma sempre corpose. Il loden, trattato in modo da eliminarne l’ispidezza: per giacche, jeans, cappotti. Un grosso melton garzato, molto elastico: per niki, pullover zippati, fodere ad alta protezione. Le cuciture a riva, che escludono le doppie impunture per non appiattire e schiacciare: anche nelle tasche dei pantaloni.

“Mi sembra che ci sia una consapevolezza diversa, oggi: si accetta solo ciò che fa parte di caratteri già delineati, che non nasce per caso o finto estro, ma conta su una storia precedente. Per questo l’abito più significativo, lo stile che sento più mio, rimanda ad abitudini consolidate: completo di flanella grigia, bavero rialzato, paradossalmente invisibili la camicia e la cravatta … “

Notare: la lavorazione a filo flottato, tipica dei tessuti fine Ottocento. Gli effetti di righe, nitide o frantumate, brillanti e finissime. Il vero camoscio, macchiato, strappato, estenuato, in toni neutri. Le fodere: trapunte, o scozzesi, o di pelliccia, con colletti di lupo e di marmotta. l paltò di montone in sfumature opache, sbiadite.

“Ho seguito deliberatamente, ostinatamente, la strada della normalità, ma senza paura. Se si desiderasse l’impatto di un colore, ecco, c’è anche il colore…”

Notare: le gamme di grigi che diluiscono in azzurri insoliti, toni inglesi, punti più oscuri e decisi. Le gamme di verdi anneriti, con tocchi brillanti. Le idee per la sera: la giacca rubino con i pantaloni di velluto nero; il cardigan di cashmere e la camicia completamente ricamata; la giacca a disegni micro sopra l’oxford di seta; la giacca morbida sopra la camicia di twill bagnato a mano per renderlo più floscio, e i pantaloni di flanella.

“Non ci sono tendenze precostituite: via i giubbotti, solo paltò. Niente interi, soltanto spezzati. In questa collezione è raccolto tutto quello che serve, che dà comfort … “

Notare: i blouson sciolti, abbondanti o avvitati. Il car-coat ampio, di lunghezza giusta: cento centimetri. La giacca volutamente allentata sul torace, con dettagli sofisticati: la tasca a toppa applicata davanti per la moneta, i gettoni, un tesserino; i soffietti per muoversi con più agio. I pantaloni ben equilibrati, con le tasche doppie.

Per lo sport, un pant molto piatto, alto in vita. La maglieria a trecce piazzate, doppie, in mischia mélange. La camicia genere polo, il cardigan di doppio tricot sopra la giacca, invece del giaccone. Le camicie elementari di flanella, cashmere, seta, zephir di cotone. Volutamente nude e semplici.

“Scaletta” della conversazione con Gianfranco Ferré dell’8/1/’85″

ua1984ai

I luoghi: Dublino, il nord della Francia, la costa Baltica. “Bruma e un odore di nebbia, un vapore gelato che raffredda tutto”.

Le sensazioni: il confort, la scioltezza. “I tessuti sono ad armatura doppia, corposi e apparentemente pesanti. Molto tweed con un tocco di cachemire. Cravatte morbide, lunghe, che si ripiegano leggermente al di sotto del nodo. Pelle ultra-leggera appositamente ingrassata per i giubbotti, con tasche a sacchetto soffici come un guanto ripiegato”.

La ricerca: semplicità. “La toppa sulle maniche: mi piace, è solida, tradizionale. È un’autentica toppa gigante, che segue il movimento del gomito. Nei pullover l’ho posata sopra le coste cucite perchè abbia un andamento irregolare”.

La memoria: le forme del vestire classico. “Pantaloni con pinces, completamente foderati, in lambswool e shetland. Cappotto lungo, giaccone appena sopra il ginocchio, tipo auto-coat”.

Le allusioni: viaggi, partenze, frontiere. “I cappotti con il collo di montone rovesciabile mi ricordano la Gare de Lyon. Certi beige, grigi, pietra hanno un sapore irlandese. Il golf a trecce bianco e tortora è come una partita di tennis in pieno inverno, in qualche campo vicino a Parigi”.

I giochi: contaminare elementi canonici, trasformarli. “Il blouson ha la struttura di un montgomery dimezzato, con ganci di metallo. Ma può anche essere di tricot leggero foderato di piumino, una felpa anomala imbottita e dilatata”.

Le certezze: il rispetto, la regola. “Il gilet di lana lavorato a vecchi punti. Il gessato blu o nero, che sia un gessato strictly formal, con la camicia di brillantine rosa o beige. Una sera tutta nera, declinata fino al lavagna, con camicie candide. E un cappotto di panno nero tipo Chesterfield, doppiato di madras”.

Le eccezioni: le abitudini sottosopra. “Ho interpretato lo smoking: giacca a nido d’ape di seta pesante, senza rever di raso, classici pantaloni con la banda lucida. Nessun disegno nei maglioni, solo coste dilatate e incrociate, molto elastiche. Monocolori”.

La nostalgia: la vita com’era. “Ho cercato di ottenere un blu opaco, da vecchia tuta. I grigi sono come l’ardesia, come certi licheni… Non sono mai stato in Irlanda, ma l’immagino così… Contraddizioni di blu e di rosso vivo. I cappotti diventano… cappottacci: montone nappato, galles dilatati, trench molli, con l’interno non trattenuto che oscilla al passo. Com’è ormai mia abitudine”.

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 4/1/’84)

ua1983ai

Collezione Prêt-à-porter

“La tradizione… Può essere una parola vuota, senza alcun significato. Ripetuta per giustificare la monotonia senza coraggio. Si è tradizionali per negare il nuovo, non per rispetto dell’esistente. Ma quando si riesce a fondere questi due principi, il nuovo e il consolidato, la tradizione si nobilita, sia nella forma sia nello spirito. Per questo su canoni riconoscibili sono intervenuto con elementi di modernità: tasche in più, giacche che si ispirano al gilet, l’uso costante dello sfoderato. Ho cambiato i gesti, perché l’abito si esprime nel movimento. Ma ho mantenuto, fino in fondo, le regole evidenti dello schema, utilizzando anche il principe di Galles, anche il paltò con la martingala… Confermando alcuni principi di comportamento: mettersi il cappotto, infilarsi il vestito… Ricreando situazioni precise”.

Gianfranco Ferré

L’importanza degli interni. Il trench, doppiato di lana a spina di pesce, con tasca nascosta, oppure con tasche e paramonture di velluto. La giacca a vento perfettamente double, due capi in uno. Il blouson di camoscio morbidissimo doppiato in cashmere, per moltiplicare il calore e la leggerezza. La camicia di pelle consistente, doppiata di nylon, sopra la t-shirt. Il golf, in maglia a due fronture di tonalità diverse.

L’importanza delle tasche. Inserite nel taglio delle pinces, volanti all’interno, tagliate basse nelle camicie.

L’importanza del materiale. Riscoprire / ricostituire i tessuti old fashion: cover doppio (con interno scozzese) per giacche sfoderate e trench; feltro per caban raddoppiati in popeline; caledon trasformato in madras di tweed.

L’importanza, nuova, della camicia. Doppiata, sostenuta, rinforzata fino alla vita oppure per interno, con il carré dello stesso tessuto. Confort della vayella stampata a disegni cravatta e scozzesi; del velluto a coste sottili, della tela e del piqué grezzo. Nitore di righe a più dimensioni e del collo bianco e rigido, quasi un ricordo di inamidature.

L’importanza, riconosciuta, della cravatta. Jacquard, in grisaglie ultrafini e sovrastampate, di lana a toni neutri, con tracce di azzurro, di verde, di rubino. I colori del gusto inglese.

L’importanza, insistita, della vestibilità. Pantaloni con tasche sottolineate da inserti di pelle o con cinturini diagonali.

Spalle arrotondate per una maggiore comodità sul torace.

L’importanza della sera. Smoking, logicamente, anche nella versione dinner. La giacca stile Eton, in uno scozzese notturno, su pantaloni neri con il bordo laterale di raso. Il cappotto king size con il collo di satin opaco.

L’importanza, sommessa, del colore. Una somma di ricordi, di ambienti, di paesaggi fantastici. Riferimenti imprecisi, per suggerire luoghi dello spirito. Un senso di naturalezza. L’Irlanda, i verdi della brughiera, lo scuro del pietrisco, il chiarore dell’acqua. Il tema della pesca, il tema della roccia: sfumature da vita sportiva, i colori autentici delle lane, dei cotoni, del filo di lino. Né bianco né beige, ma grigio miele.

“Far spiccare è il gesto essenziale dell’arte classica. Il pittore fa spiccare, un tratto, un’ombra, all’occasione l’ingrandisce, l’inverte, ne fa un’opera”.

(Roland Barthes)

da2007ai

“Mosaïque”, l’anima profonda del glamour

Nel DNA creativo di Gianfranco Ferré è insita la passione assoluta per la materia. Una passione alchemica che rimanda alla perizia dell’artigianato più nobile, ma si vale di lavorazioni d’avanguardia per interpretare e valorizzare ogni genere di materiale, dal più prezioso al più umile, per ottimizzarne i pregi ed esaltarne le virtù, per renderlo speciale e magico, unico e sempre inedito. Con la volontà di sorprendere e, al contempo, di garantire la vera qualità, la vera esclusività.

“Mosaïque” è l’ultima, sofisticata declinazione di questa propensione alchemica ad alta definizione. E’ un progetto che si propone di divenire il punto focale della strategia di prodotto del brand, in particolare all’interno dell’universo accessori, grande amore di sempre di Gianfranco Ferré, ambito in cui la sua creatività e l’inventiva hanno conseguito risultati di assoluta eccellenza e di pura innovazione.

“Mosaïque” gioca con la materia in un’ottica di tridimensionalità. O meglio, gioca con tante materie: nappa ultramorbida e vernice lucente, abbagliante metallo e duttile tessuto, che vengono intagliati a laser e poi sovrapposti a triplo strato, talvolta mixati gli uni agli altri, talvolta accorpati senza alcuna mescolanza. L’apparenza, il primo impatto è quello di una sostanza unica, con una superficie armoniosamente irregolare, come se prendesse vita dalle tessere di un mosaico virtuale. E’ profonda, corposa, movimentata quasi come il suolo lunare. E’ vivace e vibrante, anche perché scandita da cromie e riflessi differenti che giocano di rimando tra loro.

La caleidoscopica natura di “Mosaïque” ne rende possibile un’articolazione ad ampio spettro, quasi no limits. Identifica borse di ogni dimensione e di ogni tipologia, oggetti di piccola pelletteria, fibbie, dettagli e finiture per le borse stesse. Si propone di essere assolutamente trasversale, per connotare le collezioni Donna non meno che le linee Uomo.

“Mosaïque” non è soltanto un gioco materico, pur sofisticato ed innovativo. E’ una sfida che vuol fare della materia l’elemento costitutivo del prodotto. E dunque anche dell’identità presente e futura di un brand protagonista del lusso internazionale da quasi trent’anni, che rinnova così la sua innata predisposizione alla magia…

da2006pe

Collezione Prêt-à-porter

“Il candore, la leggerezza, un tocco di frivolezza, consapevole e dunque composta: mi risulta facile, quasi spontaneo, sintetizzare in queste parole le emozioni che percorrono la mia nuova collezione. Sono questi i segni distintivi della femminilità che ho voluto raccontare, gioiosa e solare, eppure sobria e aggraziata. Una femminilità appassionata e riservata, che fa pensare alle donne latino-americane, hermosas y preciosas…

… Il candore è quello della luce intensa di mezzogiorno che si riverbera sulle facciate degli edifici coloniali e delle fastose cattedrali messicane. Il bianco non è soltanto un colore: è una dichiarazione di vitalità e di purezza. L’ho scelto per scandire una parte importante della collezione, connotata da linee e volumi nitidi e precisi: nelle giacche, nei blouson e nei pullover piccoli – ravvicinati alla figura e ridotti sulle spalle – che si oppongono alle gonne arrotondate sui fianchi, appena scese in vita e decisamente vincenti sui pantaloni, che, quando ci sono, non superano la lunghezza del bermuda per lasciare libere le gambe. In un equilibrio raffinato tra essenzialità ed enfasi, il candore del bianco declina immancabilmente le bluse di organza, mosse da mille piegoline fittissime, lavorate a punto smock o nido d’ape, profilate da nappine e ponpon, arricchite da sontuose maniche a sbuffo, a balloon, a nuvola… Per attenuare il riverbero accecante del bianco, l’ho affiancato alle più calde e dense tonalità del legno – bois de rose, sandalo, palissandro, mogano – che talora sconfinano nelle sfumature non meno intense dei fiori selvaggi della Sierra: rosso sangue, cinabro, carminio…

… La leggerezza è, innanzitutto, quella delle materie dell’estate, il voile di cotone e la georgette in particolare, che ho utilizzato anche per i capi sport, così da conciliare freschezza e comfort. Persino la pelle dei giubbini in bufalo e in cervo – in sé corposa e granulosa – diventa alchemicamente duttile e morbida, acquistando una consistenza simile a quella del popeline. Sfidando la legge di gravità, tutto è lieve, anche quando sulle superfici risaltano pizzi e ricami preziosi, accanto a una serie infinita di lavorazioni minuziose nei motivi a filet, a punto pieno, ad ajour, a crochet, a macramé doppio, a trafori floreali, non di rado assemblati a patchwork nelle giacche e nei pullover. Anche le borse paiono non avere peso, sono esagerate nelle dimensioni e flosce come bisacce, si portano a tracolla e quasi si avvolgono al corpo. Ma la leggerezza può essere anche la nonchalance di un gesto, di un vezzo, che induce a stringersi addosso lo scialle a mantilla in finissima maglia di seta a righe bajadère, oppure in cotone a trama grossa, per proteggersi dalla brezza della sera lasciando fluttuare la gonna volante in tulle ricamato…

… La frivolezza, in verità, è tripudio, vivacità, magia. E’ l’opulenza incantata che ho voluto esplodesse soprattutto di sera. Nei pizzi dorati e nelle cascate di catene tintinnanti e risplendenti, che richiamano alla mente i gioielli sacri della Virgen de Guadalupe. Nelle T-shirt velatissime – sexy e caste insieme perché lasciano nude le spalle ma coprono il collo – tempestate di pietre dure, di boule argentee, di applicazioni dorate e sbalzate. Nelle gonne e negli abiti aerei, anche se sontuosi nelle dimensioni, rigorosi nell’aplomb architettonico, mossi da balze di colori diversi, solcati e arricciati da nastri in gros grain, rialzati sul davanti e allungati dietro in un accenno di strascico… La frivolezza, infine, conferisce un appeal intrigante agli zoccoli e ai sandali a listini intrecciati: svettanti sui plateau di legno sagomato ed inguainato nel camoscio impalpabile color nudo, danno slancio e solidità alla figura, scattante e ieratica, che riflette la sua ombra paseando per le vie e le piazze della città, sfidandone la calura. In attesa che arrivi il tramonto…”

Gianfranco Ferré

da2006ai

Collezione Prêt-à-porter

“Riflettendo sui corsi e i ricorsi che governano la storia, mi ha colpito come ogni principio di secolo porti con sé un impulso singolare a ridefinire e, per così dire, a ripulire linee e fogge del vestire. Sviluppando questa intenzione, che in verità è un elemento costitutivo del mio progetto di stile, nella nuova collezione ho voluto porre un accento ancora più marcato sulla precisione e sulla purezza quasi geometrica delle forme e delle costruzioni. Perseguendo un ideale di perfezione e di distinzione che giunge a suggerire persino impressioni di regalità, severa ed aggraziata insieme, vibrante di contemporaneità. In questo orizzonte di nitore, ho concesso spazio a dichiarazioni di intenzionale opulenza, a tracce di ragionata ridondanza, comunque lievi e mai eccessive, espresse soprattutto nella sofisticata magia dei decori…”.

Gianfranco Ferré

Le logiche della precisione determinano, in primo luogo, costruzioni e proporzioni. Le gonne a trapezio, alte in vita, conferiscono alla silhouette un andamento svasato, eppure fermo, mai oscillante. I pantaloni hanno una conformazione ergonomica e scattante, particolarmente asciutta sino al ginocchio ed appena allargata più sotto, con la piega ben segnata che evoca un aplomb da uniforme. Le giacche dei tailleur da città sono minute, corte, impeccabili. Sfiorando appena la cintura, sono addolcite dalle bluse morbide e impalpabili, con la coulisse in vita e il collo alto chiuso castamente dal fiocco. Anche i cappotti da giorno sono ridotti e diritti, quasi riedizioni al futuro dei paletò infantili dei primissimi ‘900. Questa singolare pulizia formale dà risalto ai piccoli-grandi segni di ricercatezza, di enfasi, di unicità: gli alamari “Brandebourg”, gli intarsi in velluto, le martingale impunturate, le cinture incassate. E i grappoli fitti di minuscoli bottoni a boule, in metallo dorato e zapponato, che in quantità infinita accendono di bagliori smorzati giacche, cappotti, T-shirt…

L’impronta di distinzione è garantita anche dall’andamento cromatico, dichiaratamente pacato e nobile. Il nero sfuma nel marrone e nel blu più cupo e invernale. Le tonalità bisquit si alternano al bianco lana e alle nuances “kacha” più calde. Profondi e ammalianti, risaltano invece i riflessi e le sfumature delle pietre preziose: del rubino e dell’ametista, dello smeraldo indiano, dello zaffiro malese. Spezzando il predominio degli uniti, un’unica fantasia percorre l’intera collezione, diventando un leit motiv grafico e decorativo insieme: virato in bianco e nel colore del feltro, un simbolico bestiario da fiaba nordica inventa un caleidoscopio incantato, che, riprodotto su ogni materiale, crea falsi cretonne…

Rimandi tra naturalezze corpose e prodigi alchemici governano le scansioni materiche. La lana rivela le sue mille, versatili anime: dalla gabardine ai diagonali, dal faille doppio alla tela stretch, dal satin al crêpe bielastico. Stropicciato a bastone, lo chiffon disegna camicie, color avorio o inchiostro, che paiono capi d’antan riportati ad un nuovo appeal. Il cavallino oppure il cotone doppiato in duchesse di seta costruiscono i giacchini a spencer, da cadetto. I velluti da arredamento sono lavati, il visone dei trench e dei cappotti è lavato e bottalato, assumendo l’aspetto e la consistenza della ciniglia invecchiata…

La sera concilia romantiche maliziosità e austerità di vittoriana memoria. Gli abiti lasciano le spalle nude, oppure, all’opposto, hanno il collo che sale alto sin quasi a sfiorare il mento. Le gonne sono in raso o in velluto, aeree e spumeggianti, sostenute dalle sottogonne in tulle e faille. Si allungano naturalmente a terra in un accenno di strascico, che richiama alla memoria la “Princess line” di fine ‘800. Per proteggersi dal freddo, sopra gli abiti da sera si indossano cappotti tagliati come i pastrani da ussaro, in cachemire double o in velluto di seta doppiato di taffettà, anch’essi percorsi da teorie di bottoni lucenti. E con il movimento, cappotto e abito si aprono, mostrando i sandali a calzare tempestati di jais che coprono la gamba sin sotto il ginocchio. Da Venere Imperiale dell’era nuova…

da2005pe

Collezione Prêt-à-porter

“Se dovessi riassumere lo spirito della mia nuova collezione in una sola frase, direi che nulla appare costruito eppure tutto è studiato, per regalare leggerezza e un glamour moderno alla figura, anche quando si tratta di capi dichiaratamente sport. Senza rinunciare alla magia, all’emozione, all’appeal…

Per rendere ogni cosa elastica e ben disegnata sul corpo, ho usato il jersey come strumento primo e assoluto. Una necessità, quasi un’ossessione. L’ho voluto in tutte le sue varianti e carature, in tutte le possibilità di abbinamento e interpretazioni. Accostato con naturalezza al satin nel blazer e allo chiffon nel “marcel” a uomo. Rivestito di rete nera per alludere al micro-motivo a occhio di pernice nel pantalone e all’effetto tweed nella giacca impeccabile, che ha le spalle segnate, un accenno di baschina e le finiture sfrangiate in tweed autentico di seta. Traforato con la tecnica dell’alta frequenza per trasformarsi in neo-pizzo macramé nella gonna corta al ginocchio, allargata in un godet a ventaglio che ondeggia al passo. Nei blouson ho combinato nylon, jersey e pelle di canguro, in un rimando di morbidezza e duttilità che quasi impedisce di distinguere un materiale dall’altro. Mentre i lembi forati a rete, a trama larga o più fitta, si giuntano a patchwork nelle camicie dal singolare effetto sportivo-romantico…

Per raccontare questa femminilità che attrae per la sua levità, ho scelto un andamento cromatico pacato, in cui è determinante la presenza del nero e più ancora dei toni morbidi della polvere di cacao, di guarana, di manioca, o delle sfumature appena un po’ più calde della terra. Ma ho lasciato anche che esplodesse il colore, per evocare un incanto prezioso e fiabesco. La giacca in serpente-corallo riluce di tinte squillanti mischiate ad Arlecchino. Negli abiti da sera vibra il fascino selvaggio delle stampe animal. Sullo chiffon, sul tulle e ancora sul jersey le sfumature dei manti felini si sommano a ricami abbaglianti, a incrostazioni alchemiche che disegnano foglie esotiche, fiori Liberty, gigli, velati e per questo ancor più ammalianti…

Anche la silhouette si muove e acquista enfasi. Strati tripli, quadrupli di tulle plissettato si increspano verso l’alto e trasformano l’abito nell’ombra, opulenta ma inconsistente, di un animale della foresta. Il fourreau sinuoso a motivi wild si allarga a campana verso il fondo, quasi smisurato, aereo, fatto apposta per fluttuare e sedurre.

Come l’abito in satin nero incrostato di pizzo, con la vita alta fin sotto il seno e le balze profilate da ricami luccicanti che scendono senza staccarsi dal corpo, da portare sotto il giacchino in duchesse color naturale, che restituisce all’insieme una certa austerità. Ancora più maliziosa, unica, incredibile è la versione in cui il tulle ricamato si sovrappone allo chiffon tigrato…

Per ancorare a terra la figura, ho preferito calzature dalle forme evidenti, in materiali inusitati: pitone, canguro, zebra. Eccentricamente e persino imperiosamente importanti sono i sandali in pitone, con un accenno di zeppa a specchio, il tacco altissimo in corno, la fascia che avvolge la caviglia bloccata sotto la suola da un fermaglio argentato. E un po’ tutti gli accessori vogliono colpire e risaltare, ispirati anch’essi a un bestiario universale, da sogno: le cinture sottili sono zebrate, i pendenti a zanna di facocero, come i bottoni e gli alamari che chiudono il montgomery in faille…

Come se lo splendore rigoglioso della foresta pluviale amazzonica, con la sua flora e la sua fauna, si confondesse nella fantasia con l’atmosfera appassionata e tentatrice di San Salvador de Bahia. Evocata dalle orchidee appuntate sugli abiti che si susseguono in passerella e soprattutto dal profumo inebriante che permea l’ambiente e conquista…”.

Gianfranco Ferré

da2005ai

Collezione Prêt-à-porter

“Mi piace raccontare la femminilità di oggi nei suoi tanti modi di essere e di atteggiarsi. Una femminilità che è raffinata e romantica, corretta da una certa severità. Senza contraddizioni, sa e vuole essere anche sportiva, in una scelta di comfort che arriva sino a un consapevole anticonformismo. Ho cercato e trovato questa femminilità, affascinante e speciale, nelle note struggenti di una melodia, nei versi puri di una lirica, nelle immagini di una città pulsante, in orizzonti che sembrano non avere fine…”.

Gianfranco Ferré

La severità è riassunta dal tailleur pantalone da città in lana blu gessata: asciutto e preciso, ma con le spalle oversize e il collo in pelliccia di capibara, si porta sulla camicia a jabot, bianca o pervinca, che ritorna in tutta la collezione e in mille abbinamenti differenti. Oppure è espressa dalla gonna diritta al ginocchio, in grisaglia grigia, che finisce con una piccola balza e, a sorpresa, si combina con il blouson decisamente esagerato nelle proporzioni, in cover d’antan pesante, guarnito da un grandioso collo in guanaco naturale: una sorta di rivisitazione glamour dei mantelli che si indossavano un tempo per cavalcare nella pampa…

Ma la severità convive con l’incanto e l’originalità, acquista slancio, risuona di vibrazioni sensuali. Senza perdere l’aplomb sartoriale, il tailleur, di tessuto ma anche di pelle, si anima di impunture quasi arabescate. La gonna, allungandosi, diventa anche più ampia: ha la baschina un po’ scesa sui fianchi, raggiunge il polpaccio, si apre a ruota ondeggiando con il passo, che è elastico ma ben saldo, perché il piede è protetto dallo stivale che ricorda le “botas de potro” dei gauchos, in suede leggerissima e incolore, oppure in cuoio istoriato e borchiato con il tacco a zeppa. Se arriva al suolo, la gonna è in faille di seta cangiante, fatta di balze fitte di plissé: con il movimento sembra danzare, creando un fruscio irresistibile, più seducente di una milonga…

Anche proteggersi dal freddo diventa un’affermazione di opulenza, un esercizio di alchimia. Nei cappotti e nei mantelli l’opossum si mescola alla volpe e al breitschwanz, il bouclé è doppiato di astrakan, il visone rasato diventa leggero e morbido come il velluto, il montone a peso piuma è reso ancora più lieve e magico dalle devorazioni damascate a laser. Broccato e lana shetland si accoppiano nei piumini trapunti e sontuosi, che la naturalezza di una T-shirt grigia e di un jeans riporta alla normalità, anche se sono tempestati di cristalli che risplendono come le stelle nel cielo terso della Patagonia…

In inedite assonanze con il tweed e con un velluto incredibilmente cangiante e ricco di riflessi, il broccato esplode in tutto il suo fulgore privilegiando le sfumature più profonde e intense: marrone caffè, rosso vinaccia, verde cupo, blu notte e blu inchiostro, qualche volta rischiarate da lampi di arancio o di rosso vivo. Per dare vita a gonne ricamate, decorate, arricchite da applicazioni, che si portano con la blusa essenziale e sono fermate in vita dalla cintura-bustier in cuoio impunturato, chiusa da lacci intrecciati che si allungano oscillanti. Sotto l’orlo spunta la forma affusolata della scarpa da tango in raso, con la punta di struzzo, i listini incrociati sul davanti, il tacco a coda di rondine. E il ticchettio, lieve e tentatore, si allontana nella notte porteña, lungo i marciapiedi di Corrientes, per inseguire l’echeggiare di una canzone…

“En la musica estàn, en el cordaje

De la guitarra trabajosa

Que trama en la milonga venturosa

La fiesta y la inocencia del coraje”.

Jorge Luis Borges, “El Tango”

da2004pe

Collezione Prêt-à-porter

“La semplicità è il valore più importante. L’obiettivo di una ricerca che per me significa rifiuto di ogni ovvietà, esplorazione convinta di percorsi inediti e coerenti, concessione entusiasta agli slanci, alle sperimentazioni…

Proprio per accendere di slancio la mia nuova collezione e per sottolinearne l’identità, ho scelto di percorrerla per intero con un unico elemento di decoro che rimanda all’esperienza estetica di Vittorio Zecchin, straordinario italiano che ha assorbito in forme assolutamente personali la lezione della Secessione. I suoi moduli grafico-pittorici hanno la carica attualissima della serialità, della reiterazione quasi ossessiva, accentuata da scelte cromatiche decise, travolgenti…

Ho voluto rileggere questi moduli in dimensioni e proporzioni differenti. Li ho resi con mezzi diversi per animare forme e materie, giocando tra geometrie elementari – quella del cerchio e del rettangolo in particolare – e costruzioni accurate. Realizzate in tessuti puri o con interpretazioni tecniche, assolutamente identici tra loro per nobiltà ed appeal…

Così, il medesimo “segno” accende di coloratissime stampe all over le camicie-poncho in chiffon e gli abiti senza peso di georgette sintetica. E’ intarsiato sulla pelle, regalando un’eleganza grafica al blouson piccolo e impunturato. E’ traforato a laser per rendere speciali la gonna di pelle rovesciata e quella in chintz doppiato e corposo, che si rialza sul davanti per scoprire le gambe. E’ ricamato a filo o in jais, tono su tono oppure a contrasto, per impreziosire gli abiti a rettangolo, in doppia georgette stretch o in satin, drappeggiati con totale facilità sul corpo. E’ riprodotto nelle bordure dei miniabiti asimmetrici. E’ persino virato in madreperla per decorare gli accessori…

Mi sono lasciato vincere dall’intensità del colore, soprattutto del rosso, in tutte le sue modulazioni: fiamma, ruggine, mattone, bruciato, aranciato. Ho illuminato il nero in opposizione con l’avorio. Ho dato al kaki, al blu e al bordeaux la lucentezza di un materiale splendente come il raso. Persino il grigio, quello del tailleur “educato” in georgette stretch e denim oppure in diagonale di seta cangiante, ha una luminosità perlata, aerea. Ridefinendo l’equilibrio tra maschile e femminile, anche con abbinamenti e declinazioni inedite: il pull a uomo contraddice la gonna in gazaar, la camicia in Oxford alleggerito, bianco o celeste, perde i bottoni e conserva soltanto le asole in una sorta di profilatura discreta e graziosa…

Per la sera, l’immediatezza di certe geometrie acquista un’enfasi speciale e fantastica. Rivela una festosità lieve, esuberante, vagamente messicana, caleidoscopica. Nelle gonne il cerchio si allunga a terra in accenni di strascico, accresce i volumi, crea una ricchezza ondeggiante. Nei corpetti, il cerchio invece si rovescia, si apre a ruota, a ventaglio, a corolla, svetta verso l’alto. Sulla gonna nera traforata, la blusa in organza è minuta e corta in vita, ma si frastaglia attorno alle spalle in un gioco di intagli spumeggianti che sembrano prodotti da una forbice abilissima in un’impalpabile carta velina. Dentro questi abiti il corpo prende le movenze seducenti di una nuova Dolores Del Rio, appassionata e sofisticata insieme…

Altera e gioiosa, questa donna svetta sui sandali dalla zeppa alta e massiccia, che ricordano quelli degli artigiani “zapateros” di Leon, con la mascherina frontale in cuoio lavorato e i lacci che cingono la caviglia. Neri o marroni, sempre gli stessi. Si gingilla con sportine che hanno il manico d’argento o di bambù, decorate da applicazioni di madreperla sul vitello nero. Sceglie costumi da bagno lavorati a crochet, con i fermagli laterali a placca fatti in osso, e li copre con rettangoli di stoffa ricamata che scivolano naturalmente sulle spalle. Porta gli occhiali con le lenti grandi e la montatura fasciante, che celano lo sguardo. E abbassa sulla fronte il cappello, un panama nero o rosso a tesa ampia. Perché si diverte a giocare tra mistero e ironia…”.

Gianfranco Ferré

da2004ai

Collezione Prêt-à-porter

“Ogni parola si trasforma nel suo opposto, ogni concetto nella sua antitesi: colore-non colore, classico ma non classico. Nasce così una silhouette danzante e decisamente femminile, con spalle importanti, vita strizzata e gonne sempre ondeggianti – ma anche sempre precise al ginocchio – per scandire con un’irresistibile impronta di glamour e di eccentricità i modi e le logiche del vestire. Si percepisce, forte, una sorta di ossessione sportiva che influenza e rilegge i codici dell’eleganza urbana e vince una sensazione di freschezza anche nella stagione fredda, in cui i non-colori sono capaci di una profondità singolare: il nero assoluto e il blu d’inverno, che si accosta al verde, al petrolio, al grigio, al mattone. Con il tocco imprevisto dei fluo, delle tonalità segnaletiche ed energetiche, riservate ai dettagli e ai materiali più magici, come il coccodrillo…

Intenzionalmente, ho ripensato le tipologie classiche in modo che non risultino scontate, come le giacche, le gonne e i tailleur da città fatti di tessuti con la cimosa messa in evidenza perché diventi decoro, oppure rifiniti con il gros elasticizzato e orlato a plissé. Mentre a ciò che è prezioso, come la pelliccia o il cachemire, ho dato una connotazione marcatamente sport. Ho utilizzato il castoro naturale, l’opossum australiano, il visone biondo mélange per gilet sotto-giacca e fodere di parka iperfunzionali a prova di grande gelo. Raddoppiato e triplicato, il cachemire assume invece la compattezza e la solidità di un inedito e lussuoso feltro…

Per costruire, creare movimento, assecondare la naturale flessuosità della figura, ho prestato uguale attenzione alla consistenza e alla duttilità della materia. Ho preferito il velluto di cotone a quello di seta, perché troppo cascante. Ho impiegato tutta la gamma dei jersey opachi – corposi e scattanti allo stesso tempo – e delle tricottine elasticizzate. Ho conferito al completo blouson e pantalone, zippato e bicolore, quasi l’aderenza di una tuta da sub perché è in doppio jersey stretch, come il tailleur jogging che si porta sulla camicia a corolla, con nonchalance e snobismo. Ed è stretch anche il nylon del completo habillé con la gonna mossa e civettuola. L’Oxford delle camicie maschili serve invece per la blusa elegante, con lo jabot che altro non è se non una cravatta che può essere sbottonata e rimossa. Una serie intera di pezzi in gabardine di cotone tripla e ritorta prende origine dal tradizionale trench che si muove sul corpo per trasformarsi in tailleur, giacca, camicia, con il bavero che diventa baschina o battente della tasca, con i revers che scendono come falde, con la fodera in tela e i bordi in satin. E come sempre, la ricerca e l’invenzione sfociano nell’alchimia, nell’illusione, nell’abbaglio, per ritrovare ciò che è proibito. Nei bordi dei cappotti e nelle gonne la pelle di capra tibetana, usata a pelo contrario e con gli inserti in tulle, sembra pelliccia di scimmia. Nel tailleur il manto maculato del giaguaro è riprodotto dal cavallino dipinto a mano. Quando non è autentico, il coccodrillo – vero e proprio feticcio e leit motiv decorativo – ritorna nei ricami a scaglie in paillettes, in jais, persino in placche di pura plastica…

Per la sera ho rinunciato alle lunghezze totali. Corti e sinuosi, gli abiti hanno il corpetto ravvicinato – drappeggiato, oppure animato da sbuffi – e gli scolli a corolla; la parte inferiore è mossa invece da inserti, volute e pannelli. Il jersey stretch disegna il più elementare giacchino sfoderato, mentre nei capi più intriganti si combina al satin impunturato, al voile, al tulle, con gli intarsi in pizzo, le incrostazioni e le glitterature “alligator”. E per proteggersi, bastano dei piccoli, raffinatissimi e maliziosi coprispalle in volpe selvaggia al naturale…

Sui tacchi alti delle scarpe a punta affusolata le gambe svettano sempre. Di giorno però sono coperte e riscaldate da ghette nello stesso tessuto del cappotto, o da calzettoni che calano sin sui tacchi. Mentre di sera sono del tutto in evidenza, con il piede appena velato dalla rete o dal satin, oppure nudo e impreziosito da applicazioni-gioiello, che sprigionano bagliori, catturano lo sguardo, conquistano…”.

Gianfranco Ferré

da2003pe

Collezione Prêt-à-porter

“Un viaggio mentale, un intrecciarsi lieve di impressioni e riferimenti, una geografia eccentrica, punto di incontro di confini… Alla ricerca di un’atmosfera, di un ambiente che esprimesse realmente la femminilità di oggi – somma di grazia ed insieme di aggressività, liberamente soft e consapevolmente hard – ho lasciato correre la fantasia, scoprendo orizzonti differenti e avvicinando mondi tra loro lontani. Con attenzione e curiosità speciali ho visitato le realtà avvezze alla contaminazione tra culture: New Orleans, ma anche le città della West Coast, da San Francisco a Portland, abituate da sempre ad assimilare ciò che giunge dalla sponda opposta del Pacifico, dal Giappone, da Macao, da Shanghai…

Il risultato di questo stravagante percorso è una trasposizione libera e gioiosa di certi principi di severità e di rigore che fanno pensare proprio all’Oriente. Con una volontà di eleganza che mi ha spinto ad ammorbidire ed a rendere sinuosa la silhouette, scivolate e fluide le forme, privilegiando per questo i tessuti più duttili e sciolti, come la georgette ed il satin. Ma senza rinunciare alla perfezione della struttura, all’importanza dell’aplomb, che individua nella spalla il punto-chiave naturale e consente al capo di cadere con facilità. Anche per i colori ho giocato tra compostezza e slancio, opponendo combinazioni “cool” di bianco e nero a modulazioni vitali di terracotta, giallo, arancio, ai vari blend di marrone che definiscono le differenti qualità di pelle – dal camoscio, alla nappa, al marabù – dall’apparenza un po’ invecchiata, consumata, vissuta…

Tutta la collezione, se la osservo, mi appare scandita da un equilibrio inedito tra passione e una durezza che riporta alla mente la voce di Billie Holiday che canta: “l’m gonna lock my heart and throw away the key … ” Così, riducendo le dimensioni, ho dato femminilità al blouson leather, piuttosto rude in sé perché in pelle smerigliata e solcata da cuciture grossolane, addolcito dall’abbinamento con la gonna scesa sui fianchi e costruita con molli lembi quadrati di georgette che pendono irregolarmente e ondeggiano ad ogni passo. Un effetto simile si ottiene anche con il giubbino minimo appoggiato sopra l’abito con gli inserti di pizzo, a cui danno una decisa connotazione sportiva le zip e la coulisse a vista. Un abito che, io credo, starebbe benissimo ad una nuova Louise Brooks, ad una nuova Wally Simpson. Ma anche a Kristin Scott-Thomas o a Chloé Sevigny. E a quelle donne di oggi che non hanno alcun timore nel mostrare le note di mascolinità insite nel loro sex appeal…

Come in un gioco al computer, sovrapponendo per un istante in un’unica immagine, raffinata e sfuggente, la Marlene Dietrich di “Shanghai Express” e la Maggie Cheung di “In the mood for love”, ho cosparso di segni orientali, discreti e precisi, un po’ tutte le tipologie di un guardaroba assolutamente occidentale, urbano, attuale. La cintura-obi e la fusciacca alta, chiuse sul dietro da laccetti, coprono l’ombelico e segnano la vita, fermando la giacca in modo aggraziato. La camicia si trasforma in kimono – di taffetà doppio traforato a disegni quasi tribali – e si abbina al pantalone diritto color lacca o paprika, oppure alla gonna a piegoline fittissime composta di nastri. L’abito nero, che lascia la spalla nuda e si allunga fino a terra, mostra delicati fiori a stampa fotografica, spezzati e nascosti alla vista da strisce in georgette applicate in sbieco, come se occhieggiassero da persiane giapponesi in carta di riso…

Per la sera, mi è sembrato normale che la silhouette diventasse ancora più morbida, ancora più sensuale. Lievi ed aerei, veli di satin disegnano abiti, gonne, giacche, robe manteaux che fluttuano sulla figura, diventano astucci avorio foderati di corallo o di georgette nera. La linea volutamente essenziale consente di creare enfasi sulla schiena, con pannelli che fluiscono leggeri a terra, oppure sulle maniche, importanti ma senza alcun ingombro, perché aperte e costruite a sciarpa, per alzarsi e discendere senza pesantezza, come ali di farfalla. Asimmetrie, lucentezze, trasparenze, movimenti appena percettibili del tessuto scolpiscono corpi naturalmente sexy e femminili: quello di Julianne Moore, forse, o quello di Jade Jagger…

Anche per gli accessori, ho colorato di suggestioni la consueta logica di qualità e di novità. Le decolleté à la Betty Boop in pelli pregiate e lucenti hanno la punta arrotondata ed un accenno di zeppa: appaiono vezzose e minute per far sembrare più piccolo il piede e più slanciate le gambe impertinenti, nervose ed infinite di una Josephine Baker. All’opposto, i sandali possono avere la suola pesante – persino di legno – per dare solidità ed ancorare a terra una figura così svettante. Gli occhiali, tutti di forma importante, in nero o in avorio, possono celare o rivelare occhi indimenticabili. Ed io sarei felice di incontrare lo sguardo misterioso di Salma Hayek, quello dolcissimo di Rachel Weisz… “.

Gianfranco Ferré

da2003ai

Collezione Prêt-à-porter

Dal Quartier Generale, 24 fiorile (13 maggio), anno IV della Repubblica (1796).

Il Generale Bonaparte scrive:

“Attendo con impazienza Murat per poter sapere in ogni particolare tutto ciò che fai, tutto ciò che dici, le persone che vedi, gli abiti che indossi; ogni cosa che riguarda la mia adorabile amica, cara al mio cuore, ansioso di sapere…”

Indirizzo: alla cittadina Bonaparte, rue Chantereine, numero 6, a Parigi.

“Armonia degli opposti. Un desiderio di grazia e di fierezza insieme, di semplificazione e di enfasi percorre per intero questa collezione, che si dipana come una storia di magiche fogge trasformate per riportarle sempre più al corpo. Dimensioni ridotte, linee assottigliate, vita innalzata appena sotto il seno generano un’impressione di scioltezza e fluidità, che dà risalto a volumi intenzionalmente accresciuti, ricalibrati in modo talvolta eccentrico, soprattutto in certe parti dell’abito: colletto, maniche, polsi.

Mi sono lasciato conquistare da un gioco di costruzione e decostruzione delle forme, che è anche un gioco con la Storia, con un’epoca che ritengo mirabile, perché ha visto i canoni dell’eleganza cambiare e diventare moderni. Perdere leziosità e acquisire purezza ed energia.

Con un’intenzione assoluta di modernità, ho esplorato certi segni estetici del Direttorio e del primo Napoleone, uomo di grandissima forza e di eloquente eleganza, nato – guarda caso – il 15 agosto, come me.

Ho riletto al futuro i segni di un’epoca in cui si sommano l’espressività allegorica di matrice militare e la femminilità composta e regale delle sue protagoniste, da Joséphine Beauharnais a Paolina Borghese, a Madame Récamier ritratta da David.

Manipolando le suggestioni della Storia, ho ridefinito l’architettura dell’abito, sperimentato assonanze nuove tra i pezzi del guardaroba, ricercato alchimie singolari di materie.

La pulizia fondamentale delle linee si completa in una sequenza di ampiezze, rotondità, gonfiori calibrati, prodotti da tagli singolari, coulisse, lacci, drappeggi. Il cappotto assume una conformazione bombata per le pinces cucite a spirale che generano ruches. Le maniche raddoppiano la prestanza perché i polsi si rigirano sin quasi alle spalle. La gonna in lana double finita a “strappo” ha un godet anatomico sul davanti e cade affusolata dietro.

I volumi possono crescere, le strutture semplificarsi. Il trench e il blouson dal collo doppio (alto e sostenuto, simile al pastrano degli ufficiali della Grande Armée) sono chiusi e solcati da zip che si possono aprire: parzialmente per creare i revers, oppure del tutto per trasformare a sorpresa in marsina il capo, eliminandone la parte anteriore.

Il cappotto minuto da città si sovrappone alla tuta double in georgette, la giacca-corsetto alla T-shirt di pizzo. La redingote di satin rosso con la svasatura esasperata al ginocchio sta sopra il pull di mohair grattato. Il trench di visone è nappato in esterno e operato a strisce all’interno, il giacchino-marsina può essere in coccodrillo kaki.

La sera sprigiona la magia severa del nero. Incredibili tagli a rettangolo di georgette creano abiti che cadono a colonna sul davanti, con il seno altissimo appena velato e sostenuto da piccole imbottiture e fasce ricamate. Ma acquistano sontuosità sul dorso perché si allungano in uno strascico trattenuto a terra dall’orlo di velluto pesante. Abiti dalla scollatura abissale si combinano a T-shirt. Pizzi e drappeggi che muovono le maniche disegnano una nuova, incantata versione della camicia da notte di Paolina.

Un intento di moderna preziosità, che concilia forme precise e declinazioni eccentriche, modula anche la gamma degli accessori. Le borse hanno il manico a scettro, in argento autentico. Sono di cavallino o pitone in tonalità classiche e si ripiegano in due per custodire nel mezzo l’ombrello. Sono minuscole – in iguana, tejus, coccodrillo grigio con l’interno viola – poco più grandi di un portafoglio attrezzato.

Non meno varie e femminilmente accattivanti sono le fogge delle calzature. Gli stivali alti danno slancio al piede. Le pantofole ultra-piatte e ultra-affusolate sono in vitello morbido o in jersey pesante. Piccoli nodi sul davanti le ingentiliscono, suole solcate per il lungo da una giuntura le rendono uniche. Il sandalo di coccodrillo con la zeppa, da portare con le calze coprenti o persino con i calzettoni pesanti, se il pantalone si ferma al ginocchio.

Allo stesso modo, l’equilibrio tra compostezza e slancio segna l’identità cromatica della collezione, pacata e variata. Accanto ai non-colori dell’inverno, solidi e naturali – il grigio urbano, il verde militare e oliva, il kaki – ho voluto il bianco tenero ed il rosa poudre dell’incarnato delle “merveilleuses”, il nero severo e prezioso, il rosso imperiale, il fucsia della Martinica che forse Joséphine portò con sé a Parigi, nei suoi ricordi e nel suo cuore…”

Gianfranco Ferré

da2002pe

Collezione Prêt-à-porter

“Tra gli incanti del mito e le vibrazioni del software, l’India racconta una magica storia da cui mi sono lasciato conquistare, proponendola attraverso parafrasi e citazioni rinnovate da intenti e interpretazioni techno. In questa esplorazione appassionata, ho narrato quanto di puro e forte, di energico e libero, di moderno e stimolante, si muove nell’anima antica di questo sorprendente Paese. Con l’attenzione rivolta, in particolare, allo straordinario, elegantissimo equilibrio tra semplicità e opulenza… “

Gianfranco Ferré

… A partire dalle forme, che hanno il nitore e il candore della couture più nobile. Drappeggi, cadute naturali, perfezioni: tutto esalta, dà tono e prestanza a una silhouette elementare e facile. Definita dalle decorazioni eseguite a mano sul pantalone stretto e affusolato, da una gamma intera di trafori e rivettature pregiate, dalla pienezza della gonna plissé, che contrasta e rende importante anche il corpino fatto di nulla, dai pannelli che, nel pantalone, si sovrappongono l’un l’altro con fluttuante precisione…

… Ieratici e sinuosi, casti ed ammiccanti insieme, come le immagini di certe divinità, i corpi si indovinano dietro i magici tattoo creati dal tulle stretch mescolato alla pelle o al metallo, dietro la techno-organza – aderentissima e più che trasparente – degli abiti solcati da coulisse, avvinti a spirale alle forme, virati sobriamente in nero, ma anche nelle effervescenti sfumature fluo del mandarino, del limone, dell’arancio. Una sensualità mai gridata, mai ostentata, capace di rinunciare alle scollature, permeata di grazia, si intuisce nei jeans di organza “sheer” lavorata a jacquard e intessuta di metallo, negli abiti guarniti da piombini (che in sartoria si utilizzano per dare peso e aplomb agli orli) che pendono ad effetto regalando spessore ai drappeggi che giocano intenzionalmente con l’anatomia…

… Più freddi e penetranti di quelli aurei, i bagliori dell’argento traducono un decor fatto di segni discretamente e infinitamente preziosi. Impunture metalliche rafforzano e ondulano gli orli delle camicie di percalle o di nappa ultraleggera. Teorie di minuscoli bottoni di alluminio accendono il twin-set indossato con il pantalone patchwork in tussah di seta. Oppure si incrostano sulla pelle, disegnano bordi sfarzosi, arabeschi e ginocchiere luccicanti, muovendo le superfici con una miriade di riflessi, come se fossero tanti minuscoli frammenti di specchio. A volte, dell’argento resta soltanto l’impressione, resa dalla plastica, abbagliante come un metallo prezioso e sposata alla seta. Dove c’è, l’oro è invecchiato e attutito, come nel jeans asciutto sotto la camicia-sari…

… La lezione della semplicità opulenta consente di sostituire i sontuosi gioielli indiani con placcature e pennellature d’oro e d’argento, applicate direttamente sulla pelle. Permette di estremizzare le fogge delle calzature – dal sandalo ultrapiatto color carne alle scarpe ostentatamente vistose – e di definire con immediatezza la logica del colore – rosso, blu, nero, bilanciati dal grigio metallico e dai fluo…

… Toni e suggestioni che appaiono ancora più incantati se si immaginano calati in una luce rosata, mite, sensuale…

da2002ai

Collezione Prêt-à-porter

“Un sentimento insolito, un equilibrio nuovo, di delicata solidità, tra descrizione e determinazione, libertà e dolcezza. Così, lasciando correre immaginazione e volontà lungo la via della tenerezza, ho declinato questo intento secondo il modo di porgersi, il modo di essere e di muoversi. Soprattutto, ho segnato la silhouette, che appare sempre minuta e femminile anche quando definisce i pezzi più sportivi, romantica, ma sempre in modo naturale, anche quando si trasforma in abiti da sera. Ne deriva un nitore di linee e di forme che non potrebbe esistere senza una magica gamma di interventi e di alchimie sulla materia, di assonanze inedite. Realizzato in morbida alpaca “strappata” e foderato di nappa – oppure di breitschwanz rosso lacca alleggerito dalla concia al naturale – il trench cade fluido come una seconda pelle. Il cappotto che si strizza al corpo grazie alla cintura di cuoio è in duttile cachemire. Mentre il breitschwanz reinventa la “giacca a vento” con le spalle appuntite e la vita piccolissima, l’agnello riccio color grigio e il visone fulvo si accoppiano nel trench che ha l’aplomb facile di un accappatoio. Il mohair risplende con la lucentezza di una pelliccia, ma rivela un’anima ultralight anche quando è doppiato di seta. A sorpresa, tessuti maschili e femminili si mescolano gli uni agli altri secondo carature e fantasie differenti: grisaglia e pois, Principe di Galles e point d’esprit…

Con lo stesso proposito di misura e di concretezza, ho ritenuto importante riverificare l’equilibrio delle forme rispetto al corpo, nel segno di una purezza singolare e geometrica che contraddistingue volumi, proporzioni, costruzioni e che richiama alla mente la lezione sublime di Balenciaga che sosteneva che per portare i suoi modelli “una donna non ha bisogno di essere perfetta, anzi neppure bella: sarà il vestito a renderla tale”. Fermato in vita, il trench corto acquista verso il basso un’ampiezza “new look”; la gonna “Cinderella” in reps nero – portata sotto il giubbino neo-motard in pelliccia e velluto, o sotto il blazer sciolto intarsiato di pelo – assume una forma a botte ottenuta unicamente da nervature orizzontali profilate da festoni quasi invisibili; il paltò accresce le sue dimensioni per ricalibrare l’assoluta elementarità dell’abito scivolato come una calza-body; il piccolo trapezio senza cuciture si appoggia sulla T-shirt – calzamaglia in jersey di seta completa di guanti incorporati; anche l’abito in gros è privo di qualsiasi giuntura, ma si adatta impeccabile alla figura perché è interessante e minuziosamente pieghettato…

Attento, come sempre, più alla sostanza che all’apparenza del lusso, ho voluto dare spazio al suo volume autentico, esaltandone le espressioni meglio rispondenti alla realtà. Un’operazione che mi ha portato, quasi spontaneamente, a rivalutare le straordinarie risorse di perizia e di pazienza di un certo artigianato, grande e unico. Necessario per dar vita ad una qualità vera, interiore, che sia lontana dall’ostentazione. Così, un meticoloso lavoro all’uncinetto costruisce abiti fatti di mille listerelle di tessuto intrecciate; il crêpe pesante del tailleur è perforato e trapunto da nastri in raso; il taffetà tricottato è finito dal passanastro e da fettucce di velluto; il velluto a coste – autentico, oppure imitato da accostamenti di visone e cuoio – dà sostanza ai piccoli paltò ed alle giacche a baschina strutturate da giunture minuziose; i giacchini imbottiti e corti sono percorsi da cuciture a zig-zag che sembrano frutto di uno strano divertissement; miriadi di cristalli sono applicati a mosaico qua e là, con effetti “bajadère”, su tuniche e pantaloni assolutamente unici…

Per ammorbidire la discrezione e l’austerità di certi capi, ho indugiato nel compiacimento per la bellezza e per la raffinata funzionalità degli accessori. Delle borse, innanzitutto: sempre di dimensioni misurate, in materiali ricercati – cinghialino, lucertola, tejus – e in colori accattivanti. Definite da lavorazioni a mano che giungono dalla più colta e nobile tradizione dei maestri pellettieri milanesi. Delle calzature: stivali solidi e scarpe sport con la suola consistente, ma anche scarpe che lasciano nudo il piede coprendone soltanto la punta e cingendo la caviglia di lacci festonati che si stagliano sulla calza nera. Degli occhiali, nuovi e speciali: di impatto quasi maschile in titanio iperleggero con montatura e lenti ramate; di rigore geometrico, in acetato pluristrato con contrasti di bianco e neri nei profili; ultrapreziosi, in oro vero, bianco e giallo; a conformazione anatomica, con visiera a mascherina e barre montate in basso…

In questo orizzonte di voluta pacatezza mi è sembrato quasi necessario fare esplodere una sarabanda di colori intensi e appassionati. Quelli degli anemoni, dei ciclamini, degli amarilli. E quelli ancora più fondi, quasi oscuri – tra blu e porpora – dell’agapanto, della genziana, delle prime viole che sbocciano quando ancora c’è la neve. Lasciando risplendere la sera di riflessi candidi e incantati, quelli della luna d’inverno…

E quasi da subito ho immaginato che questa collezione si muovesse su un tappeto di note rarefatte, sospese, evocative. Interrotte però da tocchi più ritmati, profondi, sensuali…”.

Gianfranco Ferré

da2001pe

Collezione Prêt-à-Porter

“Se penso all’Africa, vedo un album di fotografie scattate in bianco e nero e poi scannerizzate… Profili e forme, sensuali perché elementari, provocanti perché nude, voluminose ed opulente ma composte di finti stracci che ho tradotto in nobilissimi materiali: gazaar di seta, shantung cangiante, doppio taffetà, quadrupla organza… perché tutto sia leggero ma al tempo stesso elaborato, come se si piegassero fogli di carta o lembi di juta. I disegni hanno la forza di tatuaggi che sottolineano la figura, sono segnali di seduzione che si mischiano al body painting. I gioielli diventano vestiti, i vestiti sono gioielli che guarniscono il corpo, giungendo alle radici della linea e della decorazione. Con una magia che vibra di inusitate riflessioni…”.

Gianfranco Ferré

Dimenticare le fogge consuete, i soliti gesti, le abitudini…

In modo sontuoso e primitivo, purissimo ed eccentrico, le gonne di shantung sembrano coni alla liquirizia su cui arricciature strategiche creano una serie di balze. I vestiti con un breve strascico hanno la semplice regalità e le voluttuose increspature dei “bubuje” senegalesi. Pezzi di ricami a gros-grain, corposi e uniti tutti insieme, si trasformano in abiti sorprendenti. Sete come cartocci a spirale diventano gonne e camicie. Mixage eccentrici di stili, tocchi sublimi di eleganza tribale: lo spolverino di juta e seta con le scarpe di pitone intrecciato dal tacco dipinto a mano, la giacca couture in pied-de-poule di seta sulla gonna a rete sfrangiata e ricoperta di coralli, il tailleur impeccabile con le maniche balloon. Lo stesso capo si può indossare in due modi diversi: la giacca, aperta la lampo sui fianchi, si porta sulle spalle come una sciarpa, oppure, chiusa, è un tailleur perfetto in gabardine di cotone…

Cascate di collane di corallo coprono il seno e scendono sino a formare un microvestito, oppure si intrecciano con stringhe di cuoio. Pietre e coralli disegnano gioielli incorporati ai vestiti con i ricami-filigrana sulle tulle nero. Ancora coralli, ma a frammenti, e perline nere reinventano il tweed per una maglietta trompe-l’oeil – seconda pelle. La paglia lavorata si colora di rosso, l’organza di cotone tagliata al vivo e la pelle di pitone sfrangiata inventano nuvole fitte ma impalpabili di piume che sembrano di marabù…

L’oro si mescola al rosso per dare più nobiltà al colore. Ritornano, insistenti, il bianco – calce, gesso, guscio d’uovo – e il nero che, ancora con il bianco, traccia prints corporali, disegni scaramantici, etno-tattoos. Splende il madras di seta del Madagascar, burgundy, blu notte, oro antico…

Il piede nudo ed elastico si regge sul tacco iperbolico o sprofonda nella scarpa-cuscinetto in raso. Le calze optical sembrano segni guerrieri…

Dinamismo, energia…

da2000pe

Collezione Prêt-à-porter

“Il senso del Duemila che vibra in questa collezione non è rivoluzione: è, al contrario, uno spirito che consente di pensare al vestire femminile – e al corpo – con molto sentimento e altrettanto raziocinio, con forme e gesti che appartengono a una cultura acquisita, nobile, ma volutamente semplificata. Il senso “couture” che era un tempo dell’Alta Moda, con i suoi segni essenziali e importanti – un certo Balenciaga, per esempio – appare anacronistico, per quelle costruzioni pesanti e forse troppo corrette, perbene. Mantenere invece gli stessi valori, liberati e vivificati da tecniche e logiche attuali, a parere mio può dare alla figura grazia, allure, bellezza, sensualità. Può permettere una rivoluzione più autentica e sentita. Quella di un nuovo glamour…”.

Gianfranco Ferré

Architetture soffici. A una leggerezza quasi incorporea del tessuto corrisponde una struttura precisissima dell’abito. Come nella camicia-redingote in faille di seta lavato, con tagli che liberano da ogni costrizione: le maniche aderentissime sono tagliate da un piccolo spacco laterale che permette ogni movimento; la spalla a chimono ha un tassello che enfatizza la forma: l’allacciatura è senza bottoni e tutto è tenuto fermo dai cinturini esili come liane che si avvolgono due, tre volte intorno alla figura.

Strutture versatili. La giacca, trattenuta da uno spillone, diventa marsina, gilet, camicia sfoderata con un malizioso godet sul dietro. La gonna diritta si accosta ancora di più verso il fondo, i pantaloni diventano naturalmente sottili. La blusa si trasforma in un semplice sottocollo, o nei polsini amovibili portati anche sul braccio nudo. Di popeline di seta superleggera, ha il colletto – più lungo o più piccolo – che si muove in libertà, fermato appena da un bottone.

Volumi aerei. Organza e tulle chiusi con lacci costruiscono abiti a clessidra trasparenti come paralumi, oppure si gonfiano in gonne quasi a mongolfiera, sostenute da lievi strutture.

Nature civilizzate… Colori profondi e forti, dal marrone al verde scuro, al nero. Colori caldi delle paglie, così leggere che formano cestelli per avvolgere il corpo. Pastelli preziosi che fondono sabbia e pietre: giada, quarzo rosa, pallida acquamarina nei broccati lucenti di seta e nylon.

…e selvagge. Struzzo tagliato al vivo che lascia intravvedere fodere di organza. Pitone che dà ai tessuti un aspetto più croccante.

Giardini reali. I fiori stampati sull’organza. I fili di paglia, l’erba cattiva per il bustier, l’erba tosata per il cardigan. Le foglie (di pelle) per il coprispalle, le ampie gonne a godet fatte di crine e di stecche, il cardigan senza maniche di paillettes e coralli rosa. Scarpe a ciuffi di organza che sembrano annodati sul piede, broccato sfilacciato. Tacco svettante come un chiodo e una parte della tomaia in velluto lavorato. Zeppe di metallo sostenute soltanto da un cinturino preciso alla caviglia. Sandali a fasci di lacci sottili, di taffetà, elastico, color carne. Più sensuali del nudo.

da2000ai

Collezione Prêt-à-porter

“Mi piace pensare a una donna che sia un po’ ragazza, talvolta infantilmente acerba nello scoprire finezze perdute. Una donna che porta in questo mondo antipodi e contrapposizioni, per arrivare a quell’ordine disordinatamente libero che oggi, per me, è la moderna eleganza. Fatta anche di osato e marcato perbenismo, di lindori e nitori, di severità. Con la volontà di rendere tutto personale…”.

Gianfranco Ferré

Idee, parole, immagini in libertà…

Nuovo studio delle ampiezze che rimandano da un lato alla bellezza di certi canoni classici come redingote, loden, cappotto da postiglione, dall’altro a voluttuose morbidezze di tipo romantico. Un’allure che nasce spesso dal design elementare di semplici pezzi: quadri tagliati o bucati in modo da creare insoliti volumi, panno blu tagliato al vivo, enfatiche gonne rettangolari che creano code asimmetriche sul fianco. Svelta asciuttezza della linea sottolineata dal chesterfield di vicuña blu sopra il jeans di duchesse in tono, sfarzose robe de chambre da dandy sui pantaloni a uomo di flanella griglia con la più Ferré delle camicie bianche. Gonne lunghe di pelle con la camicia da pittore in nappa nera per una serata high style, ma anche pullover a fettuccia di zibellino per esaltare l’importanza del momento, anche se la consistenza del tempo è superata e non ci si chiede più quando e come indossare un vestito. Languore di abiti a foggia di tight, scollati e decorati con scampoli di volpe. Miriadi di ruches di taffetà, a cascata, gonfiano la più improbabile delle crinoline, vagamente stropicciata. Non-colori, come blu, grigio, nero, cammello accentuano il tono prezioso delle linee, alternati a esplosioni di colori che appartengono all’opulenza della materia. E la figura è sempre puntuta, aguzza, senza mollezze, nel rispetto della qualità assoluta dei tessuti. Invenzione e trasformazione mutano la teletta per interni – mescolata al raso, cucita perfettamente e doppiata in velluto nero – in un raro cappotto. Scarpe da uomo di broccato o velluto, stivali di cuoio, ghette di cuoio da aggiungere alle décolleté rappresentano quasi una canonizzazione di rituali. Il più leggero dei taffetà, con righe di mohair, sottolinea la struttura delle camicie, cappotti di ispirazione militar-ungarica custodiscono vestiti così femminili da sembrare una colata di georgette pastello. Splendore ombroso del velluto dévoré – tagliato, ricamato, stampato – e del velluto liscio doppiato con nappa ultraleggera. Fodere lussuose, con pezzi di zibellino…

“… la nuova eleganza, per me, è un ordine-disordine romantico… colletti che svettano, morbidezze che scivolano…”.

Gianfranco Ferré

da1999pe

Collezione Prêt-à-porter

“Ripercorrendo le immagini dei miei vent’anni, ho riflettuto a lungo sulla natura, chiamiamola così, del prêt–à–porter, al quale appartiene tutto ciò che è qualità, eleganza, design in ogni sua espressione. Per questo ho voluto dedicare la collezione al concetto del “modernamente eccezionale” dove abiti diversi rispondono alle esigenze del bello e del prezioso. Guidato da quell’esperienza di progettista del vestito che mi ha aiutato a dare forme all’estro, a scolpire la materia in maniera insolita, a trovare nuove formule che si possono declinare e applicare secondo la volontà e il piacere di ognuno. Come …

Se sento come vitale l’esigenza della struttura, provo una simile necessità anche per la fantasia e le emozioni, che si devono tradurre in slanci di iperfemminilità e di gioia. Gioia di piacere, gioia di conquistare. È un’alchimia che nasce dalla miscela di emozioni e di tecnica, usando con sottigliezza materiali e tele; creando sistemi di costruzioni a vista, trasparenti; sfruttando l’aria che spostiamo muovendoci, ideando coni che producono volumi anche inusitati, superando attraverso la geometria del design i limiti e il peso della materia… Ma in un’atmosfera naturale di sole che abbronza e leviga la pelle, di calore, di calma. Di magici colori come il fucsia, il rosa, il corallo. Di sostanze insolite che ricordano i pergolati e i cannicciati. Come la rafia, un graffio al femminile…”.

Gianfranco Ferré

Leggerezza e trasparenza.

Blusotti di gazar trasparente e sostenuto, su cui crea binari e percorsi anche la corposità delle cuciture. Impermeabili di gazar gommato e caucciù color ambra. Pantaloni e camicie di taffetà lavato e senza peso. Blouson quasi da motociclista di pelle sfoderata, ma con quel breve spessore che la rende elastica. Coccodrillo frantumato e ricomposto, ogni scaglia applicata sul tulle elastico per la T-shirt, oppure rigido per le minigonne coniche che si appoggiano sui fianchi.

Scomposizione e superamento delle forme.

Voglia di libertà dai criteri definiti, trasformando geometrie di stoffa in camicie che si drappeggiano a volontà e sezioni di cerchio in gonne, fermate in vita o ai fianchi con una spilla. Semplici rettangoli di materia con coulisse, incastri, sovrapposizioni. Il filo armonico muove superfici di organza. La maglia diventa un fascio di pieghe, ma come di paglia che si drappeggia sul corpo. Le giacche si trasformano, mutano, hanno i colli svettanti, a formare nuovi scolli sul dietro. Come una carezza dolce, abbandonano la rigidità connaturata a questo capo di abbigliamento e si rimborsano ad effetto balloon. Abiti e magliette perdono spalle e spalline prediligendo l’effetto strapless.

Impreviste alchimie.

Metallo laccato nero per intere superfici borchiate, per magici galucha, per nastri cuciti a tratti che formano buchi e squarci scoprendo lampi abbaglianti di pelle. Disegni e ricami ricavati da imbastire, tracce, bindelli e drittofilo ripresi dalla tecnica di sartoria. Anche sul denim grigio del jeans, solcato in contrasto dalle impunture a evidenza piena. L’esplosione del nuovo taffetà strapazzato per nuvole incredibili. Scarpe che paiono concepite in assenza di gravità, sorrette da elastici color carne. Tracce d’oro opaco, come un fantastico spolverio. La sorpresa di una borsa satinata come un gioiello…

da1999ai

Collezione Prêt-à-porter

“Il futuro non contraddice la ragione umana delle cose, la tecnica si adatta alla sensualità e riflette il glamour, che alla moda dà una vitalità vibrante… Fantasia e principio spartano della sostanza descrivono un equilibrio di opposti: funzione e poesia, solidità e levità, semplificazione e enfasi, purezza e artificio, necessità e gioco. Superato il luogo comune, vinta l’ossessione tecnologica, con un gusto spontaneo si accentuano immagini selvagge, con alchimie soffuse ma radicali si confondono animali veri con animali inventati, simboli con visoni. Si mescolano ombre con impressioni, che appaiono e subito scompaiono, quasi fossero lampi, quasi fosse il guizzo di una chioma fulva che si staglia contro il cielo boreale. C’è un senso elementare di forza, un’energia concentrata ed elegante, da felino. Come se una belva, improvvisamente mansueta, fosse tenuta al guinzaglio con una cintura…”.

Gianfranco Ferré

Tra emozione e logica, si dipana un Alfabeto di assonanze, di contrasti, di sorprese. Insoliti Bustier, in cashmere doppiato di pelle con un vago alone di feticismo, si accoppiano a gonne a portafoglio o pantaloni da jogging, che balenano appena dal Cappotto lungo fino a terra. La materia mostra tutta la sua Duttilità: le fodere possono trasformarsi in esterni, il senso già forte di scioltezza è accentuato dalla sapienza dei tagli. Elementare, aderente come una seconda pelle, la giacca si apre in due grazie ad una lampo, lasciando sprofondare le mani nelle tasche. Fantastiche mutazioni nascono dal jersey talvolta rugoso ma leggerissimo e incrostato di breitschwanz, dal cavallino dipinto a mano, dal magico rincorrersi di fili di lana sull’organza. Così, una tecnologia sensuale unisce il Guanto direttamente alla camicia di bouclé stretch o al trapunto da coperta quasi polare. Illusioni ottiche, ma con soluzioni realissime, sembravano privare la scarpa del tacco, senza farla piombare raso terra. Perché una Linguetta che esce dalla suola dà stabilità al plantare di fibra elastica, mentre le scarpe paiono confondersi con il vestito e diventano calze in helanca tripla rinforzate in pelle. Muffole di lince esplodono sul cappotto e sull’abito di tweed fatto a mano, lievemente maculato, da donna-pernice. Il Nylon a spruzzi picchietta la volpe soffice creando indefinibili frange. Ossessivo e trasognato come un incantesimo dei nostri tempi, il naturale si muta in artificiale: il dégradé di ciniglia e cotone ha l’ipnotico movimento di un serpente. Scaglie di jais e canutiglia fremono – nero su nero, lucido su opaco – come un riccio o un istrice nella notte. Sempre più raffinato, il Piumino, leggerissimo e caldo, sceglie un tessuto imprevedibile: lo chiffon. In questo magico racconto d’inverno, i kilt da sera, intinti nella pece che alterna chiazze oscure e sprazzi di tartan, hanno ampiezze esagerate, calibrate dall’asciuttezza di bustini in cuoio tagliato al vivo. Anche la camicia si gonfia imprevedibilmente a nuvola, grazie alle Stecche di balena in nylon. La Tecnica cambia l’aspetto del jeans, con toppe da motociclista in nylon termosaldato o in velluto di seta con inserti di breitschwanz o di flanella, che paiono colorare lungo il pantalone. La felice equazione di diversi modi di essere si esprime nel paltò a Uomo blu, di cashmere foderato di pelliccia. Accento di stagione, il Visone compare nero e lucente, oppure segnaletico, tinto in viola e turchese, mentre la volpe per foderare il colletto è nera e bordeaux. L’atmosfera è trasognata e forte, intensa e pura, come nei quadri di John Wilhelm Waterhouse (Magical Circle, in particolare). Combattendo contro freddi che si immaginano polari, la manica, grazie ad una Zip, diventa tutt’uno con i guanti, la sciarpa di tessuto termico è attaccata al vestito. Avvolgente e sontuosa come una stola.

da1998pe

Collezione Prêt-à-porter

“È una collezione di opposti, che si esprime per sentimenti estremi: ruba femminilità anche ai capi istituzionali del guardaroba maschile; cerca l’avventura, ma sottolineando un bisogno di protezione affettuosa, come un lungo abbraccio, una delicata carezza. Accentua le intenzioni, coprendo o scoprendo sensualmente quando si ha voglia di fluidità danzante intorno al corpo… Con l’intento preciso di sostenere il gioco della seduzione, ma anche con una specie di appassionata dolcezza … “.

Gianfranco Ferré

Impressioni… Uno scintillio d’acqua tra la sabbia, spiagge d’Europa, Nizza o Venezia, improvvise ventate di aria tiepida, una vaga atmosfera romantica che sfuma, alleggerisce, intenerisce…

Figure… I contorni si ammorbidiscono di profili smerlati. Appare e scompare il busto dietro, la camicia di organza o di voile di cotone è piccola e tenera. Si disegna il corpo, ad ogni soffio di vento, sotto la tuta larghissima di seta paracadute. Gonne lunghissime o cortissime enfatizzano il fragile stelo delle gambe…

Eleganze… Lo spolverino di lino svasato, sfoderato, minuto sulle spalle e ampio all’orlo. La camicia di organza lavata, rifinita con un pizzo chiacchierino quasi festonato è indossata sul pantalone di camoscio ultraleggero e cerato. Il tailleur, ben costruito e di inusitata morbidezza, ha la giacca al ginocchio ed il pantalone a cintura bassa. La gonna bianca a pareo con le pieghe completa la maglieria tipo Tom of Finland, ironica, allusiva, di rete nera. Le scarpe basse, da uomo, di tela grezza, e quelle a tacco altissimo, con la punta affusolata tipo Concorde…

Materie… Rete tecnica di nylon, impalpabile pitone colorato, nylon doppiato di organza di cotone (anche per i giubbotti di foggia militare), taffettà rigato e stretch (per le camicie che si drappeggiano intorno alla figura), camoscio morbido e laccato. Voile point d’esprit come gli abiti dell’infanzia. Trafori ricamati con il laser, jacquard di seta sul nylon trasparente…

Suggestioni… Gilet di pitone rosa tipo marsupio per sofisticati vagabondaggi. Jeans azzurri di canapa candeggiata, con le curve del derrière sottolineate dal raso opportunamente lavato. Coulisse che arricciano le doppie organze per dare sprazzi di leggerezza. Per la sera, strati di ruches, plissé metallizzati, bordi inamidati che hanno la magia di preziose lenzuola di seta…

Riflessi… Candore del bianco, beige che si stempera nei colori delle sabbie. Nero assoluto. Grigi e blu che sfumano negli azzurri estenuati e in un luminoso tono acqua. Rosa, dal corallo chiaro a quella sfumatura dorata detta “rosa del deserto”…

da1997pe

Collezione Prêt-à-porter

“Contraddizioni che si ricompongono, opposti che convivono, purezza ed un senso intrigante del peccato… Per la donna che si vuole angelo, ma è consapevole di avere un corpo – e questo corpo è intensamente e naturalmente sexy – ho immaginato un modo di vestire che cambia ogni regola. Con il costume da bagno trasformato in camicia in nylon elastico, lunga fino ai piedi, mentre il body, magari con il colletto, si indossa in città per attenuare gli eccessi delle scollature degli abiti da sera… Nel gioco degli opposti, ho ricomposto tendenze e gusti che finiscono per attrarsi: il corto ed il lunghissimo, l’essenziale e l’opulento, la sottigliezza di una linea appiccicata al corpo ed il piacere del volume. Per creare una figura sottile, una linea slanciata che ha il sapore di un educato primitivismo”.

Gianfranco Ferré

Un paesaggio ideale, un’impressione diffusa di colore: un viottolo, fiancheggiato da un muro rosato, il sole basso all’orizzonte, le ombre lunghe… Una silhouette immaginaria: sottile e chiara, quasi come i gessi di Giacometti, accentuata dagli abiti aderenti e vicini alla figura. Un gusto prezioso ed insieme poetico: tessuti opachi e ricchi, patine dorate, splendori di pietra e di gemme. Rosa d’aurora, rosa in tutte le sfumature, oro e bronzo, legni esotici.

Nella sfida dei contrasti, il blazer di marocain lavato scende fino alle caviglie e viene legato in vita con una fusciacca, il vestito austero è opaco davanti e trasparente sul dorso. Gli abiti di tricot, da portare sotto il parka di gazar, sono attraversati da scollature abissali. La camicia di taffetà tipo carta si gonfia intorno al corpo.

Nel sottile desiderio di riprendersi l’ornamento, di riabbigliarsi con raffinata esagerazione, i tessuti sembrano arrivare dalla Wunderkammer, la camera delle meraviglie. L’organza è stropicciata e macchiata. Il faille di seta è lavato e stirato, perché riveli la sua anima morbida dietro l’aspetto croccante. La viscosa lavata scivola come seta, lo shantung scorre fluido.

Nel piacere della sorpresa, i jeans in denim di seta rosa o blu. Stupefacenti, come tutta la Gianfranco Ferré Jeans, che rielabora e interpreta materiali nobili e tessuti raffinati, creando effetti iridati, opalescenti, di madreperla. Un’intera, vastissima collezione prodotta e distribuita da ITJ, che supera i confini consueti dell’abbigliamento informale per diventare stile e pura vitalità.

da1997ai

Collezione Prêt-à-porter

“Profumi, ombre, una voluttuosa bruma che sembra avvolgere la figura, il suono delicato di una lunga collana… Allusioni, frammenti di ricordi, immagini che sembrano moltiplicarsi in un prisma… Ho disegnato questa collezione pensando che il desiderio di semplicità, nella nostra cultura, è pervaso dal gusto di raffinate complicazioni. Il senso del doppio non basta più, seduce il lusso di fodere che si intravedono, la voluttà dei cinturini sottili che abbracciano la caviglia, l’esotismo di scarpe minute e slanciate, vagamente orientaliste… “

Gianfranco Ferré

Sensazioni… un’impressione diffusa di sensualità pervade tutto: anche i capi di origine sportiva sono talmente sottili che lasciano percepire la morbidezza del corpo. Scivola bassa su un fianco la cintura quasi da aviatore, intorno alla vita si annoda lenta la stringa che termina nei puntali aguzzi d’oro, simile alla coda di un serpente in fuga. Come nella tradizione orientale, il corpo scivola dentro il vestito ed il vestito si muove liquido intorno al corpo. Senza nostalgia, piuttosto un’aura vaga di esotismo e cultura.

Desideri… la silhouette è lunga lunga, tenera tenera. Ma esprime un senso preciso di volontà, perché il corpo è peccaminosamente esposto oppure celato. Gonne lunghe, pantaloni ed improvvisamente anche una gonna così corta che sembra sia rimasta solo la parte superiore del vestito.

Scompigli… non c’è sopra, non c’è sotto. I paltò sono esili e ravvicinati come astucci. Ma anche lunghi, per coprire la maglietta che scende fino ai piedi. Le giacche si sono ridimensionate e rivestono il corpo con l’aderenza di una guaina. Tessuti corposi ma morbidi. Lane che già al rovescio mostrano strisce di raso. Cashmere sostenuto da elastomeri, che danno al tessuto un aplomb diverso.

Pennellate… colori mescolati, sovrapposti, sfumati. Il caramello intenso si accende nel rosso, il rosso vibra vicino all’argento, il blu diventa magnificente con lucentezze diverse, i marroni gelidi sono movimentati da effetti opachi e lucidi. Riflessi di pietre e di fiori: turchesi profondi, topazi, porpora scurissimo, viola d’oriente. Nei momenti più preziosi, toni pallidi, eterei: cipria, alabastro, velluti perlati. Disegni lievi di fiori sono nascosti dalla georgette cangiante, ombre di ricami appaiono sotto gli argenti, con un senso di fresca poesia.

Alchimie… coccodrillo sfumato, marabù color cuoio, pause d’ombra gettate da piccoli ciuffi di pelliccia, lane impalpabili che diventano cappotti. Scarpe affilate, sottili, con laccetti che si intrecciano alla caviglia. Piatte, con i tacchi. morbide e ricamate, anche se di coccodrillo. Borse ridotte al minimo, non più grandi di portasigarette.

Declinazioni… il jeans di Gianfranco Ferré Jeans, essenziale ed asciutto, magico ed unico. Sfumature dense ed intense, in velluto decolorato a tintura multipla con effetti cangianti, in broccato, in taffetà lucente ed imbottito.

da1996pe

Collezione Prêt-à-porter

“D’istinto e, insieme, per volontà, ho semplificato ancora di più il sistema del vestire, dando significato e senso al concetto di prêt-à-porter di lusso e sottolineando le caratteristiche che questo lusso, in effetti, ha…

Ho esaltato l’intenzione e la volontà della donna che lo scopre, perché ha trovato da sola questi valori e sta imparando a servirsene con assoluta autonomia. Per questo, ancora più di prima, mi sono deliberatamente ritirato da una certa artificiosità accentuando la mia scelta di disegnare vestiti: nel migliore dei modi, ottenendo proporzioni nuove ed elaborando un’insolita libertà di formulario: corto, lungo, pantaloni usati a piacere. Tutte quelle che sono le esigenze della vita, ma in una prospettiva moderna, che guarda al futuro …

Per dare enfasi alla forma, ho utilizzato tessuti elasticizzati, che si adattano facilmente al corpo, e tessuti con una loro corposità caratteristica che permette di non foderarli pur sostenendo vigorosamente la linea. Mi sono proposto anche di eliminare tutto ciò che ingombra, si sovrappone, può essere scomodo: per lasciare spazio alla fantasia, al sogno di chi vuole vestirsi con questi abiti, nel lusso …”.

Gianfranco Ferré

Rimandi logici, osservazioni, riflessioni. Che cosa c’è di nuovo nel tailleur nero? Le proporzioni insolite, che il crêpe di lana e seta, o di seta e cotone, favoriscono. Ma nuova è anche la vestibilità totale, ottenuta con i tessuti elasticizzati: in questo caso popeline di cotone, da camicia. Gonne lunghe, corte o pantaloni. Quindi scarpe di foggia più maschile o più da donna, con tacco dinamico a tre, quattro centimetri, leggere come pantofole.

Vestiti da uomo, trasformati in abiti da donna. Nel momento in cui la femminilità e più sicura, il formulario maschile regala, per esempio, certe leggerezze da tessuti di drapperia, per forme che sono più aderenti al corpo.

Compostezza, apparente ascetismo delle forme d’ispirazione orientale. Tailleur senza colletto, bottoni nascosti, nitore delle maniche. Giacche che sembrano brevissimi chimoni, dalle spalle anatomicamente piccole, interpretate con serietà dalla gabardine di doppia seta. Semplicità degli abiti a t-shirt ma tagliati in sbieco, che si drappeggiano naturalmente sul corpo. Oppure di linea diritta e scivolata.

Vestiti senza tempo, quasi senza stagione. Per un’eleganza rifinita ma elementare, dove le piccole giacche si avvicinano al corpo e si indossano senza camicie. Le camicie – tonde, libere, più piccole del consueto – sono di organza e di garza attraverso le quali traspare il corpo, come in una fotografia sfocata.

Libertà dei costumi da bagno leggeri. In maglina simile alla biancheria, bianchi e neri. Oppure di raso e nido d’ape stretch, per un’atmosfera glamour da diva.

Alchimia delle materie. Come in un laboratorio magico, si mescolano fili e sostanze, nascono nuove tonalità… Il più classico dei tessuti da uomo, realizzato in grosso rayon, diventa simile ai foulard africani bianchi e neri. Le scaglie di plastica danno vita a un finto pitone; schegge simili ai corallini da bambini ricoprono le t-shirt e le gonne, da indossare con il golf blu. Strisce di organza nera e bianca disegnano la più trasparente delle gonne scozzesi. La carta stagnola colorata sui tessuti dà una lucentezza mai vista.

L’intelligenza dei colori (nero, nero mescolato a bianco, grigio, blu, rosso Ferré), più che essere un’attitudine metropolitana, risponde all’intenzione di costruire un guardaroba armonioso e duraturo. Su una gamma personale e fonda, di base, tocchi di blu oltremare e il verde delle giade suggeriscono accostamenti diversi e sorprendenti. Per un rispetto vero del guardaroba.

da1996ai

Collezione Prêt-à-porter

“Per le donne di oggi vestirsi significa dare risposte a necessità e piaceri diversi, che derivano da comportamenti mutevoli, in contrasto soltanto apparente. E’, da un lato, una forte consapevolezza di femminilità a segnare questi atteggiamenti, insieme alla certezza di poter abbellire e modificare il corpo grazie alle forme ed alle strutture dell’abito. Ma, al tempo stesso, è anche un’intenzione convinta di comfort, di velocità, di semplificazione, una disponibilità verso indulgenze più private che pubbliche… Fondendo essenzialità e grazia, ho voluto ricomporre e tradurre queste esigenze, evitando così – e con determinazione – ogni tecnicismo, che rende arido e poco donante il principio dell’elementarità… Coniugando rigore e libertà, ho tracciato una silhouette di massimo conforto, grazie al tessuto elastico che evidenzia spalle e fianchi, accostandola però a quella scolpita e modellata da una nuova lingerie, che conquista la funzione di vero capo d’abbigliamento e rende inutili ulteriori sovrapposizioni. Il rispetto di canoni e generi è nelle intenzioni: con la stessa libertà di scelta, coprire o esibire le gambe dipende dal gusto del momento, preferendo una volta i pantaloni, un’altra le gonne brevi. Con qualche eccezione… “.

Gianfranco Ferré

Un’immagine: gambe snelle che si muovono veloci sotto il cappotto dalla linea quadrata, che ha le caratteristiche di una lunga giacca. Per rinforzarlo, doppiature trapunte o parti in montone. Ma anche cappotti lunghi fino a terra imbottiti di vera piuma d’oca per sfidare temperature, glaciali e montgomery di maglia candida per rotolarsi nella neve.

Giacche allungate, diritte, piuttosto square, sotto le quali può scomparire la gonna o fare capolino la tuta elastica.

Flash sulle gambe: scoperte, ma ben vestite dalle calze; sottolineate da stivali aderenti e scarpe che, in una ricerca di solidità, non rinunciano però ad un appeal tutto femminile.

Nel gioco degli scambi, prende corpo e spessore la camicia. Interpretata con tessuti densi come quelli dei cappotti, può sostituire la giacca, tanto è libera e sciolta: attaccata al corpo ma anche capace di reggere certe ampiezze.

Linea contenuta e ravvicinata grazie alla strategia dei tagli: anche il pantalone, per essere sottile ma non aderente, viene tagliato in sbieco. Per aggiungere sinuosità alla figura, la lingerie strutturata in tricot grigio; lavabile e confortevole, può racchiudere in un pezzo solo reggiseno e coulotte, mentre il pullover può nascondere una guainetta rigida.

Quasi un’uniforme, scelta in modo deliberato e riservato: il tailleur a uomo opta per un tessuto maschile nel grigio più conservativo e si riscalda con il cappotto di seta dal nuovo spessore, perché doppiata in tessitura, in color anemone o tango.

Radicalizzando le forme costituite, il piccolo abito si accompagna a una camicia di flanella e gazar, l’impermeabile dalla foggia a clergyman scopre il lusso delicato del nylon e lana in chiarissimo rosa pesca. La gonna più semplice, a minuscoli plissé, cade come una colonna.

Folate di femminilità e di una grazia sottile permettono di giocare con i tessuti stretch (a scelta, morbidi o sostenuti). Alchimie misteriose intrecciano in una rete grani dorati, perle brunite, cristalli neri, ricreando l’effetto del tweed. Magie di lane corpose (per i pantaloni) e sete impalpabili (per la T-shirt), che paiono avere la stessa consistenza per l’effetto della stampa fotografica. Raffinatezza dello sportswear, in duchesse doppiata di cashmere. Armonie del taglio per le gonne da sera: rettangoli magici e puri si incrostano su body di lana e jersey stretch.

Calma e serenità nell’uso del colore: blu, grigio, cammello, sfumature perlate di pesca, oro e ghiaccio. Rosso divisa, per piccole giacche che mescolano diversi materiali e diversi toni di scarlatto.

da1995pe

Collezione Prêt-à-porter

“Se dovessi racchiudere questa collezione in un’immagine, direi che, con intento preciso, mescola sensualità e sentimento alla tecnologia. Voci e forme ultraclassiche del guardaroba vivono in libertà, con una scioltezza di trasformazioni e mutamenti che accentua la femminilità e il gusto di essere donna. Tutto nasce canonico, ufficiale, scandito dalle regole, e tutto è diverso, eccitante, sottilmente provocatorio…

Così, del tailleur, ho conservato l’anima: giacche in piquet stretch che assecondano le forme, tasche che cedono sotto la mano. Della gonna a pieghe, ho mantenuto l’effetto di movimento, con le strisce semiapplicate sul tulle elastico. Della guepière, ho voluto dare solo l’illusione, perché è realizzata fondendo due principi contrapposti: tecnica da sub e voluttà del tessuto molto elasticizzato. In cerca di leggerezza, ho costruito una giacca di organza elastica sottile come un sospiro, con tasche e colletto applicati a far macchia. Ho stretto il trench lievissimo, in garza di cotone bianco, con una cintura di vinile trasparente. Ho gonfiato la camicia di organza candida… Ma per dare vitalità e suggerire echi di glamour, ho anche spruzzato colori fluo: pink, azzurro Polinesia, arancio ghiacciolo. Perché scoppiettassero come fuochi d’artificio”.

Gianfranco Ferré

Nuovi classici dalle dimensioni sorprendenti dilatate all’inverosimile o ridotte e accorciate: il vestito è minuscolo come un costume da bagno, il costume da bagno sontuoso come un abito. I generi si mescolano in una sovversione carica di malizia. Il classico blazer playboy, in tessuto elasticizzato, si modella al corpo, lasciando che il colletto scivoli su una spalla o le scopra entrambe. Il trench da equitazione di doppia duchesse ha il colore goloso di una gelatina di frutta. Il blusotto si gonfia come sotto una raffica di vento. La severa marinière finisce in una sorprendente gonna a pieghe. Variazioni sulla camicia bianca. A volte perde le maniche e il colletto, a volte il capo si riduce a un drappeggio intorno al seno. Vago ricordo di divise scolastiche, la camicia bianca si unisce alla gonna nera: però di pelle tagliata al vivo e applicata sul tulle stretch. O ai fuseaux in maglia di seta elastica color crema e al più romantico dei pantaloni maschili rosa fiore di pesco. Nel gioco logico dei rimandi, vestiti sinuosi a nervature e pieghe blu o nero. Tailleur agili come pullover. Seta e viscosa mescolate a strisce o tricottate per una serie completa di debardeur, vestiti a tubo, pantaloni, da infilare sotto le giacche elastiche. Pullover importanti come vestiti: di seta, cotone, cashmere, aderenti al corpo, dai quali spuntano – come ricordi di camicie bianche – lembi e pezzi candidi. Memorie di dandismo da riviera. Pantaloni interminabili a vita alta, senza pieghe, con giacche che possono ridursi quasi a un top, o a un corpino bain de soleil. Nei toni biscotto, panna, nero caffè e perla. Riflessi in un occhio chiaro. Cadì di seta e organza elastica per abiti, jeans e tailleur che non celano il corpo. Segnati qua e là da una tasca, un colletto, un bordo. Leggerezza e chiaroscuri. Abiti che volano. Trench e sahariane trasparenti. Proiezioni da lanterna magica sui tessuti: chicco di caffè, pois, l’ombra di una veneziana ottenuta con strisce di nappa inserite sul tulle. Viaggio con Warhol nel mondo di Gauguin. Dolcezze tahitiane, fiori dei mari perduti, donne dai lunghi capelli. Immagini del sogno trattate elettronicamente e virate nei colori pop per T-shirt, pareo, abito. La foglia di Matisse ingigantita e proiettata sulla seta rosa. Il gioco del pink. Very glamour, very smart. Tailleur simile a una femminilissima tuta da sub. Giacca sagomata da lampo nascoste, che si possono aprire a piacere. Scarpe e borsa di neoprene come il corsetto doppiato in seta. Meraviglie. Un magico e metallico abitante del mare, forgiato sotto acqua e sotto ferro, con scaglie simili all’anaconda, per bluse e blusotti. I pantaloni blu. Equilibrio e morbidezza, con la linea fluida, femminilmente fissata alle anche da tagli e pinces, a vita scivolata. Da portare con i pullover di cotone. Sottosopra. Culotte e guepière in bella vista, ma senza ganci, ricami e pizzi. Senza sottolineature. La femminilissima stecca di balena, ricamata d’oro ed elastica, disegna il corpino del vestito di grosso crêpe di seta, con intarsi di tulle. Fashion party. Atteggiamenti, modi, gesti da diva. Vaghe memorie di Liza con gli hot-pants. Gilda. Ava Gardner, Lauren Bacall, le bellissime di sempre. Nella piscina delle Hawaii. Giochi d’acqua, sapore di vacanza. Gonne spumeggianti con mille ciuffi di cordini in organza sfumata, sotto le camicie disinvoltamente annodate. Scarpe shocking. Dimensioni nuove, curioso miscuglio di idee. Dei mocassini da uomo. rimane la punta, contraddetta dal tacco altissimo e trasparente. Dello zatterone, una vertiginosa suola di rafia. La scarpa da derby stringata ha il tacco. Le ballerine di seta e di rafia, arrotondate, rifiutano anche il peso della fodera. Il tutto condito dal piccante senso della libertà di ognuno.

da1995ai

Collezione Prêt-à-porter

“Concentrazione, concisione… Nella babele delle voci, nel turbinio dei segni, bisogna compiere un passo deciso, netto. Semplificare le forme, rispondendo ad un’esigenza che è mentale prima che estetica.

Depurare le fogge, ma senza togliere la dolcezza del sogno, dell’immaginario, della fantasia…

Per questo ho voluto separare chiaramente il guardaroba della quotidianità da quello per il piacere. Di giorno abiti svelti, perfettamente consapevoli delle regole dell’efficienza; di sera vestiti per amarsi, per sedurre, più scoperti, con precisi connotati di malizia e di gioco… Che torni a parlare il vestito, io dico, con tutti i rischi che questo comporta: il vestito per ciò che vale, per il design, per la qualità, per la sua necessità…”.

Gianfranco Ferré

IL FORMULARIO DELLA QUOTIDIANITA’

Nel colore più elementare e meno compiaciuto, più forte e puro, il bianco, una serie di capi in lana elastica o iperbattuta, feltro, mohair garzatissimo, che permette una svasatura controllata di caban e giacconi. Tocchi di nero, come negativi fotografici, per sottolineare la profondità di certe materie: per esempio, la pelle.

Nuova allure del tailleur, che riduce le proporzioni, diventa più minuto grazie ai tessuti fortemente elasticizzati e alla sottigliezza del taglio. Spalle naturali, che costruiscono giacche aderenti al corpo. Crêpe doppi e tripli senza fodera, lavorati a double; tricot stretch e spesso come un groviglio di materia.

In una mischia di sintetico e autentico, la vera falsa pelliccia diventa scialle, caban, cappotto. Può essere nera e di aspetto ispido, quasi arma da difesa, ma soffice al tatto per l’intervento sofisticato della tecnologia.

La necessità dei colori fortissimi, quasi segnaletici, per i caban di lana: all’interno candidi piumini, resi anatomici dalle imbottiture diverse che seguono la struttura del corpo.

Maglia a pezzi, maglia inventata. Maglia che copre il corpo come un guanto, applicata su una base di tulle elastico, aderente. Con bagliori di pelle nuda e trasparenze improvvise. Tricot di tipo norvegese, da alta montagna, tenuti insieme e rafforzati da nastri sottili di raso.

Commistioni magistrali, effetti arditi: nylon mescolato a finta pelliccia, lapin che sembra cincillà.

Cappotto di stagione: il trench dalla foggia sottile, appiccicato alla figura, nei colori del rigore maschile – blu, cammello, nero e bianco – o nei tessuti dall’opulenza femminile: doppia seta lucidata, doppio moiré cangiante.

Leggerissime, le camicie bianche di organza, scolpite addosso, hanno la consistenza di un velo. Le maniche, a nervature sottili, accarezzano il braccio. Il colletto piccolissimo è sorretto e sagomato da altre nervature.

Scarpe affinate e affilate, anche quando la suola è di para spessa. Cinture sottilissime, strisce che sottolineano appena la figura.

VESTIRSI PER PIACERE

Se di giorno la silhouette si ferma al ginocchio o è sottolineata dai pantaloni, di sera conosce la libertà assoluta: vestito-pullover completato solo da un paio di calze opache; vestito lungo; vestito lunghissimo.

Lo smoking, uniforme sicura, dà vita agli abiti di gros-grain molto scollati e fermati dalla cintura, con i regolamentari bordi di raso.

Tuniche di tulle e velluto di un marrone denso, quasi nero, con scie improvvise di nudo.

Misteriosa alchimia minerale, brillantezza di quarzo e carbone, ricami irregolari di polvere e scaglie su ciniglia e tulle per vestiti o corpini.

Splendore della pioggia e lucentezza dell’acqua, nei lunghi abiti di mohair tubico dalle sobrie tonalità maschili: blu, verde, marrone.

La magia dei fili di metallo, dentro i quali restano impigliate cascate di corallini, e dei setacci risplendenti di polvere d’argento, per le tuniche a guanto ricamate su rete piccolissima.

Vestiti sorprendenti: davanti sottili, con la gonna a vita alta appena svasata e la camicia di velluto. Dietro, grandi fazzoletti di tulle. Tulle bianco, tulle nero.

da1994pe

Collezione Prêt-à-Porter

“Una miscela di urbanità e spirito selvaggio. Il senso di libertà che in una cornice civile, mediterranea, donano le materie décontracté … Reminiscenze, qua e là, d’inizio secolo, animate dal piacere di mescolare con audacia cose tradizionali

…Alla concretezza, a quel che chiamo elementarità, ho voluto dare le sfumature incantate del sogno, un alone di leggerezza… “.

Gianfranco Ferré, settembre 1993

LE ATMOSFERE

Lieve come un profumo, aleggia la memoria di una silhouette vagamente chapliniana: pantalone largo e corto al malleolo, giacca breve con spalle naturalmente ampie, bianco e nero come “Tempi moderni”. Languido e intenso, uno spirito primo Novecento porta gonne ondeggianti, giacche fluide e sciolte, la lunghissima camicia a caftano percorsa da nervature. Ma un’energia, un’ironia tutta moderna mescola preziosità e ruvidezze, aggressività e tenerezza, spighetta e tulle.

I COLORI

In un panorama estivo e prosciugato dal sole, le sfumature si stemperano, colano, si schiariscono, in pura luce. Crema, seppia, canapa, bianco. Un pulviscolo di sabbia, nuvole perlate. Un’esplosione di rosso peonia, rosso papavero, rosso geranio per le camicie libere come foulard. Un’ondata di blu fresco e trasparente come il mare di Santorini. Righe digradanti nere che si allargano verso l’orlo: “stampate” oppure di fettuccia applicata.

LE MATERIE

Consistenza, spessore, lievità, contrasti… Cordone delle cime da barca per decorare un lungo gilet profilato di spighetta. Pizzo écru consistente e opaco, foderato di georgette, per il tailleur a uomo. Garza e tulle stretch o con uno spiritoso aspetto zanzariera. Shantung e suède lavato per le sahariane. Il pull di cotone con note di rosso per la giacca quasi da cadetto portata di sera.

Alchimie del lino, grezzo da un lato, spalmato d’argento sull’altro. Pitone o pelle d’elefante tagliati a strisce, applicate su maniche di tulle o georgette che, rimboccate, formano un’immaginaria matassa. Tessuti maschili di seta molle o crespo di seta, gessati con un filo di ajour.

LE FORME

Invenzione e ri-costruzione del tailleur, composto di pezzi che mutano natura. Il gilet diventa top. La giacca esaspera i polsi o si riduce fino ad avere solo le bretelle. Il blazer diventa gilet. Il gilet si incrosta nel body. Il fazzoletto si trasforma in camicia e si lega al collo. Le camicie giganti e a sbuffo sono quadrati ripiegati in diagonale e legati con un nastro di raso. Il foulard si annoda a pareo, o si piega in due rettangoli, fermandolo con una spilla di sicurezza. Pezzi elementari modificano radicalmente il concetto di un abbigliamento unico e compatto. Sproporzioni nella proporzione, i pullover a punto stoffa di lunghezze e misure diverse sui pantaloni bianchi.

GLI ACCESSORI

Scarpe con una dimensione nuova e più corposa nella suola, di sughero o di bufalo, piatta o molto alta. Scarpe da giorno di gusto maschile ma femminili nel tacco e nella punta allungata, bicolori e fittamente lavorate: con grosse stringhe, nastri di raso, larghi occhielli, buchi, cuciture. Il costume da bagno come uniforme del bodywear. Tulle blu copiativo sovrapposto a due, tre strati per ottenere ombre e trasparenze. Cappelli a uomo di garza, di tulle, di panama lavato.

da1994ai

Collezione Prêt-à-porter

“Un senso di nuovo di libertà. Un gusto intenso e forte, che unisce il naturale all’elementare, che si spinge al massimo dell’artificio, elaborando dettagli maschili su fogge e figure completamente femminili… In questa collezione sono approdato a una consapevolezza diversa del vestire, che dà per assimilato e assorbito quel che è Storia e inventa un presente pieno di energia, senza compiacimenti né stravolgimenti. lo perpetuo la necessità di un ordine che sia donante, non obbligo o imposizione. Un ordine nato dalla libertà che tutto rimescola. Così la giacca perde il suo aspetto prevedibile per diventare vestito, trasformarsi in maglia, mutarsi in semplice over. La camicia si emancipa e raramente finisce sotto quella che una volta era chiamata giacca, ma ondeggia sopra body e pantaloni aderenti e sottili come calze pesanti. Ogni capo riacquista la sua identità più profonda. Direi la sua “entità”: la camicia basta a sé, la gonna può essere sostituita da una cascata di jais, dalla sorpresa di un foulard messo a cintura. Sotto cui fare balenare, con intenzione, la silhouette ricoperta di maglia nera…”.

Gianfranco Ferré

MATERIA E FORMA

Per misteriose alchimie, la materia presta il suo corpo alla forma e raggiunge soluzioni sorprendenti, effetti scultorei.

I nuovi volumi nascono da cascate seriche: taffetà, velluti di seta tubici, velluti di seta e viscosa. Certe dolcezze si ottengono sposando il velluto al cashmere e ritrovando la soavità dei gesti: avvolgersi una sciarpa sulla testa, farla ricadere sulle spalle, gonfia come un cappuccio. In certi abiti da sera, la densità dei drappeggi esplode imprevista per l’uso del jersey, che ricorda quello delle magliette “Champion”.

Come nella Wunderkammer, niente è ciò che sembra: la pelle marezzata di animale, simile a lontra leggera, si rivela un velluto ammorbidito e schiarito. La ciniglia a trame larghe, foderata di georgette e trapunta, diventa una gonna di filo intrecciato. La passamaneria e i cordoni tapisserie – ingranditi, slentati, in filo di ciniglia – diventano caban e scialli sontuosi. La pelliccia che sembra di struzzo e di piume, è una massa di lana lavorata a fiocchi sul canovaccio.

Invece di collane e braccialetti, fasce e polsiere di soutage impunturato sulla georgette con effetti morbidi e snodati.

Scambio di tecniche e sistemi: la tessitura a navetta (tipica della spugna) si usa per il mohair, ottenendo cappotti plastici, che si gettano addosso come accappatoi e grandi sciarpe.

COLORI

Uno splendore leggero si posa sui bianchi e sui neri assoluti. Un pulviscolo morbido vela i neutri declinati fino alla tenerezza del rosa. La forza istituzionale della flanella grigia prende la luce opaca, sabbiata, come di un elmo antico. per il jersey di origine atletica. Il sabbia si infittisce nei toni dei rami secchi, mescolati con il selvaggio della seta stampata, mimetica, da fodera dei cappotti militari. Un mazzo di sfumature dal rosa al violetto, come peonie che stanno seccando, getta una nota densa e vibrante.

DECORI

Né status né omaggio alla tradizione, ma forme che sottolineano il corpo, oggetti che segnano il braccio, la spalla, la vita. Cinghie di coccodrillo arrotolate sei volte intorno al polso, catene attorcigliate che sembrano una colata di polvere d’oro. Con una forza tra il tribale e il primitivo, la sciarpa diventa collana, la striscia di cocco e pelle sostituisce i braccialetti… Materie diverse, e flessibili, decorano i vestiti. Invece di diamanti, cascate di georgette tempestate di strass e frange luccicanti. Collane di jais sostenute dallo chiffon sostituiscono la camicia. Per creare una sensazione di evanescenza e languore, sui tessuti trasparenti sono impressi fiori, mazzi, serti di foglie. Con la tecnica della “sublimazione” che stampa l’immagine fotografica sgranandone i contorni. Come se all’improvviso arrivasse una folata di nebbia.

PROPORZIONI

Convivono gli opposti. Il corto si accompagna al lungo: sotto il cappotto di stile militare, ma con la fodera del colletto in velluto froissé, c’è il pullover a mezza gamba sulle calze opache e spesse. O il “freebody”: l’insieme pantalone-calza e body di maglia leggera. Forme tirate e allungate. Gonna che si intravede appena. Pantalone confortevole, quando c’è.

Il maschile si accompagna al femminile: tessuti severi per il glamour e dolcissimi per le fogge più conservative. Duchesse di seta per la camicia a uomo. Velluto di seta, sposato al feltro, per il paltò. L’enfasi delle gambe riequilibra il volume delle spalle. La giacca aderente, senza spalline, si arrampica verso l’alto rialzando il punto vita di un paio di centimetri, in una forma leggermente a uovo.

La linea appare scivolata, liquida come acqua, grazie anche ad effetti patchwork: come l’over che dalle spalle alla vita è in crêpe, prosegue in georgette e ha le maniche trasparenti sempre di georgette come la sciarpa.

da1993pe

Collezione Prêt-à-porter

“Un’aria calda e forte. un odore intenso di erbe… All’improvviso ho sentito questa strana voglia elementare, selvaggia, questo bisogno di slancio e dinamismo… Come un moderno alchimista che ricrea tecnologicamente la natura, sognando magie e artifizi, ho immaginato un’estate verde nella foresta equatoriale… lame di luce tra le foglie, visioni abbaglianti di animali, l’improvviso sfrecciare di una figura umana… Tra il vero e l’immaginato, l’autentico e la sua illusione, ho cercato materie sorprendenti con un’eco di favola… Oro e metallo scuriti e bagnati, cascate di gioielli primitivi di leggerissima balsa, placche di legno ornano il corpo, rivelato da abiti aderenti, come appiccicati… Soffia un vento di libertà in questa collezione. Di energia come quella che anima le donne dei nostri giorni… “.

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 28 settembre 1992)

Fruscii, schiocchi, richiami… “Lì, nel pieno degli alberi di pitanja, mentre la luna smisurata inondava d’oro i manghi, gli abacate e i cajù e il profumo delle gardenie si diffondeva nella brezza proveniente dal rio Piauitinja” (Jorge Amado, “Teresa Batista stanca di guerra”)…

Nel liquido verde della foresta, tra le foglie, una stampa di foglie sul tulle stretch, sulle t-shirt di organza. Sciarpe di cuoio tagliate al vivo e intrecciate a rete, bisacce che diventano gonne corte, cortissime…

… Mimetismo di un magico coccodrillo, ricamato trompe-l’oeil e mescolato al tulle, sui giubbotti e sulle giacche. Gonne legate sui fianchi quasi improvvisate lì per lì. Tailleur – pantalone di tussah color sughero tessuta a mano, giacche piccole (e sempre body e t – shirt. invece delle camicie), pantaloni morbidi che si allargano verso il basso…

… Il colore come tatuaggio che segna il corpo, marrone e bianco di pelle, tulle e seta con fettucce piatte cucite a zig-zag che formano gonna e reggiseno. Giacche corte e attaccate al corpo o lunghissime, che quasi nascondono la gonna…

Raso di tussah per pantaloni, magliette e jeans a stampa mimetica …

… Rafia mescolata con la garza che diventa corteccia, scarpe di legno, odore di cannella… Giubbotti di anaconda e nappa stampata a legno, camicia stropicciata simile a scorza…

… Pelle nera e nylon grigio, una materia povera e tecnologica che sprizza come un ciuffo di piume, come se appartenesse a un misterioso zebù… Camicie e giubbotti che si annodano a effetto.

Tre tailleur dalla linea costruita: giacca doppia, senza maniche; corta: con la linea scivolata, in shantung di seta e satin doppio… Tailleur nelle tonalità foresta, di georgette o taffetà impunturati insieme per creare effetti di trasparenza…

In un’altalena di fantasia e realtà, l’invenzione dei pantaloni di colone grosso con bande di simil-nappa a striscioline, portati con camicie di seta bianca e corposa. Tailleur di cuoio con la gonna svasata alla caviglia. Giacche lunghissime, gonne cortissime …

… Libertà di scegliere, nel candido e nella purezza, le camicie bianche di voile di organza, leggere, senza colletto. Con i volumi costruiti da tagli e pinces…

… Tailleur di seta spessa che sembra tessuta a mano: rete diagonale, crêpe per i tailleurs rigidamente strutturati, con spalle squadrate e senza colletto…

… Come ceramiche frantumate e ricomposte, i tailleur e le giacche bianche e nere con fantasie diverse…

… Il bianco e nero a motivi giganti vagamente cubisti, in seta tussah…

Colori eccitanti, tropicali. Il gusto carioca delle righe accostate per contrasto, pantaloni di cotone pesante …

… Alchimie delle camicie a grandi righe arancio, mango, passion-fruit. Ora trasparenti ora lucide, ottenute con una tecnica che mescola organza e raso… Gonne di tussah a tinture naturali, leggermente svasate verso il fondo, portate con body di pelle elasticizzata…

… Gonne a ruota che il filo armonico, passato nell’orlo, permette di legare e fermare a piacere ..

… Giacche doppie nei colori rutilanti dei pappagalli ara, con finto gilet, che si annoda sui pantaloni bianchi… Vestiti candidi, stupefacenti parei aggrappati al reggiseno…

… Silhouette incantata: su jeans spruzzati di paillettes, accenni di nudo, body rivelatori…

… Parei in paillettes pressate e trattate con fusciacche che sbocciano in nodi verdi…

… La sorpresa di una sciarpa plissettata che avvolge come una foglia…

da1992pe

Collezione Prêt-à-porter

“Sento il bisogno della naturalezza, di un approccio spontaneo e profondo… Come se andassi cercando la verità da cui nascono i sogni, la materia che nutre l’immaginazione… Così la paglia rimane paglia, ma diventa cedevole e morbida. L’organza viene esasperata nella sua leggerezza. Un soffio stampato a nuvole e cielo. Il blu è intenso e mutevole, come un mare tra scogli e spiagge. Accostato ai colori fortissimi dei giardini esotici… Ma suggerendo di tutto una lettura ampia e duttile, che risponde a tipi di donna diversi. Come ho scelto di fare nella sfilata, dove ogni modella indossa gli abiti che più le assomigliano e sono vicini alla sua personalità. Anche la sala più raccolta che ho voluto quest’anno parla di un gusto semplice, di un contatto vicino e diretto…”.

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 1 ottobre 1991)

La logica e la funzione

La giacca a uomo abbondante. La giacca stretta da portare a pelle, che quasi si trasforma in un vestito o in un costume da bagno femminilmente mosso. La giacca dalle tonalità decise che ha la disinvoltura di un pareo drappeggiato al fianco. Ma anche lo giacca bustier con il suo pareo. La giacca che sembra una muta da sub con la cerniera di plastica rinforzata. La giacca dai tagli anatomici che davanti scintilla di paillettes. Nei tessuti che sottolineano le caratteristiche intrinseche del capo: crêpe leggerissimo, crêpe di seta naturalmente elastico, gabardine o telone rustico.

Il senso delle proporzioni

Con lo giacca lunga lunga la gonna non ha ragione d’essere. Ma il vestito nitido e spoglio, all’americana, aperto su un lato, arriva alla caviglia. Passo danzante con le scarpe piatte. Passo ondulato e sinuoso in equilibrio sui tacchi.

Il gusto del colore

Nel cielo, sulla sabbia. Tra i legni, le conchiglie e i fiori. Tra paglia e bambù. Vicino all’acqua, dentro all’acqua, in fondo all’acqua. Tra le conchiglie spezzate che la mareggiata abbandona sulla riva, bianche e nere, traslucide. Di madreperla, la camicia di pitone leggerissimo cucito sull’organza. Di madreperla, il davanti della giacca leggera. Di madreperla e scaglie di conchiglie il costume da bagno dalla linea pura e forte, sgambatissimo. Riflessi perlati e d’argento per i tessuti laminati del monopezzo da star.

Il senso della sera

In una vera collezione di prêt-à-porter, bastano una stampa, uno scialle, una frangia che dondola al vento, per creare il gusto levigato della sera. Con le gonne vaporose di organza, veri o falsi pullover da uomo ricamati su tessuti elastici. Con la gonna di corallini d’oro, il caban di seta selvaggia bianca. Con i pantaloni blu, il giubbotto ricamato d’oro e madreperla: da cadetto romantico. Estremismi surrealisti, memorie di Elsa Schiaparelli e Oppenheim, per la pochette ricamata a pesce nella giacca bianca. O le maniche fucsia e giallo limone sul fondo rosa shocking. O la manica completamente nera sulla giacca di broccato ad anemoni di mare.

da1991pe

Collezione Prêt-à-porter

“Ho voglia di energia, un’energia vibrante che generi ottimismo. Ho voglia di realtà e senso dei nostri tempi. E insieme, voglia di sognare. Senza sguardi a un passato troppo recente di cui vedo tornare solo la parte più volgare e appariscente. Mentre io sogno emozioni forti, incontri totali con acqua, vento, sabbia. Una natura che trasforma la materia e aggiunge fisicità ai tessuti. Perché io vado cercando effetti di trasparenza, che esaltano il corpo in senso poetico o puramente sportivo…”.

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 2 ottobre 1990)

Travolti da una nuvola di sabbia gli abiti diventano sportivo-mimetici e lievi, volanti. Tricot di nylon doppiato di organza, pullover spolverati di granuli polinosici come la finissima polvere che ricopre un costume bagnato. Sahara-jacket forti e costruite. A volte burnus. Pantaloni di tela paracadute. Tuta di nabuk bianco; ma aperta, scollata.

Stringendo, annodando, avvolgendo la ricerca delle forme si muta in dinamismo. La camicia balloon è tenuta da coulisse che gonfiano l’ampiezza degli spicchi. Quel che piatto sembra una ruota, indossato si rivela una tuta con lembi da gettare sulle spalle. Silhouette avvolta e scattante come quella degli uomini blu, con semplici rettangoli di stoffa drappeggiati addosso.

Esotismo mediterraneo, chiaroscuri del Sud. Spighette, nastri, galloni bianchi come trafori di stucchi. Luci e ombre, bianco e nero, ottenuto unendo la passamaneria sull’organza. Lucentezza di azulejos con il patch di ceramiche frantumate . Tesserine di ceramica sul costume da bagno, come un mosaico che all’improvviso si animi. Lino rigido e intrecciato che imita i lavori di ebanisteria.

Materie trasformate, alchemiche, inventate. Lycra spolverata di pelle e catalizzata. Tessuti che sembrano minerali, vegetali, di legno, di marmo. Lycra e taffetà cangianti pigmentati a broccato. Pezzi di caftano giuntati con raso per pullover ed accappatoi di spugna.

Dolce scivolare di tessuti. Seta lucida da lingerie per le giacche dalle proporzioni insolite con la vita spostata verso l’alto e senza colletto, o per la camicia lunga sul pantalone largo. Duchesse e shantung per il caban con la camicia. Seta selvaggia nei toni burrosi e cremosi. Rasi doppi e sostenuti per i tailleur formali, con un irresistibile scollo sul dorso.

Il segno Ferré. La camicia di organza bianca leggera e areata, trattenuta da una sciarpa di taffetà sui fianchi. La cromia astratta dei neutri, sabbia, terra, blu.

L’esplosione orientale di rosa, zafferano, buganvillea, gelsomino. L’eleganza selvaggia della pelle e dell’anaconda.

Nella camera delle meraviglie, nel baule che nasconde tesori. Broccati. Grafismi di organza bianca e nera con la lucentezza dell’onice. L’iridescenza della madreperla: ricami di bottoni, incrostazioni su disegni e stampe. Righe baiadera. Jumpsuit che termina a scarpa.

Una folata di vento, una nuvola di sabbia. Come un sogno, sul vestito resta l’impronta di mille granelli che disegnano la curva del seno, la voluttà del fianco.

da1991ai

Collezione Prêt-à-porter

“Humor all’inglese… Con quel divino tocco di eccentricità del maschile rovesciato al femminile, delle regole così esasperate da diventare eccezione, dello spirito d’avventura che mantiene il senso interiore della forma… Un vestire molto urbano. civilizzato e nello stesso tempo ironico, che gioca sulle contrapposizioni e sui rimandi. Perché disegnare una collezione per me significa anche attingere a un patrimonio costante di forme e consolidare le classiche voci Ferré: camicia bianca, redingote nera, ascot di picché bianco o di castoro rosso… Ma immerse ogni volta in un sogno diverso…”

(appunti tratti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 13 febbraio 1991)

Il nitore della forma: tonda, naturalmente sostenuta, o vicina al corpo. Con qualche accenno di silhouette lunga.

Lo strato compatto del colore: rosso e nero con tocchi di bianco. Il rosso Ferré che si mescola, si diluisce, diventa un rosa quasi fluorescente.

Il languore di abiti nati maschili: la giacca a smoking sagomata dai drappeggi invece che dalle pinces. La giacca lunga tipo marsina. Il mantello ispirato al Mackintosh da caccia, ma di gros color fuoco. Il paltò alla caviglia di cuoio scuro come un buon vino, dalla foggia da aviatore che sarebbe piaciuta ad Amelia Erhart, indossato sulla camicia di georgette. L’anorak di pelle immacolata, quasi da sci, imbottito di struzzo o stampato a piume bianche e nere.

Il senso di un calore lussuoso: cappotto a vestaglia in orsetto di alpaca, doppiato di raso e profilato da uno spruzzo di pelliccia interna. L’argentina gigante, sempre di alpaca. Il pullover con i bordi di marabù da portare con i jeans di moiré grigio. La tuta nera con

La trasformazione di tessuti e disegni attraverso una magica lente di ingrandimento che esaspera e dilata: come gli overcheck dei cappotti da uomo appoggiati su una rete di ciniglia che crea effetto chevron.

La miscela alchemica di materiali e sfumature, di fogge e forme, per un bal masqué carico di misteriose allusioni. Ruches come creste, penne di fagiano per le maniche di un abito a pois quasi impercettibili. Lo scialle di nylon plissettato che sulla T-shirt si trasforma nella ruche di un animale da favola. Il point d’eprit come un soave maculato, le piume di tulle sul vestito grigio. Simili a fagianelle e tortore di una voliera fantastica.

da1990pe

Collezione Prêt-à-porter

“Impressioni, appunti volanti… un’estate a Capri oziosa, spensierata… Ho pensato a questa stagione felice, al gagà con il polsino al vento e la camicia sbottonata sul petto nudo, il fiore all’occhiello. Al vestire maschile con humor. E l’ho declinato con il massimo dell’ironia per una donna molto femminile. Manipolando e destrutturando forme canoniche per disegnare giacche senza maniche e doppiopetti che non si allacceranno mai, sfoggiando i bottoni solo come decoro… Ma ho lavorato anche per ottenere un’abbondanza naturale dei volumi, con maniche ampie, fogge che si svasano al fondo aprendosi spontaneamente, forme elementari, semplici come teli… Vibra un eco napoletano in questa collezione, con la fantasia e la libertà di inventare, adattare, mischiare… Perché ho cercato il Mediterraneo, la sua rilassatezza ma senza viaggi lontani, senza esotismi… “.

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 2 ottobre 1989)

Rievocazioni sottili, chimere evanescenti. Il pantalone viene sostituito da una gonna plissé soleil, realizzata nell’identico tessuto della giacca. Un’impalpabile crêpe de chine, una lievissima grisaglia di cadì, un tenue fil-à-fil di lino da camiceria, una trasparente grisaglia di organza.

Tutti i canoni dell’abbigliamento maschile sono esasperati fino a distillare un’essenza ultrafemminile. L’impermeabile “da cavallo” dilatato come una camicia extra-size in organza-grisaille e portato con i pantaloni in sablé di seta. Il garofano che il dandy sfoggia all’occhiello enfatizzato e ingigantito. Così lucido di rugiada mattutina da rivaleggiare con il pitone a squama grossa e il tricot laccato che imita il pitone. Il vestito da uomo di gabardine cangiante nella versione vacanza caprese perde le maniche e aggiunge un mazzo di garofani di paglia. Le argentine che scivolano giù dalle spalle sono di voile di seta cangiante, il blouson maschile è di marabù foderato di georgette cangiante e impunturata. Tra citazionismo e decorativismo, i must del collezionista – orologi, penne, accendini – sono stampati sulle camicie-t-shirt da infilare distrattamente sopra la gonna di cuoio.

Viaggio tra le sensazioni, itinerario tra le impressioni. Rimandi sottili per generi e categorie. Dalla gabardine gessata nascono giacche a vestaglia, caban sciolti come accappatoi, foulard di georgette stampati con l’identica riga. Il gioco dell’accappatoio porta al trench bianco corto al ginocchio (popeline, pelle, cashmere leggero e sfoderato) ingentilito dall’ajour che sostituisce le cuciture. Il pantalone ha la mollezza del pigiama, il pullover alterna spugna e satin bianco. Aria di Capri, tonalità brillanti e profumate. Corallo chiaro, blu oltremare, verde fondale marino, azzurro onda, rosa bouganville. Il bianco dei completi pantaloni in crêpe de chine. Camminando sotto il sole, i pergolati regalano frescure improvvise: stampe in positivo/ negativo sovrapposte, scompigliate da un soffio di vento. Intrecci traforati – simili alla paglia – in pelle e tricot di viscosa, cotone e nylon “da calza”, drappeggiato naturalmente con strisce che si incrociano. Righe tipo sdraio che sfuggono alle leggi della geometria e grazie ai cali girano e si torcono. Vestiti fluidi, forme piatte.

Costruzioni elementari per architetture molto complesse. Ma le sedie tripoline rimandano al costume da bagno in crêpe di lycra nero, bello come un vestito ritagliato da una forbice magistrale. Ai caftani di camoscio lunghi e scivolosi, alle camicie multicolori sui pantaloni sottilissimi. Incrostazioni, passanastri e pizzo macramé si intrecciano al tulle e al serpente bianco. Trafori sull’organza e sul tulle. Smoking che hanno le stesse trasparenze e lasciano balenare le gambe nude. Colpi di luce sul fil-à-fil di lino ritorto d’oro. I colori delle piastrelle salernitane per i preziosi tessuti ricamati a simboli scaramantici: luna, cupido, stelle, corallo, scarabeo…

da1989pe

Collezione Prêt-à-porter

“Potrei descrivere questa collezione con una frase soltanto, una battuta a metà tra la fantasia e la memoria… Un marinaio d’indole romantica, che si é innamorato delle Hawaii… Così il senso dell’uniforme, il lindore del bianco e del blu, la fragranza del piquet, l’asciuttezza della gabardine si contrappongono alle forme languide, femminili, che nascono dal gesto naturale dell’avvolgersi e dell’allacciarsi. Contrastano con i colori vividi dei fiori tropicali, pieni di riflessi, quasi zuccherini… E la libertà di atteggiarsi suggerisce la massima dolcezza dei comportamenti…”

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 26 Settembre 1988)

Conseguenze impreviste. Lo spirito avventuroso del rosso unito al blu come un gagliardetto emblematico. Il bianco e il blu che si rispecchiano in strani e fantastici decori, come tolde e prue di navi. Le manciate di fiori che diventano gonne in lunghi abiti – camicia, annodati e trattenuti sui fianchi. Come la blusa di marocain viene fermata alla vita dalla classica cummerbund.

Gesti deliberati. Stringere la gonna di tricot leggero: un triangolo di lana fredda. Far scivolare la camicia – non camicia: un foulard bordato di satin blu, annodato su una spalla. Serrare le bluse con grandi foulard di garza annodati sul seno.

Contrasti apparenti. La camicia in voile di cotone o di organza con plastron di piquet sui pantaloni morbidi in crêpe o raso di seta. Il pullover a righe bianche e blu sui pantaloni di satin. La gonna-pareo a strisce con le giacche di piquet e la sciarpa a righe da cui spuntano ciuffi di fiori.

Slanci allusivi. La gonna a grandi pieghe di tulle tempestata di “chiari di luna” come il tradizionale tailleur di marocain blu. Lo spolverino ondeggiante in tulle di camoscio forato e leggerissimo o in garza di seta trasparente. Il vestito con una piccola cappa blu, che si arriccia su un fianco come se fosse stato infilato un po’ troppo velocemente.

Segni di ricami. Effetti di piquet ricamato sui davanti delle camicie. Il macramé di cordini cerati. Il taffetà cangiante lavorato a nido d’ape per le giacche a uomo. Decori, nastri, bandoliere di metallo.

Umori marini. Il costume intero da ginnastica in tulle blu. Il pigiama da spiaggia di satin a righe bianche e rosse. L’accappatoio di velluto nero. Il costume bianco con inserti di velluto nero elasticizzato.

da1989ai

Collezione Prêt-à-porter

“Ho cominciato a disegnare questa collezione spinto da un desiderio impreciso e fortissimo: la leggerezza, il turbinare soffice della maglia e della pelliccia, la forza silenziosa di certi colori… il beige, il nero, il bianco, il grigio,il rosso… Una gamma di tonalità classiche che mi rimandava a materie impreviste. Compatte, ma con effetti di rilievo, disegnate ma non stampate, morbide ma non cascanti… Materie che si esprimono attraverso i volumi. Giochi di assimilazione, con rimandi ottici precisi… Mi piaceva sottolineare una predisposizione istintiva all’eccentricità, ma sbarazzandola da ogni enfasi con un atteggiamento sportivo… II cappello che scende fino a coprire gli occhi perché forse non sono truccati, il trench legato da una cintura forse maschile, forse di georgette, forse una sciarpa con le frange. Le tuniche per cento occasioni, tutte beige, tutte confortevoli come djellaba … Così, lavorando, mi sono accorto di provare un profondo desiderio di serietà, ma non statica, noiosa… e che il convenzionale mi offriva infinite possibilità di intervenire in modo anomalo…”.

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré del 27 febbraio 1989)

Sui percorsi dell’illusione e dei parallelismi segreti, il bianco e nero dilagano, naturalmente, nelle strisce della zebra. Il cammello pieno e denso ondeggia e si muove fino a trasformarsi in magico maculato dalle origini misteriose. Il grigio della flanella, naturalmente marezzata, sconfina nei saggi craquelé dell’elefante, fra infinite pieghe e minuscole rughe. Il marrone assume le trasparenze e la plasticità della pelle di struzzo grazie a tecniche nuove, velette, point d’esprit.

Nel segno dell’invenzione, come nel magico Henry Rousseau, detto il Doganiere, le volpi stampate e intarsiate creano naturalmente nuove pellicce a macchie. La zebra si gonfia, voluminosa, intrecciando volpi e finto pelo. La tigre nasce dal casto connubio di peli diversi. Il lapin, doppiato con la georgettè, è stampato a giaguaro.

Sul filo dell’illusione, tra fantasia e memoria, il falso vero rimanda al vero finto. Mescolato al tweed, scaglia su scaglia, il pitone forma superfici indefinite. Tagliato a strisce e applicato sulla maglia, il coccodrillo svela una natura duttile e arrendevole. Da reinventare anche con il velluto trapuntato e il gazar stampato a caldo. Sfrangiato, il pelo di Agnona borda golf, sciarpe e guanti. Intarsiata, la zebra fodera la giacca sciolta come una robe de chambre. O movimenta il trench stampato di cavallino.

Ricercando le affinità elettive tra forma e colore, la silhouette guizza compatta: tutta opaca e tutta lucida. Il grigio annega nella dolcezza del cachemire e del mohair. I classici disegni zig-zag, da uomo, hanno la nuova corposità della maglia. I toni forti, intensi, danno naturalmente slancio alla più molle delle gonne di camoscio, al trench di moiré, al cappotto-vestaglia da annodare in vita.

Ripensando all’eleganza di una sera d’inverno, la camicia, in crêpe de chine, ha scolli, aperture, varchi come fosse sempre sul punto di scivolare. La gonna di gazaar, a coccodrillo o a pitone, completa la T-shirt minima, più preziosa di un gioiello. Il vestito scivolato ha il colletto simile a una sciarpa ad anello. Il cappotto di taffetà cangiante, bordato di pelo, si porta come una stola, appoggiato basso sulle spalle.

da1988pe

Collezione Prêt-à-porter

“Mi sono preso la libertà di affrontare il vestire “classico”. Una doppia libertà: da parte di chi se ne appropria e da parte mia, che l’ho voluto rileggere cercando vivacità e snellezza nelle dimensioni e nel modo di accostare, sovrapporre, unire i singoli pezzi. C’è un senso classico perfino del colore, che non significa necessariamente blu, ma un certo modo di accostare i colori vivaci.

E un gusto classico del vestire mondano, da moderna marchesa Casati che ha scoperto il dono dell’ironia.

Ho riaffermato con decisione anche la continuità dello stile, rielaborando concetti secondo una ricerca attuale. Sottolineando quella costante di sartorialità e costruzione che determinano la qualità dell’abito. Il tutto in chiave di assoluta femminilità”.

(da una conversazione con Gianfranco Ferré del 28/09/87)

Ben vengano il rosso e il turchese, il bianco con un tocco di nero, il porcellana del cielo a Sidi Bou Said, ma sposati secondo lo spirito della vacanza: il turchese con il rosso, il turchese con il bianco e il beige, che danno un senso di respiro, di spiaggia. In tessuti opachi, lievi, croccanti come il gazaar di seta.

Ben venga il sottile brivido di simboli e allusioni marinare, ancore, conchiglie, pois e righe capresi, stelle: ingigantiti, trasformati, in bassorilievi di pizzo o usati come stampe.

Ben tornato al gusto ironico del vestire mondano, di chi ha imparato la lezione di Gastone e del gagà anni Trenta. Con spencer minuscoli sulla camicia di organza, che per rispettare la fluidità della linea ha il dorso nell’identico tessuto della giacca. Con scie intriganti di organza e georgette: sciarpe, nodi con lunghe cocche, foulard. Con le fusciacche strette più volte intorno alla vita, per un vago effetto bustier.

Ben arrivato al gioco sottile dei rimandi. La pochette di organza diventa un fazzoletto legato al collo, oppure il colletto del pullover di maglia incrociato e strettissimo. Oppure il vestito annodato a sacchetto: di gazaar leggero che sprizza rotondo come un palloncino sulla gonna diritta o sul più normale pantalone bianco.

Ben giocata, contraddizione. La gonna di coccodrillo pesopiuma si accompagna alla camicia e al trench di taffetà. La blusa di lucertola color fango ai pantaloni di marocain grigio trattato peau de pêche perchè mostri una mano vellutata. Le borse funzionali, da donna in carriera, diventano imprevedibili ed eccessive come una decorazione.

Ben accolti, gioielli inventati e improvvisati. L’oblò bordato di pelle o di metallo a vista sui caban e sui pullover di nappa double face. Le conchiglie d’oro o laccate di nero da appuntare sulla giacca. Le conchiglie ricamate in rilievo sulle camicie di georgette elasticizzata come un contemporaneo macramè. La spilla gigante di ottone per fermare maniche e scollature, o per ornare il giubbotto di pelle.

Ben visto, l’imprevisto. Il costume da bagno di taffetà o di georgette elasticizzata, con un gioco di pure trasparenze. Il pullover marinaro azzurro e blu, che sembra rigato di nero e invece è l’effetto ottico di una sciarpa di georgette che lo sostiene alle spalle.

Bella sera, la sera. Con gonne corte a calice rovesciato, di taffetà e di gazaar. Con i foulard di georgette annodati che sostituiscono la gonna e le magliette incrostate di conchiglie. Con il vestito scollatissimo di gazaar bianco e il blazer trompe-l’oeil. Con la serietà impudica di una camicetta bianca ridotta come una sciarpa, pantaloni da smoking e guanti neri. Con il corpo esibito da un gioco di trasparenze, di linea (la giacca enfatizza il segno della vita, che scivola verso l’alto). Dal gesto insistito di annodare sciarpe e fusciacche, che potrebbero improvvisamente sciogliersi…

da1988ai

Collezione Prêt-à-porter

“Affiorano due umori in questa collezione, due desideri che sembrano opposti e invece mostrano punti sotterranei di contatto. Il bisogno di nitore, di una precisione elementare dei contorni e il desiderio di un guizzo imprevisto … Un tocco di civetteria infantile, un languore che sembra nascere da un sogno, la memoria di vecchie fiabe … C’é la volpe che corre dappertutto, dall’orlo del cappotto alla cintura. Ci sono il lampo di un paio di scarpette rosse e il candore delle camicie. Ci sono la ricchezza un po’ stazzonata dei velluti, l’opulenza dei broccati e delle spille di ottone brunito … Per un senso di gioco, per affermare una libertà di gusto e di ispirazione. Infatti mai come oggi l’immagine mi appare svelta, morbida, vivace. Nitida”.

Gianfranco Ferré

Forme elementari, ma con un guizzo di infantile civetteria. Sempre la camicia bianca, sempre il candore di un polsino, lo sbocciare di un colletto; sempre il tocco di una pochette ricamata.

Giochi di abilità, come il rincorrersi delle parole in una sciarada. La volpe che orla il cappotto di lana cotta può diventare la cintura di un pullover, bordare il tricot di cammello, diventare il trompe-l’oeil di una giacca. Il fazzoletto che sprizza dal taschino diventa un pizzo; il pizzo diventa una giacca – però nera e gommata – o si ingigantisce fino a trasformarsi in uno strascico…

Impreviste morbidezze. Il trench: ondeggia per il taglio a godet, lo sweater sportivo si allarga dolcemente sopra la vita.

Contrasto del montone red and black per il giubbotto tipo ussaro, lucentezza del cavallino nero per trench e tailleur; provocazione del coccodrillo stampato sul montone.

Gusto dandy per la giacca simile a una lunga marsina; per il cappotto stretto e il trench punteggiato da bottoni d’oro; per la giacca di broccato contraddetta dai jeans di camoscio stinto.

La coincidenza tra aspetto e contenuto. Ogni forma ha il suo tessuto, ogni tessuto ha il suo colore canonico. L’alpaca, il montone ultramorbido, il cashmere variano dal burro al caramello. Lane pettinate, gazaar e raso splendono nei toni dei rossi: immancabili – ricorrenti – nero, blu e bianco.

N. B. Ci sono tecniche elaborate in questa collezione. Il velluto di cotone e viscosa è lavato per ottenere pieghe e ammaccature, il pizzo immerso nella gomma. Le stoffe sono doppiate, il taffetà cangiante incollato. Per ottenere l’effetto sorprendente di un’ eleganza trasognata, immersa in una specie di incanto.

da1986pe

“Sono oggetti che hanno una propria autonomia, che vivono da soli, svincolati dal prêt-à-porter. Oggetti con un’identità precisa, fatta di qualità, gusto per il dettaglio, attenzione per i materiali impiegati. Perchè mi è piaciuto riscoprire certi vecchi cuoi inglesi o perfezionare il mio Gumi… ritrovare la tradizione e accostarla al senso del nuovo…”

Il VIAGGIO. In cinghiale o in materiale plastico, le valigie molli, da buttare sul sedile dell’auto. E quelle rigide, come “scatole viaggianti”, che rispecchiano un modo di vivere cambiato, dove non c’è più posto per la giacca ammaccata e i pantaloni stazzonati. (E infatti i torna a usare il portagiacca).

Il PASSO. Scarpe tradizionali con soluzioni e materiali inediti. Per le suole, tre strati di bufalo, silenziosi e felpati (di quello usato in genere per le scarpe per bambini), un tacco sagomato a coda di rondine, che può trasformarsi in zeppa di cuoio o di poliuretano elastico per una scarpe confortevole, che non perde mai la femminilità. Per lui, espadrillas di nabuk, pecary, cuoio inglese a tintura vegetale, che non scolora nè macchia.

L’ELEGANZA. Pochette dalle dimensioni ben calibrate (per un rapporto di gestualità preciso, visto che la borsa contiene altri contenitori). Borse a cartella, a secchiello, di forma arrotondata, con lunghi fiocchi sfrangiati, tracolle di raso con il fiocco piatto, pellami a contrasto. Raso a righe, impermeabilizzato all’interno; picchè di cotone gommato rosso e blu, a disegni di vecchia coperta; rete tipo sedia impagliata; vitello stampato a coccodrillo; lucertola pastello e cinghiale: per una young lady dal carattere austero.

da1986ai

Collezione Prêt-à-porter

“Naturalezza portata fino al rigore, senso libero e liberato del glamour: per disegnare la collezione mi sono mosso tra questi due estremi, l’uno conseguenza logica dell’altro….Ho liberato i gesti – aprendo la camicia, eliminando i bottoni, stringendo la vita con un nastro – e ho dato forma a un’immagine molto intensa, che affida la propria femminilità agli atteggiamenti, al movimento. Che calamita l’attenzione sulla cintura. Ma senza nostalgia, senza operazioni rétro. Perché mi interessa costruire una nuova tradizione, guardando gli elementi canonici del guardaroba con una logica diversa. Si può intervenire sui dettagli del trench, annodarlo con un nastro di moiré, colorare una silhouette futuribile insistendo, dal guanto al vestito, su una sola sfumatura. Mi attira la compattezza e la neutralità di una figura continua, che non si interrompe …”

Gianfranco Ferré

Nitore e cromatismo. “L’idea di una sessualità felice, dolce, sensuale, piena di giubilo, si legge nella pittura, o meglio nel colore” Roland Barthes. Una certa tendenza concettuale, il gusto di minimizzare per arrivare a un massimo di seduttività. La nuova snellezza del breve e aderente, con giacche in miracoloso equilibrio tra vita sottile, spalle importanti e fianco arrotondato. La sinuosità del morbido e segnato: nelle giacche di jersey “ammaccato” strizzate dalla cintura. Nel tricot a punti evidenti (trecce, coste, effetto spugna) stretto in vita perché si gonfi. Nel paltò a trench, legato da un nastro di raso.

Contrapposizioni, esasperazioni e vivo senso della materia. Cashmere nei toni, del cashmere, i mordoré e i gold del mohair di alpaca a pelo lungo e delle nappa da guanti. Sfumature naturali, ma perfettamente urbane (“La città è una realtà che ci appartiene”, dice Gianfranco Ferré). Una paletta festosa (e fastosa) di coralli e di rosso, con la brillantezza dei tessuti nobili: mohair, seta selvaggia cangiante, organza. Monocolore interpretato: a ogni materiale la sua sfumatura (pur esempio, guanti di cashmere con rovescio di pelle e cappotto di cashmere). Un filo bianco per uniformare o spezzare: la camicia nello stesso tessuto della giacca e della sciarpa. La t-shirt sotto i caban di jersey, il cardigan da sera di organza sulla gonna corta di lamé. La giacca di cadì, legata da un nastro di moiré beige.

Trasposizioni e interpretazioni. Il cardigan diventa un paltò di mohair; la tuta, nella sua variante femminile, si trasforma in un abito nero e diritto, con la cerniera nascosta e il collo alto. La camicia cresce fino ad assumere le dimensioni di un cappotto. I colletti dei pullover si allungano/allargano a dismisura. Le stampe iperrealiste che decorano t-shirt e camicette raggiungono dimensioni giganti, che giustificano tagli e ritagli. Moiré, faille, lamé preziosi (realizzati con fili “cascanti ” o spirolati, una tecnica del 1920) per “The Lady of Quality”, come Velasquez intitolò un suo famoso ritratto. Fresche camicie di organza sui pantaloni, polo lucide, pantaloni di moiré e blouson ampio buttato sulle spalle. Gonna e blusa serrata in vita, senza colletto e doppiata. Per raggiungere quella semplicità sofisticata che diceva Oscar Wilde, “non è che una posa”.

da1985pe

Collezione Prêt-à-porter

“C’è molta tranquillità, molta calma interiore in questa collezione, molta cultura nel senso di comportamento acquisito. Perché l’aggressività, il bisogno di affermazione, la disinvoltura programmata appartengono al passato, sono state macinate lentamente e assorbite solo quanto basta e si sente necessario. Mentre oggi riaffiora un senso di quiete e di semplicità, che si traduce nel comfort per il comfort, nella scelta spontanea di ciò che piace, sia l’espadrilla di cinghiale ricamato sia la décolleté a scultura, che mescola la zeppa con il tacco. Niente è innaturale o artificiale. Anche i lembi che si piegano, si drappeggiano, si avvolgono intorno al corpo nascono da gesti semplici, istintivi… Con un nitore che ricorda certe discipline orientali… Così mi sembra che questi abiti alludano a qualità particolari: l’individualità, l’intelligenza, l’autonomia. Come se dicessero: la moda sei tu”.

(appunti da una conversazione con Gianfranco Ferré, 1 ottobre 1984)

E’ il momento di scegliere liberamente e con naturalezza:

le giacche smilze, più corte dietro più lunghe davanti, per un effetto verticale e sfuggente.

Le giacche oversize di georgette pesante: quasi una camicia da uomo con effetto di pieghe invisibili sotto il cannoncino, da abbinare alle camicie in garza di cotone.

I pantaloni morbidi, comodi, abbondanti con tasche tagliate tra le pieghe, in tessuti inediti: taffetà di seta, popeline di seta, fiocco di cotone. La giacca affidata alla spontaneità di un nodo che raccoglie l’ampiezza, davanti strizzato, dietro blusante. La tunica diritta con il pannello sovrapposto, che crea drappeggio semplicemente infilando le mani in tasca. L’abito dinoccolato e spoglio, con la sopragonna a pieghe in mezzo sbieco, non stirate che ondeggiano al passo. I pullover rettangolari, il collo a occhiello, da infilare con sovrana indifferenza: davanti o dietro non importa, ricadranno mollemente in scollature abissali. Le gonne giganti da annodare a fascia e lasciar spiovere in pieghe centrali. I costumi drappeggiati in pieghe minute e naturali (effetto della sovradimensione della lycra). Il cervo double face per i camiciotti dalle spalle sostenute ma spioventi, con il bordo a sciarpa di seta per annodarlo più strettamente. Le nuove formule del nero: la gonna di marocain appuntita e allacciata fittamente come un gilet, con la camicia da smoking di organza trasparente.Il vestito bustier, sempre con le doppie punte e l’allacciatura fittissima con il fazzoletto infilato nelle tasche, o che sbuca alla cintura, o che ricade su; dorso (è il dettaglio rivelatore della stagione). I pullover o le canottiere a coste in filo d’oro, i cardigan e gli sweater di marocain come le gonne etniche. Gli stampati vortice a disegni concentrici, la spugna di lana e seta, la garza di cotone “inamidata”, la fiandra, la doppia- seta tinta in filo, il lino tessuto a trama larga, rubato alla collezione uomo, seguendo due gusti opposti ma non contrastanti: tessuti morbidi e sfiniti, tessuti scattanti e fruscianti. I colori opachi e densi, come il blu unito al marrone e al nero. I colori energetici da bonzo tibetano, giallo e arancio. I colori spirituali, bianco assoluto, bianco relativo e sabbiati.

PER UNA COLLEZIONE ZEN (da leggere, volendo, secondo la massima zen “Nel camminare, camminate. Sedendo, sedete. Soprattutto non tentennate”).

da1984pe

Collezione Prêt-à-porter

“Sinuosa ma con ironia, seria ma ammiccante, un guizzo di umorismo… Mi piacerebbe dire “bentornata” a questa donna per cui ho disegnato la collezione. E’ stata mia complice nei viaggi, ha condiviso scoperte di climi e di colori, si è appassionata alle stesse avventure. E’ libera e consapevole… Indossa le forme più semplici, ma le serra strettamente sui fianchi, una fascia altissima, impunturata, che schizza la silhouette e suggerisce movimenti felini.

Sceglie la giacca maschile per una forma di sicurezza, per riconoscersi in un classico, poi la smentisce con una cravatta gigante a pois che ha la stessa funzione del top. E si diverte a mescolare le carte… Infila pullover con scollature abissali, alterna il lungo-lungo (80 centimetri) al lungo che copre il ginocchio… Assomiglia un po’ alla compagna di Finch-Hatton, il grande cacciatore, un pò alla protagonista di una canzone di Frank Sinatra, The lady is a tramp. Ha questo gusto vagabondo nel mescolare pezzi e objets trouvés, che ha imparato ad apprezzare in India o in Africa… Ma depurati, filtrati. In un certo senso purificati”.

(Gianfranco Ferré, appunti da una conversazione del 26 settembre ’83)

Ritrovare nuovi concetti e nuove parole dell’abbigliamento:

I drappeggi. Sono la soluzione imprevista per il colletto, ora sul dorso ora sul seno: un risvolto misteriosamente tubolare illanguidisce la forma a T, spoglia e diritta, degli abiti, mentre spesso lacci piatti, a bretella, si incrociano a grata e mimetizzano la scollatura.

Le canottiere. Invece delle camicie, ma insolite, bizzarre. Strutturate con tagli sbiechi, fasce, pieghe, evitando l’eccesso della ricerca, del disegno per il disegno.

Il doppio. Mai credere ai propri occhi: sotto il caban si muove liberamente una fodera di seta. Il blazer, spalle energiche, cintura-bustino, si rispecchia nella giacca ingrandita tipo spolverino. La giacca-blusa, sciolta e leggera, si infila sotto una giacca-giacca fotocopiata.

Il trench. E’ un vestito, una cintura, una situazione: un abito di gabardine dalla gonna sagomata e sfuggente, ampi revers, e una cintura alta 15 centimetri per strizzarlo in vita.

L’argentina. Lunga, ampia, di camoscio, con il bordo in tricot alto più di una spanna, che ripiegato mostra tinte contrastanti.

La giacca tipo Ascot. A quadretti, in grisaglia, spina pesce, con un gilet allusivo e una gonna che sfiora la caviglia a disegni cravatta (ma per la sera).

Il pijama. Languore, morbidezza, estetismo della giacca in doppio marocain bianco, della canottiera di raso, dei pantaloni molli, disegnati in vita da una fusciacca preziosissima.

La leggerezza. Quasi un manifesto programmatico: contro tutto ciò che è rigido, pesante, sostenuto. Le garze sono aperate, lo shantung è impalpabile, la crepella di lana sottilissima ( mentre la mano, ingannevole, suggerisce corpo e sostanza ), il crêpe de chine a doppia frontura imita un effetto di righe maschili, la gabardine peso piuma, sfoderato, è unita alla nappa setosa tipo camicia.

La Revue Nègre e una vaga allure Joséphine Baker, quando furoreggiava nel music-hall e tutta Parigi scopriva l’arte, la musica nera. Disegni bengala positivi e negativi che arrivano a declinazioni di blu impolverato, il blu che si mescola al grigio pietra e al viola. Le gamme del mastice. Il fucsia, l’arancio, il corallo nelle sfumature fredde delle sete a tintura vegetale.

“Amo la regola che corregge l’emozione”

Georges Braque

da1983pe

Collezione Prêt-à-porter

“Se penso a una donna per la mia collezione, ha l’aspetto, il sorriso, gli abbandoni di Ava Gardner in “Mocambo”. Occhio di velluto e sopracciglia di china, capelli tempestosi e orecchini di smeraldo. Immagino una personalità, insomma, oltre a un volto preciso. Un’allure volitiva, energica, una voce profonda, appena di gola. Perché ho scelto linee diritte, colori elementari, temi classici; un rigore assoluto per soddisfare caratteri colto complicati. Penso anche a un ambiente, a un paesaggio tropicale, Messico forse, o Haiti. E’ un sentimento, una somma di impressioni. Odori, spezie, il cacao e il rum, un caldo che sale dalla punta delle dita e fa imperlare la fronte un camiciotto da campesino, un frutto maturo spaccato a metà. Tabacco e un panama per ombreggiare il viso. Il più maschile dei carrelli sopra una bocca scura di rossetto.”

(appunti tratti da una conversazione di Gianfranco Ferré del 25/9/’82)

“… La difficile bellezza delle linee semplici”.

Gabriele D’Annunzio

Eliminate le pinces. Eliminata la fodera. Eliminati i bottoni. Resta una forma continua, una struttura morbida, che prende volume dalle spalle, con enormi e leggere maniche chauve-souris. Le camicie sono realizzate in un pezzo solo, una cucitura sul lato, un drappeggio sul davanti. Oppure due lembi di pieghe fittissime da incrociare e da serrare con una cintura di cuoio. Oppure una cascata di charmeuse di seta, che si ripiega estenuata come una sciarpa. Caban morbidi, sciolti, in gabardine secco: perfettamente doppi, l’uno sull’altro, per sostituire fodere e rinforzi. Spolverini con paravento in tessuto e la tasca orizzontale che diventa marsupio. Giacche di panno con l’interno simile a un gilet. Basta lo slancio del passo perché ondeggi, si muova, vortichi intorno al corpo.

“… Il lusso è un godimento dello spirito”.

Oscar Wilde

Seta cruda, charmeuse di seta, raso pesante di seta, shantung di seta: per doppiare il davanti di una giacca di grisaglia; per il vestito stampato a foglie di tabacco giganti, con maniche esagerate che nascono dal fianco sottile; per l’abito-camicia che si appoggia mollemente in vita; per il tuxedo, con o senza maniche dal panneggio asimmetrico; per i pantaloni da Smoking, un mazzo di pieghe stirate invece della banda lucida laterale. Pelle scamosciata, vellutata, morbida: per la tuta da farmer larga e diritta; per il blouson abbondante appoggiato sui fianchi; per i maillot scollatissimi; per la gonna-straccio con la cintura regolabile tipo stuoia.

“Due donne stavano prona davanti a grandi vasi di terracotta, sotto ai quali, in un buco del terreno, ardeva un fuoco lento. E una prese una manciata di fiori secchi, d’un colore giallo bruno e li getto nell’acqua. E osservò i fiori salire a galla e girare piano piano nell’acqua che bolliva. Allora ci versò sopra una polverina bianca”.

D. H. Lawrence

Colori primitivi, naturali, di terre arse e asciutte: marrone semi di cacao, marrone tostato, bianco, bianco latte scremato, bruno da canna da zucchero, nero. Tonalità di bacche e frutti: mirtillo, succo di mora, verde foglia. Sempre tagliate da tonalità scure, intense, quasi notturne.

da1983ai

Collezione Prêt-à-porter

“Il gioco degli opposti… la luce e l’ombra, yang e ying, uomo e donna… Capovolgere, mescolare, sovvertire la regola per scoprire il principio che quella regola ha creato…

Quindi utilizzare i tessuti tipici del guardaroba maschile, con la loro tradizione formale, per abiti femminili, senza sospetto di rigore o di severità. E spostare quelli femminili verso una linea sempre più austera. Ricostituire gli elementi classici dell’abbigliamento, gonna, blazer, abito, come una nota ricorrente … Immaginare, per questa donna che si evolve, nuove regole di seduzione. Negati i criteri hollywoodiani, la scollatura si sposta sul dorso. In vista polso e avambraccio. Colli alti e chiusi (pudore? sfida?). In rilievo l’incavo appena sotto la vita…

(nota per la lettura della collezione dagli appunti di Gianfranco Ferré)

La figura ridisegnata

Camicia in fil à fil azzurra da etoniano e gonna di vigogna grigia (ma la camicia è un enorme rettangolo, da stringere sulla schiena con la martingala o da drappeggiare con una cintura a nastro).

Giacca in flanella doppiata nei colori college – rubino, grigio, blu – e gonna di vigogna ferro (ma riscaldata da un enorme cardigan a maglia inglese).

Il paltò lungo a metà polpaccio, molle come accappatoio, senza bottoni, senza chiusura, a falde sovrapposte (ma niente colletto, solo una sciarpa di tricot e castoro da ripiegare come l’asciugamano di un pugile).

Le funzioni ritrovate

La robe manteau gessata (ma sotto il trench blu navy).

Il tubino high-society, accollatissimo davanti, scollatissimo dietro, (ma che copre il malleolo).

Il cappotto bon-ton (ma con i risvolti “paravento” in castoro).

La sera inventata

La canottiera (ma in cristalli d’oro), la giacca (ma da ufficiale di marina), i pantaloni (ma in principe di galles bordati di ottoman di seta).

Lo smoking (ma la giacca è ampissima e stondata) con la camicia (però completamente aperta sulla schiena).

Il tailleur (ma la giacca è a ruota, in grisaglia di lana, e la gonna di flanella sfiora la caviglia) con la camicia (ma di raso drappeggiato).

I colori impossibili

Blu marine fino al l’azzurro, i bianchi sfatti della gabardine tipo trench, il grigio come nuovo nero ma il taffetà doppia la niki di angora, la grisaglia è doppiata in oro, il panno è doppiato di flanella, il tessuto si raddoppia: tutto è diverso da quello che sembra. Controllare, toccare…).

I lampi di luce: tessuti lucidi vicino all’opaco, scarpe di vernice nera, una cintura lunghissima – di vernice – da annodare e lasciar libera per segnare il movimento (vedere i futuristi, Man Ray…).

“Le donne, infine, le donne, a cui basta un gesto, una linea, un’audacia nello sguardo, un movimento della persona per divenire qualcosa di affascinante”

Pierre Reverdy

da1982pe

Collezione Prêt-à-porter

La primavera, e soprattutto l’estate, invitano alla scioltezza ed al relax, ma secondo Gianfranco Ferré l’eleganza e la raffinatezza sono componenti senza stagione del vestire femminile.

E quindi essenzialità, ricerca, nella costruzione, di nuove dimensioni, amore per il dettaglio più accurato sono la matrice dalla quale scaturisce anche la nuova collezione Primavera/Estate 82.

E allora, per ottenere eleganza e raffinatezza, Gianfranco Ferré mischia i colori classici con spirito nuovo, adottando senza ritegno il blu e il bianco, accompagnati da tocchi di giallo, di rosso e di verde – i colori primari – trasformati in lucentezza dall’uso di materiali diversi; taglia i capi sottolineando le linee del corpo, crea nuovi effetti dimensionali intervenendo con particolari strutture della manica o con nuove ampiezze del pantalone, allunga la figura facendo scivolare il punto-vita, rinnova l’importanza del collo creando nuove forme con soluzioni o di assoluta rigidità o di morbida casualità; contrappone materiali diversi taffetà e camoscio, seta selvaggia e nylon, pelle laminata a crêpe di seta, organza e piquet di cotone, senza dimenticare i “classici” ottoman e gabardine di lana, popeline di cotone e lino.

Abbiamo detto eleganza e raffinatezza, aggiungiamo anche glamour: é l’”effetto parata”, che accompagna ogni proposta della collezione enfatizzato da certi particolari e suggerito dagli accessori, tra i quali spiccano le alte fasce di canneté colorato e le cinture finite da placche d’argento.

da1982ai

Collezione Prêt-à-porter

Se fosse attrice, sarebbe Barbara Sukowa. Se fosse rock-star, sarebbe Laurie Anderson. Se fosse ballerina, sarebbe Carolyn Carlson. Se fosse scrittrice, sarebbe Lilian Hellman. Se fosse innamorata, sarebbe Fanny Ardant. Una donna volitiva e indipendente. Passo sicuro, sguardo diretto. Capelli bruni, forse, e una faccia disegnata a china. Un’ironia di fondo, una voglia precisa di giocare la partita, qualunque sia, in prima persona.

Inquietante, perchè no? Ieri così decisa, probabilmente severa, in un abito nero e liscio, senza una distrazione.

Oggi, camminando, lo stesso vestito ondeggiava, svelando una ruota, una cappa improvvisa, una fila di bottoni sul dorso. Chi li allaccerà? E il mantello pesante quasi un poncho, sollevando un lembo ha incorniciato le spalle. Quale gesto è più femminile che accostarlo con le mani, indugiando nel sistemare una piega? Faites vos jeux, riprendetevi l’intelligenza sottile della scelta.

Perchè il glamour non è che l’altra faccia dell’intelligenza.

“Ogni donna è racchiusa in una danza di forme, quadrati, losanghe, rettangoli, parallelogrammi di stati d’animo e delizie siderali, armonie sottili e misteri arrendevoli. Sono fatte di luci e di spazi, labirinti e molecole intangibili che possono mutare a seconda di come le si guarda”.

Anais Nin, Il Diario

I colori: nero, una base multiforme e inquietante. Grigio e beige annebbiati, sordi, sommessi. Spot continui e rabbrividenti di rosso rubino, verde smeraldo cabochon, giallo topazio, zaffiro. Precious stones. Per affinità, più i toni si abbassano, più la forma è avvolgente e il tessuto morbido.

La linea: uno schema geometrico, ma relativo. Trasformabile intorno al corpo. Un taglio triangolare che gira sulla schiena e diventa sciarpa. Un rettangolo che si dispone in sbieco e si incrocia. Asimmetria, asimmetria. La somma dà l’equilibrio. I pantaloni a spirale si rispecchiano in un collo a roulé, il vestito fa la ruota. Le cappe girano in tondo, ma il lato diventa sciarpa, o cappuccio.

I contrasti: uno stesso colore declinato in quattro tessuti diversi, velluto, flanella, taffettà, pelle, per uno stesso capo. Il dorso morbido, movimentato da cappe e da pieghe, il davanti spoglio. Le maniche trasformiste: si aprono, ondeggiano. Perfino le toppe, i soliti classici salvagomiti, sono staccate per suggerire plasticità. I colletti, grandissimi, morbidi, spesso di pelo. Tagliati sulla schiena perchè si possano alzare fino ad avvolgere il viso.

L’effetto sera: la giacca corta, un lato nero, uno colorato. La T-shirt di georgette. La camicia da Casanova di plissé diritto o incrociato.

I tessuti: mouflon doppio, mouflon più pettinato, canvas, drapperia tradizionale, flanella, cover-coat, crêpe diagonale, nappa ultramorbida mista a suède e a cavallino, velluto, crêpon di seta, satin.

Dice Gianfranco Ferré:

“Sono andato avanti nella ricerca, pensando a cose più dolci e morbide nelle forme, nei materiali, nei colori. Cose che si trasformassero intorno al corpo, fossero docili, e si prestassero a manipolazioni personali, senza imbottiture, fodere o rigidità. Ho voluto dare alla donna la possibilità di osare e di sfidare”.